Hair

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Rivedere Hair nella retrospettiva del Bergamo Film Meeting dedicata a Miloš Forman, il caposaldo tra i grandi musical di Broadway adattati al cinema, il simbolo della controcultura hippie e pacifista, permette di riscoprire un passaggio cruciale all’interno di una carriera che si è giocata a cavallo tra Nová vlna e Hollywood, tra Cecoslovacchia e Stati Uniti, tra socialismo e capitalismo, tra entrambe le ideologie con volto umano e con volto disumano.

C’era un ragazzo che come me…

Giunto a New York per unirsi ai Marines destinati al Vietnam, il giovane Claude si imbatte in Central Park in un gruppo di hippie capitanati da George. Questi, non essendo riusciti a fargli cambiare idea sull’arruolamento, lo convincono comunque a passare con loro un paio di giorni. Claude vorrebbe rivedere Sheila, una ragazza incontrata al parco. Per permettere a Claude di passare ancora qualche momento con lei, George si sostituisce a lui al campo di addestramento. Arriva però l’ordine di partenza. [sinossi]

Il 20 agosto 1968 i carri armati del Patto di Varsavia entrano in Cecoslovacchia per soffocare la Primavera di Praga e riportare il paese alla normalizzazione sovietica. Si pone una lastra tombale anche a tutto quel fermento artistico del decennio che ha prodotto, al cinema, la Nová vlna. Il 17 ottobre del 1967 debutta il musical Hair di James Rado e Gerome Ragni con la musica di Galt MacDermot, prima in un teatro off per poi campeggiare nei cartelloni di Broadway per tutto il ’68 e oltre; tra gli interpreti anche una giovanissima Diane Keaton (che allena le corde vocali per il suo “la-di-da, la-di-da” di Io e Annie). Il musical è il simbolo della controcultura hippie giunta al suo culmine, del movimento pacifista che si oppone alla guerra del Vietnam. Dagli inizi del 1968 uno degli autori della Nová vlna, Miloš Forman, fa spola tra New York e Parigi per il suo primo progetto americano con il produttore Claude Berri e lo sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Assiste alla contestazione, agli scontri razziali successivi all’omicidio di Martin Luther King, al Maggio francese, torna brevemente in patria scampando per pochi giorni l’invasione sovietica.
Già dal suo approdo negli USA il regista accarezza l’idea di portare Hair in pellicola. Il suo primo film americano, Taking Off (1971) può essere visto come un’anticipazione del popolare musical: “La mia storia con Taking Off era in realtà il mio amore con Hair, ma Hair era diventato un affare troppo grosso per me. Ero molto ingenuo a sperare che me lo affidassero. E allora sarei stato disposto a girarlo in teatro, a registrare una fedele versione dello spettacolo teatrale, pur di fare il film” [1]. Se il collega Roman Polanski, approdato negli States poco prima, vedeva gli hippie come un esempio dell’opulenza americana, nullafacenti che la sua Polonia non avrebbe potuto permettersi, Forman viene attratto da quel mondo per la ricerca di una libertà che in un paese socialista, come quello da cui proviene, sarebbe impensabile. Li frequenta ma li trova noiosi, presi a farsi cannoni e guardare il soffitto, buoni al limite per un film di Andy Warhol. Ma trova invece drammaturgicamente interessante la loro fuga dalla famiglia. I tempi per Hair matureranno dopo una decina di anni, nel 1979, dopo che il progetto era stato rifiutato da altri registi, tra cui George Lucas, e a seguito del grande successo di Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975). Un’idea latente di musical in effetti è presente più o meno in tutta la carriera di Forman fino ad allora. Già da quando, neodiplomato, fonda una compagnia che si chiamerà Teatro della Commedia Musicale e porta sul palcoscenico la pièce musicale Balada z hadrů (Ballata degli stracci) di Jan Werich e Jiří Voskovec, con musiche di Jaroslav Ježek, ispirata al poeta francese François Villon. Il primo film di Forman, Konkurs (1964) è costituito dalle riprese dei provini per cantanti del cabaret Semafor. Successivamente gira Kdyby ty muziky nebyly (Se non fosse per la musica, 1964), un documentario sulle band musicali. Poi ci sono la lunga sequenza della sala da ballo ne L’asso di picche (1964), quella per l’incontro organizzato tra operaie e militari de Gli amori di una bionda (1965) e quella della festa di Al fuoco pompieri! (1967), i momenti di canzoni in Taking Off, che irrompono in scena all’inizio, in montaggio alternato con la seduta psicanalitica del padre, quasi emergessero dal suo subconscio. Sono dei provini, cui si sottopone la figlia scappata di casa, e quella dei provini, delle audizioni rappresenta una figura chiave del cinema di Forman che comincia, non a caso con Konkurs, per passare poi per la lotteria e il concorso di bellezza di Al fuoco pompieri!, con il giudice seduto.

