Libere disobbedienti innamorate

Libere disobbedienti innamorate

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Interessante esordio della regista israelo-palestinese Maysaloun Hamoud, Libere disobbedienti innamorate mette in scena una Tel Aviv che è spazio di confine tra culture, comunque problematico da abitare per le tre giovani protagoniste.

Vivere i confini

Laila, Salma e Noor sono tre giovani israelo-palestinesi che faticano ad affermare la propria individualità di donne arabe in un contesto come quello della moderna Tel Aviv. Combattivo avvocato la prima, barista e dj lesbica la seconda, timida studentessa la terza, le tre trovano nell’amicizia la spinta per la rivendicazione dei propri diritti, strette tra due mondi che sembrano parimenti tesi ad escluderle. [sinossi]

Che venga distribuito in sala un film come Libere disobbedienti innamorate, già discusso esordio della regista israelo-palestinese Maysaloun Hamoud, è in sé un fatto importante. L’opera prima della Hamoud, avversata da alcune personalità dell’ambiente cinematografico palestinese (a causa del finanziamento ricevuto dallo stato di Israele), bersaglio di una fatwa dagli ambienti dell’integralismo islamico, ma anche insignita di alcuni importanti premi (tra questi, il NETPAC Award al Festival di Toronto) è infatti un film che rompe alcune importanti consuetudini, ma soprattutto molti perduranti stereotipi sulle cinematografie mediorientali. Come spiega il più pertinente titolo internazionale In Between (quello originale, Bar Bahr, significa in arabo Tra terra e mare), quello dell’esordiente Hamoud è infatti un film che vive in un territorio di mezzo, in uno spazio di confine tra culture (ma anche tra modi diversi di intendere il cinema) che lo rendono un’opera preziosa (anche) al di là della sua concreta riuscita. Una co-produzione internazionale (i capitali sono anche francesi), per un’opera che è appunto al confine, nella concezione e nei temi: se questi possono riassumersi, semplicisticamente, nell’emancipazione di tre donne arabe in un contesto contraddittorio come la moderna Tel Aviv, il modo di trattarli risulta volutamente refrattario (per fortuna) a qualsiasi classificazione.

La Tel Aviv messa in scena dalla regista (apprezzabile la sua capacità di utilizzare, in chiave più che meramente ornativa, le peculiarità dello spazio urbano) è in sé un contesto mutevole e cangiante, dalla superficie di appariscente modernità a celare perduranti e problematiche pulsioni tradizionaliste. Un territorio che le tre protagoniste abitano due volte da straniere: tali risultano, di fatto, sia rispetto al macrocosmo urbano, sia in rapporto al più ristretto contesto della propria comunità di appartenenza. Donne israelo-palestinesi intenzionate (in modo più o meno manifesto) ad affermare un’individualità, ma anche più genericamente un senso di cittadinanza, che le pongono invariabilmente nella marginalità. La multietnica e “occidentale” metropoli israeliana, con le sue frenetiche giornate e la sua mondanità notturna smaccatamente esibita, non fa che accentuarne il sentore di isolamento. Il senso di spaesamento e di estraneità mentale (tanto più forte, quanto più ridotta è la distanza geografica dal proprio luogo di origine), palese nelle figure di Laila e Salma, emerge con più gradualità nel personaggio di Nour, pennellato dallo script nel segno dell’understatement, di una (ri)definizione personale che si precisa e si solidifica a contatto con le nuove amiche. L’apparente modernità della metropoli non accoglierà le istanze delle tre donne, anzi: nel ristorante in cui lavora Salma è bandita la lingua araba, mentre il meschino, futuro marito di Nour è un rispettato membro della comunità.

Dall’enfasi sul confronto religione/laicismo di molti prodotti analoghi (la famiglia di Salma è cristiana) Libere disobbedienti innamorate amplia il suo sguardo sulle più generali dinamiche dello stigma sociale, evidenziando come i punti di contatto tra culture risultino spesso (disgraziatamente) proprio quelli che tendono ad estromettere, più che a includere, intere parti del corpo sociale. Lo fa, il film di Maysaloun Hamoud, con equilibrio e buon vigore narrativo, evitando di calcare la mano sui momenti a più elevato contenuto emotivo (il confronto di Salma con la sua famiglia, quello di Nour col promesso sposo) ma senza dimenticare gli strumenti offerti dal cinema per generare empatia. In questo, va segnalato un uso parco, ma sempre efficace, del commento musicale extradiegetico, inserito unicamente laddove la sua presenza offra un reale valore aggiunto. In uno sguardo che vuole muoversi all’insegna dell’equilibrio, e che tenta di penetrare finanche i punti di vista più respingenti (quelli di uomini meschini, violenti o semplicemente inconsapevoli) non tutto è sempre gestito con armonia: l’uso dell’ellissi narrativa è a volte troppo spregiudicato, mentre alcuni subplot (la love story di Laila, e soprattutto la sua crisi) non trovano adeguato approfondimento. Tuttavia, è da rimarcare il buon equilibrio raggiunto dal film tra l’approccio più esplicito e viscerale (riassunto nella sequenza dello stupro) e quello che ricerca i segni della sofferenza nel non detto, nei volti e nei corpi delle tre protagoniste.

Dramma intimo che ambisce a fotografare lo spazio di confine espresso dal titolo originale, spazio poco frequentato dal cinema quanto narrativamente fecondo, Libere disobbedienti innamorate si regge sulle sue tre ottime protagoniste, ma anche su una regia che fa già mostra di sicurezza e padronanza tecnica, non avendo paura a rivelarsi (e a utilizzare i suoi strumenti) laddove le esigenze del racconto lo richiedano. Il suo equilibrio e la sua lucidità di sguardo, che non cede alle scorciatoie retoriche di certo cinema prodotto nelle sue latitudini, restano un pregio da non sottovalutare.

Info
Il trailer di Libere disobbedienti innamorate.
La scheda del film sul sito della Tucker Film.
La pagina Facebook della Tucker Film.
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