Le donne nell’industria cinematografica cinese

Le donne nell’industria cinematografica cinese

Omaggi al cinema cinese, e alle registe cinesi in particolare, nei festival milanesi di queste settimane. È in svolgimento fino a domenica il 24° Sguardi Altrove Film Festival, che presenta una finestra “La Cina fra ieri e oggi” con tre film di autrici di primo piano: The Golden Era (Huang jin shi dai, 2014) di Ann Hui, Trap Street (Shuiyin Jie, 2013) di Vivian Qu e Perfect Life (Wan mei sheng hou, 2008) di Emily Tang. Inoltre è prevista la prima italiana del documentario svizzero The Other Half of the Sky (2016) di Patrik Soergel, su quattro importanti imprenditrici cinesi.

Nell’ambito dell’omaggio al noto scrittore e sceneggiatore Liu Zhenyun (Shou ji, vale a dire Cell Phone, e Back to 1942), Fcaal – Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, proporrà invece due film recenti da lui sceneggiati in prima italiana. Si tratta di Someone To Talk To (2016), esordio della regista Liu Yulin, e I’m Not Madame Bovary di Feng Xiaogang, regista con il quale Liu Zhenyun ha un sodalizio stretto.

Nel vasto movimento del cinema cinese che dagli anni ’80, con l’affermarsi della cosiddetta Quinta Generazione, e in modo massiccio dal decennio successivo ha conquistato i festival e un rilievo internazionale, il ruolo de “l’altra metà del cielo”, secondo la celebre definizione di Mao, e delle registe donne non è stato riconosciuto quanto meriterebbe. Eppure si deve a Zhan Nuanxin, regista e teorica nata nel 1940 e venuta a mancare nel 1995, diplomata alla Beijing Film Academy, una delle svolte decisive nella storia di questa cinematografia, con la pubblicazione nel 1979 del saggio “Sulla modernizzazione del linguaggio dei film”, nel quale affermava l’importanza della forma rispetto al contenuto, in quegli anni privilegiato dai cineasti. Zhan Nuanxin girò anche alcuni importanti film da regista: The Seagull (Sha Qu, 1981), The Drive To Win (1981), Qingchun ji (1985), ambientato durante la Rivoluzione Culturale e che le diede una visibilità internazionale, Good Morning, Beijing (Beijing nin zao, 1991) e A Yunnan Story (Yunnangushi, 1994).

La prima regista cinese è invece considerata Wang Ping, più nota come attrice, autrice di Darkness Before Dawn (1957). Sulla ribalta dei festival sono arrivate tra le prime Li Shaohong e Ning Ying. Li Shaohong vanta il primo premio in un festival internazionale: dopo l’esordio The Case of the Silver Snake (Yinshe mousha an, 1988) e The Bloody Morning (Xuese Quingchen, 1992), è premiata a Locarno nel 1992 con Family Portrait (Sishi Puhuo), mentre Hong Fen – Blus è in concorso a Berlino nel 1995. I suoi più recenti lungometraggi sono Stolen Life (Sheng si jie, 2005) e Men (2007).
Ning Ying, la cui sorella Ning Dai è sceneggiatrice nonché moglie del regista Zhang Yuan, ha studiato al Centro sperimentale di Roma ed è stata assistente di Bernardo Bertolucci per L’ultimo imperatore. Il suo debutto dietro la macchina avviene nel 1990 con Someone Loves Just Me, cui seguono For Fun (1993), On The Beat (1995) e I Love Beijing (Xiari nuanyangyang, 2001) che compongono la cosiddetta “trilogia di Pechino”; sarà quindi la volta di Railroad of Hope (2002), Perpetual Motion (2005), To Live and Die in Ordos (Jingcha Riji, 2013) e Romance Out of the Blue (2015).

Altra regista che emerge negli anni ’80 è Huang Shuqin, autrice finora di sette lungometraggi che esordisce nel 1983 con Forever Young (Quing chun wan sui) per affermarsi al quarto film, Woman, Demon, Human (Ren Gui qing, 1987), storia di una celebre attrice di opera cinese che, contro la tradizione, si specializzò in ruoli maschili. Il suo ultimo lavoro è Hi Frank! del 2002.
Intanto a Hong Kong si afferma Ann Hui, nata nella Cina Popolare, trasferita da piccola nella città stato: studi a Londra, assistente del grande King Hu, vari lavori in tv prima di debuttare nel lungometraggio con The Secret nel 1979. La sua filmografia è ricca e composita, riconosciuta a livello internazionale come dimostra, al di là di ogni riflessione, Summer Snow (Nu ren si shi), premio della giuria ecumenica alla Berlinale nel 1995. Tra i suoi film The Song of Exile (1990, in parte autobiografico nel raccontare la perdita d’identità e lo scontro di culture dovuto all’esilio di sua madre giapponese), The Stunt Woman (1996), storia in tre capitoli con Michelle Yeoh, Ordinary Heroes (1999), Goddess of Mercy (2003, con per protagonista una donna poliziotto), Night and Fog (2009) e su tutti A Simple Life (Tou ze), storia di riconoscenza di un uomo verso la domestica della sua famiglia, con la straordinaria interprete Deannie Yip premiata con la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia nel 2011. Con quasi trenta regie, svariati premi, alcuni film come interprete, presenze in giuria a Venezia, Berlino e Locarno, è certamente la più illustre di tutte le registe cinesi, una delle protagoniste della “new wave hongkonghese” e capace di alternare pellicole spettacolari e di genere (come il wuxia) e opere più intimiste o d’impianto strettamente sociale. L’ultimo lavoro, in attesa dell’annunciato Eight & a Half (Baat Bou Bun), è la saga storica The Golden Era (2014), presentato come film di chiusura della Mostra di Venezia nell’edizione 2014 quando è stata anche presidente della giuria della sezione Orizzonti.

