Il permesso – 48 ore fuori

Il permesso – 48 ore fuori

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Con Il permesso – 48 ore fuori Claudio Amendola, alla seconda regia dopo La mossa del pinguino, firma un noir canonico ma non privo di una propria sincerità, anche se troppo debitore di esempi recenti come Suburra. Insieme a lui nel cast anche Luca Argentero, Valentina Bellè e Giacomo Ferrara, per un progetto corale altalenante ma che cerca di smarcarsi dalle secche della produzione italiana contemporanea.

La gabbia intesa come strada o palazzo

A Luigi, Donato, Angelo e Rossana sono state concesse 48 ore di permesso fuori dal carcere di Civitavecchia. Per motivi differenti si trovano in galera, dove devono scontare il loro debito con la giustizia. Ma adesso sono fuori, e devono decidere in che modo spendere il poco tempo che gli è stato concesso. Vendetta, redenzione, riscatto, amore. Una volta usciti ognuno di loro dovrà fare i conti con il mondo che è cambiato mentre erano dentro. [sinossi]

Già presentato al Noir in Festival lo scorso dicembre (la prima edizione lombarda, lontana da Courmayeur), arriva ora in sala con Eagle Pictures Il permesso – 48 ore fuori, seconda prova da regista di Claudio Amendola a due anni di distanza da La mossa del pinguino. Lo scarto rispetto al timido esordio, forse non compiuto da un punto di vista strettamente qualitativo, appare però evidente per quel che concerne la timbrica scelta. La mossa del pinguino arrancava inseguendo gli stilemi di una commedia sempre più standardizzata, esperita oramai quasi solo in provetta, e lo dimostrava anche il cast scelto per la bisogna, da Antonello Fassari a Edoardo Leo, da Ennio Fantastichini a Ricky Memphis e Sergio Fiorentini. Amendola, dopo un trentennio di scorribande davanti alla macchina da presa, si accomodava su un percorso battuto fino allo stremo dalla produzione italiana.
Ben altro coraggio, sotto questo profilo, è quello che potrebbe trasparire a prima vista da Il permesso – 48 ore fuori, che percorre invece le strade del noir, tratteggiando personaggi umbratili, che devono decidre, nell’arco di un paio di giorni, cosa fare delle proprie vite: la giustizia ha concesso loro, che sono ospiti delle patrie galere, un permesso di 48 ore, il primo a disposizione dopo tempo immemore. Tra chi cerca di ritrovare la moglie finita in un giro di prostituzione, chi cerca di riportare sulla diritta via il figliol prodigo e chi cerca una propria vi(t)a, il film si muove in modo corale, segmentando il racconto da diverse prospettive.

In realtà alle spalle di un progetto come Il permesso – 48 ore fuori si cela una struttura meno ripetuta (e ripetitiva) di quella che sorregge le misere commedie nostrane, ma altrettanto oliata: Giancarlo De Cataldo, che sceneggia il film insieme allo stesso Amendola e a Roberto Jannone, è la penna a cui si devono, tra gli altri, Romanzo criminale di Michele Placido, Noi credevamo di Mario Martone e Suburra di Stefano Sollima; il produttore Claudio Bonivento da trent’anni cerca di riesumare il cadavere del noir, del mafia-movie e del crime, tra I giorni del commissario Ambrosio di Sergio Corbucci e il dittico di Marco Risi Mery per sempre/Ragazzi fuori, Crack e Poliziotti di Giulio Base e La scorta di Ricky Tognazzi.
Amendola non si muove dunque su un territorio inesplorato, per quanto sempre più rare appaiano le digressioni in questa direzione che non contemplino un progetto produttivo dotato di un peso specifico, come il già citato caso di Sollima. L’aspetto più interessante de Il permesso – 48 ore fuori è proprio quello di cercare una via meno “autoriale” al genere, rimanendo incollato semmai a un’impronta di serie B che il cinema italiano ha dismesso quasi completamente, e nella maggior parte dei casi ha perfino dimenticato “come si fa” (non a caso Placido ha dovuto espatriare in Francia per portare a termine il polar Il cecchino, solo un pugno di anni fa).

Se sotto il profilo della messa in scena Amendola paga dazio sia a Placido che a Sollima, e la sceneggiatura procede per blocchi contrapposti ma troppo forzati da una lettura morale di ciò che sta avvenendo in scena, è indubbio che dalle fitte trame del film traspaia una sincerità a tratti quasi commovente, che riesce anche a supplire a molte delle mancanze logiche del film. I segmenti che vedono protagonisti Luca Argentero – l’uomo alla ricerca disperata della moglie costretta a prostituirsi mentre lui era detenuto – e Giacomo Ferrara (già visto nei panni di ‘Spadino’ proprio in Suburra), perfettamente inguainati in una dimensione di genere che segue regole ferree senza eccessive forzature, sono con ogni probabilità i più ispirati del film, e quelli in cui l’idea di narrazione e di senso di Amendola prorompono con una maggiore coerenza.
Distante dall’idea di un noir ferino, crudele e privo di compassione, l’attore romano ricerca invece una dolenza espiatoria, costruendo figure fortemente cristologiche (Argentero su tutti, ma anche lo stesso Amendola nel ruolo del padre che vuole evitare in tutti i modi che il figlio segua la sua strada criminale) che vanno incontro a un martirio inevitabile anche quando la narrazione sembrerebbe dire il contrario. L’afflato retorico è un peso, non v’è dubbio, ma allo stesso tempo certifica la purezza quasi adamantina dello sguardo di Amendola, che si permette anche qualche piccola finezza, e non disdegna riflessioni en passant sulle differenze di classe anche all’interno del mondo della piccola e grande criminalità. Ne viene fuori un’opera altalenante e imperfetta, ma da non trattare con troppa durezza o sufficienza; c’è più vita, a ben vedere, nei passaggi impuri e sbalestrati de Il permesso – 48 ore fuori che nella stragrande maggioranza delle commedie che infestano le sale, e la cui elencazione sarebbe troppo lunga, e stancante.

Info
Il trailer de Il permesso – 48 ore fuori.
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