Forman che, dalle sue memorie [2], ricorda il trauma di non aver passato la selezione per la Scuola Drammatica di Praga, per un impaccio momentaneo alla domanda del colloquio: “Mi dica come metterebbe in scena la lotta per la pace?”. E la scelta di ripiego del cinema, passando questa volta l’esame per il corso di sceneggiatura della FAMU, lo avrebbe portato trent’anni dopo a realizzare un kolossal hollywoodiano come Hair, dove avrebbe messo in scena proprio la lotta per la pace. L’audizione è un modo di fotografare le giovani generazioni, la loro ingenuità e le loro ambizioni, attraverso i loro volti che non cambiano se a indire il concorso è un ente ufficiale, come il teatro Semafor, o gente losca che millanta ingaggi che non può mantenere. “Un concorso è soltanto un reclutamento. E io non conosco nulla che sia più crudele e penoso di un reclutamento. […] Durante il reclutamento anche il più grande degli eroi futuri, è nudo come tutti gli altri” [3].
Taking Off è esso stesso un provino, quello di Forman, per Hollywood, per la sua nuova patria cinematografica. E in Hair, dopo che il provino è stato abbondantemente superato a suon di Oscar per Qualcuno volò sul nido del cuculo, il reclutamento non può essere che l’arruolamento nei Marines. Un momento sulla carta terribile con una commissione di ufficiali, metà di colore e metà bianchi – con ai muri opposti il ritratto di Lyndon Johnson e l’iconico poster “I Want You” dello Zio Sam – che esaminano i candidati uno per uno, fatti spogliare, che rimangono nudi con le mani a coprirsi i genitali. Il primo di questi è un ragazzo mingherlino che si ostina a tenere i calzini finché i militari glieli tolgono a forza scoprendo le unghie dei piedi dipinte, l’ultimo residuo del pudore si colora di un significato che ora diremmo transgender. Ma irrompe la canzone “Black Boys/White Boys”, che mette in montaggio un dialogo tra la scena nella caserma e le ragazze nel parco. Un inno all’erotismo dei ragazzi neri e di quelli bianchi, alla sessualità e promiscuità che superi le barriere razziali e di genere sessuale. I severi reclutatori si sciolgono, alcuni di loro cantano in farsetto, sorridono divertiti per le unghie del ragazzo. Un momento di sogno, portato dalla musica, ma poi tornano a irrigidirsi quando questa cessa. La musica che fa cambiare gli uditori, anche solo come atteggiamento, come cambiavano in Konkurs. La musica che aveva fatto ballare anche i cavalli dei poliziotti al Central Park. E questa scena del reclutamento è il contraltare del concorso di bellezza militarizzato di Al fuoco pompieri!.