Alla scena hongkonghese appartiene anche Mabel Cheung, che ha anche studiato teatro in Gran Bretagna, rivelatasi negli anni Ottanta con una trilogia dell’emigrazione cinese in America: The Illegal Immigrants (Fei fat yi man, 1984), An Autumn’s Tale (1987) con Chow Yun-fat e Eight Tales of Gold (Ba liang jin, 1989) con Sylvia Chang. Tra i suoi lavori, la screwball comedy Now You See Love, Now You Don’t (Wo ai niu wen chai, 1992), nella quale recita anche, e The Soong Sisters (1997), storia di una dinastia politica con Maggie Cheung e Michelle Yeoh. Il suo lavoro più recente, realizzato dopo molti anni di pausa, è A Tale of Three Cities (Sang chen ji, 2015) dramma romantico di ambientazione bellica ispirato alla vera storia dei genitori di Jackie Chan durante la Seconda guerra mondiale, sulla quale aveva realizzato il documentario Traces of a Dragon nel 2003.
In concorso a Berlino nel 2007 con Lost in Beijing, e selezionata in vari festival, è invece Li Yu, autrice anche di Double Xposure (2012) e Ever Since We Love (2015). Altra autrice con già alcuni titoli all’attivo, Perfect Life (2008) e All Apologies (Ai de ti shen, 2012), è Emily Tang. Perfect Life, prodotto da Jia Zhangke e selezionato alla Mostra di Venezia in Orizzonti, accosta due storie diverse, tra fiction e documentario: due donne in cerca di realizzazione ma che non trovano sbocchi e si vedono respinte verso il passato.
Guarda anche fuori dai confini Guo Xiaolu. She, A Chinese (2009), Pardo d’oro del Festival di Locarno, è la storia di una ragazza di campagna che faticosamente corona il sogno di arrivare in occidente. Premio del pubblico al Fcaal di Milano è il successivo Ufo in Her Eyes (2011), curiosa storia di un villaggio che si vanta di essere a poca distanza da quello natale di Mao e i cui abitanti sono stretti tra le rigidità del regime e il sogno americano.

Un esordio notevole è Trap Street (2013) di Vivian Qu, selezionato alla Settimana della critica di Venezia, storia di misteri tecnologici e smarrimento nella Cina in trasformazione, protagonista un giovane addetto ai rilievi topografici che si imbatte in una strada di Pechino non segnata sulle mappe. Vivian Qu è anche produttrice, tra gli altri, del noir Fuochi d’artificio in pieno giorno (Bai ri yan huo) di Diao Yinan, Orso d’oro a Berlino 2014.
Huang Ji, che lavora con il marito giapponese Ryuji Otsuka, si è segnalata prima con il corto The Warmth of Orange Peel (2010, selezionato a Berlino), per poi esordire nel lungometraggio con Egg and Stone (Jidan he shitou, 2011, premiato a Rotterdam), seguito dal documentario Trace (2013) sulla propria famiglia sino-giapponese mentre i rispettivi paesi si disputano le isole Senkaku. Il lavoro “di coppia” The Foolish Bird (Ben niao), storia di un’adolescente che vuole accedere all’accademia di polizia ma allo stesso tempo è coinvolta in traffici di piccola criminalità legati al furto di telefoni cellulari, è stato presentato nella sezione Generation dell’ultima Berlinale. Liu Yulin ha esordito nel lungometraggio nel 2016 con Someone To Talk To, scritto dal noto scrittore e sceneggiatore Liu Zhenyun (Cell Phone e Back to 1942). La storia narra di un fratello e una sorella in una piccola città cinese: lui lavora come ciabattino, lei vende focacce. Entrambi vivono una profonda solitudine sentimentale, visto che il primo non riesce a parlare con la moglie dopo dieci anni di matrimonio e l’altra non trova un compagno.

Più dedite a un cinema commerciale, o destinato al mercato nazionale, sono Wong Chun-chun, regista di Girls (2014) e The Secret (2016), Xu Jinglei, autrice di Letter from an Unknown Woman (2004), Dear Enemy (2011) e Somewhere Only We Know (2015), Wang Yichun (What’s in the Darkness), Xue Xiaolu (Finding Mr. Right e Book of Love), l’attrice e regista Zhao Wei (So Young del 2013). Tra le altre donne influenti del cinema cinese un cenno lo meritano per lo meno Gong Li, già musa di Zhang Yimou con il quale è stata protagonista dell’affermazione del cinema cinese sulla scena internazionale, e la produttrice Shi Nansun, ex moglie di Tsui Hark (del quale ha prodotto Time and Tide, Seven Sword e Young Detective Dee – Il risveglio del drago marino), che ha lavorato al fianco di Ann Hui, Wilson Yip, Tae Yong-Kim e altri, e ha ricevuto la Berlinale Camera al Festival di Berlino 2017.

Info
Il sito del festival Sguardi altrove.

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