The Good Heart

The Good Heart

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Presentato al Bergamo Film Meeting nella personale sul regista Dagur Kári, The Good Heart rappresenta la trasposizione nel contesto di una New York arrugginita e periferica delle poetiche dell’autore nordico, che lo portano a un mondo di vecchie e nuove marginalità.

Va dove ti porta il cuore

Lucas è un giovane senzatetto che vive sotto il ponte di Brooklyn. Dopo un tentativo di suicidio rivelatosi un fallimento, viene portato in ospedale. Qui è costretto a condividere la stanza con Jacques, burbero proprietario di un piccolo bar, gravemente malato di cuore. Non avendo familiari e temendo di morire da un momento all’altro, Jacques stringe un’improbabile amicizia con Lucas, con l’intenzione di lasciargli in eredità ciò che possiede. Una sera nel bar di Jacques entra April, aspirante hostess che ha perso il lavoro perché le è venuta la paura di volare… [sinossi]

Se il protagonista di Nói albinói viveva in uno sperduto villaggio islandese sognando un’isola tropicale, così il regista di quel film, l’apolide nordico Dagur Kári – la cui vita e le relative radici culturali si snodano tra Islanda e Danimarca, pur essendo nato a Parigi – approdava nel 2009 con The Good Heart negli USA, a oggi la sua unica avventura cinematografica oltreoceano, con un cast internazionale che prevede l’hollywoodiano Paul Dano e la francese Isild Le Besco. La New York messa in scena in The Good Heart, presentato al Bergamo Film Meeting per la personale dedicata al regista, è una New York marginale, fatta di locali infimi, bar squallidi frequentati da marinai e pieni di fumo, posti dove si mangiano ostriche, piccole botteghe di quartiere, slum, dove sempre l’aspirazione massima è quella di evadere ai Tropici.
La metropoli americana è quindi vista nei suoi aspetti equivalenti del villaggio di pescatori di Nói albinói. Come il personaggio di un precedente film di Dagur Kári, il cortometraggio Lost Weekend, un albergatore ossessionato dai frigo bar e dalla disposizione delle bevande al loro interno, così è spesso Dagur Kári nella composizione della sua immagine, che qui trova compimento nella scena di Jacques davanti a un tavolino pieno di tazzine di caffè.

L’incontro tra Lucas e Jacques, e poi con April, è l’incontro di marginalità e solitudini, fin troppo schematizzate fino quasi a sembrare caricaturali. L’hostess che ha paura di volare e rimane disoccupata, porta un’ironia nella sua triste condizione. Sono dei personaggi volendo alla Kaurismäki, anche nel loro essere buffi: l’umanesimo del regista islandese può essere accostato a quello del collega finlandese, associabile anche per una punta, ma solo una punta, di grottesco e ironia. Lucas che non sa come mangiare i noodles, e che usa la salsa ketchup per fare il bloody mary. C’è una creatività del grottesco che è quella, di cui sopra, del regista.
Sono solitudini, quelle dei personaggi di The Good Heart, che si identificano nei compagni animali, simboli di innocenza: il gattino di Lucas, il buffo cane di Jacques, che entra in ospedale con le apposite calzature sanitarie, e poi la papera cui viene dato il nome di Estragone, interpretabile tanto come buffo riferimento a una pianta aromatica – il dragoncello – quanto, e a maggior ragione, al teatro dell’assurdo che vivono i protagonisti. Sono personaggi dalla nobiltà interiore in un mondo dove vige la legge della giungla. Quando Lucas riceve inaspettatamente del denaro, pur essendo indigente, si appresta a dividerlo con gli altri bisognosi. E quando può finalmente dormire in un letto vero, si corica sotto, abituato a quella condizione di homeless che vive sotto i ponti. E Lucas festeggerà il matrimonio sui tetti della città.

The Good Heart verte in definitiva sul concetto di dono, così come nell’aiuto che Jacques offre a Lucas, per arrivare all’archetipo del Pigmalione, del maestro e dell’allievo, un aiuto premuroso e affettuoso che si esprime nella scena in cui è proprio il maestro a fare da barbiere al discepolo. E l’aiuto sarà anche poi quello di Lucas ad April.
Ma The Good Heart è lungi dall’essere un film idilliaco, e si farà sentire nel finale tutto il cinismo e la disillusione dell’autore. I due protagonisti si erano conosciuti nella camera d’ospedale, arrivati dopo due incidenti, lasciati rigorosamente fuori campo. L’uno dopo un tentato suicidio, l’altro per un attacco cardiaco. Il cuore è il concetto metaforico forte del film, a partire dal titolo. Ma la classica metafora deamicisiana si stempera nella materia e nella carne, nelle vene recise che perdono sangue – vero, non è più il ketchup con cui avevamo scherzato prima – in un trapianto cardiaco, in una cruda scena di chirurgia dove nulla è risparmiato alla vista. Ci sarà un rigetto?

Info
La scheda di The Good Heart sul sito del Bergamo Film Meeting.
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