Con Hair si compie anche un altro tema centrale del Forman ceco, quello dei rapporti parentali e dei conflitti generazionali. Già uno dei primi film da lui sceneggiati, I cuccioli (1958) diretto da Ivo Novák, racconta di un ragazzo che si sposa all’insaputa dei genitori e che invita la novella sposa, non avendo altro luogo, a trascorrere la prima notte di nozze di nascosto nella casa dei suoi, che alla fine la scoprono. Milda, il ragazzo protagonista de Gli amori di una bionda che dorme come un bambino a letto con i genitori oppressivi, lasciando la sua camera alla sua conquista, Andula, che devono ospitare. Con Taking Off il divario e il confronto generazionali sono quelli di sudditanza tra un esponente della Jeune vague del cinema ceco e, se non qualcosa di simile a quello che i colleghi francesi della Nouvelle Vague bollavano come cinéma de papa, il grande cinema americano. “L’America per me, è il paese del cinema come l’Egitto è quello delle piramidi o la Grecia quello delle sculture” [4], sostiene il regista. Taking Off parla di una ragazza che scappa di casa, che lascia la famiglia come lui aveva appena fatto con la patria per relazionarsi, in modo dialettico, verso una nuova famiglia. Forman porta il suo cinema, con la sua freschezza espressiva da nouvelle vague, nel seno del grande cinema hollywoodiano e, come in Hair, ora mette in scena una ribellione anziché farla con il suo stesso cinema. George di Hair che canta attraversando a piedi il banchetto nuziale imbandito, lussuosissimo, cammina sulle portate come facevano le due protagoniste de Le margheritine (1966). E tra l’esercito inserisce ironicamente Nicholas Ray, cineasta ribelle e anarchico, mito per tutte le nouvelle vague, nel ruolo del generale il cui discorso viene sabotato dalla musica negli altoparlanti. Ma Taking Off mostra come il divario, tra nuove e vecchie generazioni, Jeune vague e Hollywood, possa non rimanere tale e le distanze accorciarsi, i due sistemi cinematografici contaminarsi. I genitori diventeranno hippie a loro volta, fumeranno marijuana e finiranno il loro festino a strip poker. Un momento catartico tra genitori e ragazzi, e la famiglia riaccoglierà la figlia discola con il suo amico capellone, ma con l’aiuto del denaro, perché si scopre che il giovane con le sue canzoni di protesta guadagna un mucchio di dollari. Già i riservisti di mezza età di Gli amori di una bionda cercavano, ed erano chiamati a farlo, di tornare giovani corteggiando le operaie del paese. E anche in Al fuoco pompieri! le signore attempate si prestano al gioco generazionale, ballando insieme alle ragazze, mentre una donna grassa e anziana diventa la reginetta.

Il compimento, in Taking Off, del processo di avvicinamento del padre, alla cultura hippie della figlia, avviene con la sua nudità, coprendosi con le mani il bassoventre, come recita del resto il titolo stesso del film. La nudità è un’immagine che il regista insegue per tutta la sua filmografia, che lo condurrà al biopic del pornografo in Larry Flynt – Oltre lo scandalo (1996). Nudità che il regista cita come metafora di fragilità e vulnerabilità nei provini. Nudità che passa per quella sensuale, e ardita per l’epoca, immagine di Andula e Milda nudi, con la testa di lui appoggiata all’inguine di lei. O per la nuova arrivata di Al fuoco pompieri!, che subito si spoglia rimanendo in indumenti intimi. In Hair ancora confluiscono questi temi formaniani. Qui i ragazzi sono già andati via da casa, non si vedono più nemmeno i loro genitori. I genitori del film sono il padre di Claude che, con cappello da cowboy come il figlio, gli dà i soldi nell’incipit. O quelli di Sheila, severi ed eleganti al matrimonio aristocratico (e privato come sottolineato da uno di loro) in cui gli hippie irrompono con lo stesso spirito di Ben alla fine de Il laureato (1967) di Mike Nichols, altra opera simbolo di un’epoca. Hanno creato una nuova famiglia spontanea, nel loro gruppo hippie, che si è sostituita a quella naturale. Forman ha reciso i cordoni ombelicali con l’Europa e da due anni ha acquisito la cittadinanza americana. La sua heimat acquisita. Ma continua a raccontare istanze di libertà nei giovani che hanno protestato contro il Vietnam e hanno rifiutato gli schemi sociali precostituiti. Il musical simbolo del movimento hippie che celebra il libero amore, la riscoperta del corpo, che prevede momenti in cui gli attori sul palco sono nudi – cosa che al cinema ancora non si può fare ma se rimangono scene con i personaggi molto discinti e quella del reclutamento di cui si è detto. Singolare poi che l’attore protagonista Treat Williams racconti [5] di essersi spogliato spontaneamente all’audizione fatta con Forman e Ragni, come a dire “È tutto quello che potete avere, non c’è niente di più”.
Oltre alla libertà della nudità, dello svincolarsi dai vestiti, un segno distintivo dell’ideologia hippie degli anni Sessanta sono i capelli lunghi, la generazione dei capelloni che rappresentano in questo modo un segno di distinzione rispetto al perbenismo borghese. Hair già dal titolo è un inno a questa filosofia di vita, il cui fulcro è proprio il brano “Hair” (“Puoi vedere i miei occhi? Allora i miei capelli sono troppo corti” dice una strofa della canzone che fa la parodia l’inno nazionale statunitense), che funziona sulla contrapposizione tra l’ordinato e pulitino Claude – presentato inizialmente con il cappello da cowboy in campagna per poi cambiarsi in abiti impiegatizi arrivato a New York – e i ragazzi del gruppo da cui si lascia trascinare nell’ebbrezza della filosofia hippie. E in questo senso va interpretata l’inversione drastica del film rispetto al musical d’origine, la morte di George anziché di Claude, con cui si era scambiato camuffandosi per permettergli di vedere la sua ragazza. George muore dopo essersi tagliato i capelli, perde così la sua natura di spirito libero, diventa vulnerabile come Sansone. “Capelli lunghi non porta più” cantava Gianni Morandi.

