Curse of Mesopotamia

Curse of Mesopotamia

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Curse of Mesopotamia non è un horror come tutti gli altri; girato nel Kurdistan iracheno e incentrato sul mito che si cela alle spalle della festività Nawrūz, ha vissuto il set nel pieno dell’avanzata del Daesh. Una lavorazione tormentata per un film ambizioso, attraverso il quale il regista siriano Lauand Omar scandaglia i traumi di un mondo occidentale che ha rinunciato ai propri legami con le radici mesopotamiche dell’umanità. Radici che la notte tornano come incubi, a ghermire la loro mente, e forse non solo quella. Travagliato e non privo di imperfezioni, ma affascinante, e in grado di perturbare lo spettatore.

You’re Mine… Forever!

Cinque sconosciuti sono collegati tra loro da un’unica cosa: ogni notte ricevono la visita di un demone in un incubo così disturbante e realistico che influisce negativamente nella loro vita quotidiana. Quando la loro comune psichiatra suggerisce una terapia di gruppo da svolgere in un luogo simile al posto che continuano a vedere nell’incubo, i cinque accettano di malavoglia, e con poca fiducia. Tra loro ci sono John, un militare statunitense e padre divorziato, la pittrice Veronique, l’ex porno diva Amira, il playboy bisessuale Tony e Ahmed, un islamico che crede ciecamente ai dettami del Corano. Una volta arrivati a Erbil, in Iraq, realtà e incubo inizieranno a fondersi tra loro… [sinossi]

La storia di Curse of Mesopotamia, opera prima del regista siriano (ma diventato ben presto giramondo) Lauand Omar, non si ferma solo a ciò che prende corpo sullo schermo, ma continua alle sue spalle, allargando il discorso al metodo di produzione, e soprattutto alla Storia, quella con la s maiuscola, del medio oriente, luogo/non-luogo che l’occidente continua a guardare con sospetto, sfruttandolo e radendolo al suolo di tanto in tanto. Una storia secolare, perfino millenaria, che in questi ultimi anni ha preso i contorni del Daesh, il califfato proclamato nel 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, proprio nei mesi in cui Omar, con grandi difficoltà e vendendo alcuni terreni ereditati, allestiva il set di Curse of Mesopotamia; mentre il demone notturno abitava gli incubi dei cinque protagonisti del film, l’Isis avanzava, conquistava territori, distruggendo le reliquie del passato pre-islamico e massacrando i nemici dell’Islam, a partire ovviamente dal popolo curdo presente in Siria e in Iraq. Alcuni membri della troupe abbandonarono il film per andare fisicamente a combattere i miliziani di al-Baghdadi. C’è un incubo fuori e un incubo dentro Curse of Mesopotamia, ed è impossibile estirpare uno dal corpo dell’altro; il sonno agitato che impedisce di dormire al soldato John e agli altri protagonisti del film è quello di un occidente che ha cercato e sta cercando di eliminare, fisicamente e mentalmente, qualsiasi tipo di rapporto con le proprie radici, con quella “culla della civiltà” che è stata distrutta, passo dopo passo, in maniera sistematica.

Basterebbe la scelta di girare il film nel Kurdistan iracheno per fare di Curse of Mesopotamia un caso da citare, e da seguire con attenzione; Lauand Omar è un regista ambizioso, e non ha timore di sfidare le convenzioni, o supposte tali. Girato in inglese, con la speranza di una maggiore facilità nel veicolare il film a livello internazionale, Curse of Mesopotamia ruota attorno alla festività nota come Nawrūz (o anche Nawroz, Neruz, Navruz, Naw Ruz, a seconda delle zone in cui viene celebrata), punto di contatto tra le varie anime dell’Islam e le religioni pre-islamiche: anche i curdi lo festeggiano, e proprio una leggenda curda è alla base dello svolgimento della trama.
Nel tracciare un percorso che si affida a schegge di antropologia, maneggiando credenze popolari vecchie di millenni (il Nawrūz si festeggia da almeno tremila anni, secondo le fonti più accreditate dagli archeologi), Omar tenta di ritrovare un legame con la propria terra. Nelle pieghe di un racconto soprannaturale, che narra di demoni e di re mangiatori di cervelli, si cela dunque l’intima necessità di ritrovarsi, di appartenere a una terra, di vivere il patimento di un popolo vessato, al quale è anche impedito di dare vita a una nazione autonoma. Se alcuni passaggi di Curse of Mesopotamia appaiono troppo “facili”, e l’interpretazione dei protagonisti è senza dubbio altalenante – dopotutto i personaggi che interpretano sembrano svincolati da una realtà, e svolgono più che altro un ruolo di funzione allegorica, con tutti i limiti che questo può comportare –, è innegabile il fascino di un’operazione che non ha eguali, e che cerca di proporre un’idea alternativa per raccontare una terra martoriata, e un popolo in lotta.

Sotto questo profilo il film appare quasi come la versione povera di Under the Shadow dell’iraniano Babak Anvari; anche lì, come in Curse of Mesopotamia, l’apparato orrorifico veniva utilizzato per allargare il discorso a una rilettura del reale, e della Storia. Incursione nel fantastico non priva di eleganza e in grado di perturbare lo spettatore (le apparizioni del demone notturno sono angosciose, figura diafana e ferina), quella messa in scena da Omar è una deviazione dalla prassi ancora zoppicante, ma che sembra muoversi nella direzione giusta, sposando miti ancestrali a necessità contemporanee, e inneggiando a una liberazione dalla tirannia del culto che non può non trovare un corrispettivo nella lettura del quotidiano.
Opera resistente che innalza lodi alla resistenza curda pur senza citarla praticamente mai, Curse of Mesopotamia si muove nel buio della notte, alla ricerca di una luce forse illusoria, e che potrebbe non arrivare mai.

Info
Il trailer originale di Curse of Mesopotamia.
La pagina facebook di Curse of Mesopotamia.
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