Milos Forman ha vissuto in due mondi diversi, passando dal disgelo che sarebbe culminato nel socialismo dal volto umano di Alexander Dubček, prontamente represso, al mondo libero e capitalista nel momento in cui questo ha ai suoi vertici Johnson e Nixon, impantanati in una guerra senza speranza, che mandano migliaia di giovani al macello. Forman si pone sempre nella posizione della ribellione e della controcultura, ma vive e sottolinea le specularità, le contraddizioni e le degenerazioni di entrambi i sistemi. I manifestanti davanti alla Casa Bianca alla fine di Hair sventolano la bandiera a stelle e strisce accanto a quella con il simbolo della pace, e Forman lo evidenzia. La sua posizione e la sua scelta sono chiare: un richiamo per gli Stati Uniti d’America a tornare ai suoi valori fondanti, ai suoi nobili principi primigeni, quelli raccontati da Alexis de Tocqueville, che ora i suoi presidenti hanno tradito. La base militare in cui è stata girata la parte finale di Hair si era inizialmente rifiutata di autorizzare le riprese al suo interno a un caposaldo dell’antimilitarismo, ma la produzione del film, con il suo budget a disposizione, alla fine ha prevalso. I militari dediti alla tutela dei valori americani, a portare libertà e capitalismo nel mondo, alla fine soccombono a un capitalismo ancora più potente, quello delle major hollywoodiane. Sono contraddizioni che Forman espone già in Taking Off, nella figura del capellone che fa un sacco di soldi con le sue canzoni di protesta.
L’America che vede Forman è sintetizzata nell’incipit di Hair, la periferia, le case hopperiane, con le staccionate dove i cavalli verranno domati dai cowboy, con le distese di zucche da usare per Halloween, le railway che attraversano i campi percorse da pick-up e aratri. L’America delle grandi praterie e dei grandi tramonti che attraversa Claude per intravedere lo skyline della grande città, l’America che confluisce attraverso un tunnel che funziona come un imbuto, nell’epicentro del Central Park dove viene messa in scena la lotta di classe, tra gli hippie e i borghesi a cavallo, l’America delle tensioni sociali che confluiranno, alla fine del film, alla Casa Bianca. Forman riesce a realizzare il musical sessantottino contro il Vietnam quando il conflitto è ormai concluso, e alla Casa Bianca siede il democratico pacifista Jimmy Carter. Quando c’è l’illusione che i valori americani siano stati ripristinati. “Solo adesso sento di essere tornato a casa” dice Ron Kovic di Nato il quattro luglio alla convention democratica che precede l’elezione di Carter che, come ogni presidente democratico che è succeduto a un lungo dominio repubblicano, ha generato l’illusione della fine della Storia. Forman ritorna al 1968, l’origine della controcultura, l’epicentro delle convulsioni della storia americana e mondiale, e della sua storia personale a cavallo tra le sue due heimat. E ci ritorna in quel momento in cui si vivevano gli ultimi scampoli dell’Era dell’Acquario, in cui sembrava fossero entrati dei raggi di sole. L’Era dell’Acquario finirà miseramente a breve, negli anni Ottanta, nel decennio reaganiano.

Note
1. Alvise Sapori, A passo di danza per Central Park, «La Repubblica», 24 aprile 1979, riportato in Paolo Vecchi, Miloš Forman, Il Castoro Cinema, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pag. 67.
2. Miloš Forman, È così che tutto è cominciato, in Miloš Forman, Edizioni di Bergamo Film Meeting, Bergamo 2017, pag. 94.
3. Miloš Forman, La verità deve essere sorprendente, in Jiří Janoušek (a cura di), 3 ½, Praga 1965, riportato in Roberto Turigliatto (a cura di), Nová vlna – Cinema cecoslovacco degli anni ’60, Festival Internazionale Cinema Giovani, Lindau, Torino 1994, pag. 221.
4. Paolo Vecchi, op. cit., pag. 3.
5. Lo dice nel documentario Milos Forman, un outsider à Hollywood (2012) di Clara e Julia Kuperberg.
Info
Il trailer di Hair.
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