Lasciati andare

Lasciati andare

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A cinque anni di distanza da Cosimo e Nicole Francesco Amato torna alla regia con Lasciati andare, una commedia brillante che gioca sugli opposti e si muove in solitaria all’interno della produzione contemporanea italiana, cercando di uscire dalla bolla d’aria in cui si è rintanato il nostro cinema, e in gran parte riuscendovi. Con Toni Servillo, Verónica Echegui, Luca Marinelli, Carla Signoris e molte partecipazioni straordinarie.

Mens insana in corpore sano

È cosa risaputa: un bravo psicanalista deve rimanere impermeabile alle emozioni che gli scaricano addosso i suoi pazienti. Ma nel caso di Elia, un analista ebreo di mezza età, c’è il sospetto che con gli anni la lucidità sia diventata indifferenza e il distacco noia. Ieratico e severo, con un senso dell’umorismo arguto e impietoso, Elia tiene tutti a distanza di sicurezza, persino la sua ex moglie Giovanna, che vive nell’appartamento di fronte e con cui continua a condividere il bucato e qualche serata al teatro dell’Opera. Quel che si dice un’esistenza avara d’emozioni, che Elia sublima mangiando dolci di nascosto e in gran quantità, finché un giorno, a causa di un lieve malore, è costretto a mettersi a dieta e a iscriversi in palestra. Ed è così che nella sua vita irrompe Claudia, una personal trainer buffa ed eccentrica, con il culto del corpo, nessun timore reverenziale per i cervelloni fuori forma come lui e un’innata capacità di trascinare nei suoi casini chiunque le capiti a tiro… [sinossi]

Lasciati andare è il titolo su cui 01 Distribution punta in occasione delle festività pasquali, con la speranza che si inverta una tendenza preoccupante, che ha visto la commedia italiana sbandare in maniera vistosa nel raggiungere l’obiettivo economico auspicato. Il botteghino non ha arriso, sono i freddi dati a testimoniarlo, alle commedie prodotte nella penisola e distribuite a partire dall’autunno [1]: non si tratta, come si è scritto da più parti, solo di disaffezione nei confronti dei cosiddetti “cinepanettoni”, ma di qualcosa di più profondo, e con ogni probabilità sistemico. Da un punto di vista produttivo, il corpo cinematografico sembra essere destinato a una progressiva (e aggressiva) cancrena, dovuta alla reiterazione infinita dei medesimi schemi, alla scelta di situazioni in cui è sempre più difficile immedesimarsi, a una narrazione standardizzata e nella quale con troppa facilità si ricorre all’escamotage della voce fuori campo, e alla messa in scena a conti fatti di un mondo che non esiste, se non nelle menti degli sceneggiatori.
Tutti vincoli che strangolano e soffocano il potenziale comico, ma anche e soprattutto sviano rispetto al racconto di una nazione che è sempre più idealizzata, trasformata in una nuvola utopista (a voler essere gentili) che poco o nulla ha a che fare con la realtà dei fatti. Francesco Amato, che torna a dirigere un lungometraggio a distanza di cinque anni dal precedente Cosimo e Nicole, ha il pregio essenziale di evitare le secche enumerate poc’anzi, collocando Lasciati andare in un limbo a suo modo indistinto, dove hanno residenza sempre meno film, e che sembra disabitato dalle produzioni. Sorprende, in qualche modo, leggere il nome di Cattleya alle spalle del progetto, visto che è corresponsabile di alcuni dei peggiori dirazzamenti degli ultimi anni (da Miniero a Cristina Comencini, passando per Siani).

Lasciati andare non è esente da piccole falle, ma si articolano all’interno di un percorso che sembra almeno muoversi nella direzione più indicata, a partire dalle scelte operate a livello di cast. Se il personaggio dello psicanalista ebreo (ma non osservante) Elia Venezia sembra cucito addosso a Toni Servillo, che può sfoderare la sua aria più noncurante e snobisticamente altezzosa, particolarmente ispirate appaiono le scelte di Verónica Echegui – qualcuno la ricorderà in Yo soy la juani di Bigas Luna –, folle e ipercinetica nel ruolo della personal trainer Claudia, e di Luca Marinelli, che qui riesce a trovare le coordinate per far incontrare/scontrare sullo schermo lo Zingaro de Lo chiamavano Jeeg Robot e il Peppe ladro tartagliante interpretato da Vittorio Gassman ne I soliti ignoti.
La presenza di Carla Signoris, e alcune comparsate speciali da Giacomo Poretti – peccato che il suo personaggio entri ed esca di scena in modo così poco armonioso – ad Antonio Petrocelli, passando per Pietro Sermonti e Carlo De Ruggieri, servono a far svicolare l’opera terza di Amato da quel microcosmo di attori che di solito si ripropongono titolo dopo titolo, quasi si stesse girando un unico, interminabile film. Il merito va ovviamente anche allo script firmato da Francesco Bruni insieme al regista e a Davide Lantieri: senza sprofondare mai nella vera e propria farsi, la sceneggiatura riesce a imbeccare i personaggi di battute al vetriolo, puntuti nonsense, partendo da suggestioni yiddish ben presto abbandonate per cercare conforto nel fraseggio deforme tipico dello slapstick.

Il meccanismo è semplice, e ruota attorno all’incontro casuale tra due figure a loro modo antitetiche: da un lato Venezia, razionale e ben poco interessato agli istinti primari dell’uomo, e dall’altro Claudia, spagnola trapiantata a Roma che invece ragiona ben poco preferendo lasciarsi guidare dalla natura, e dal corpo. Nel gioco sugli opposti, ovviamente, a vincere è l’irruenza di Claudia, che trascina il bolso psicanalista in un vortice di disavventure di ogni tipo, rimediandogli emozioni (e infortuni) mai patiti nel corso dell’intera vita. Uno schema basico, forse, ma che permette a Lasciati andare di mantenere un ritmo indiavolato, sradicando i personaggi da quegli appartamenti e da quelle stanze in cui solitamente vengono reclusi, e cercando di sposare alla verve dialettica anche un sano gusto per la corporeità in scena. Tra ruzzoloni, incidenti, minacce di morte e scazzottate al ristorante, Amato confezione una commedia brillante, che viene naturale sostenere nonostante alcuni passaggi a vuoto: dispiace veder utilizzato così per esempio il personaggio di Yuri, compagno di cella di Marinelli che irrompe in scena senza preavviso e si muove di sequenza in sequenza in maniera ondivaga, senza troppa attenzione al suo sviluppo.
Eppure a vincere è soprattutto l’alchimia che si crea nella coppia Servillo/Echegui, destinata a diventare triangolo scaleno con l’apparizione di Marinelli. Lì, e nella rilettura di un personaggio borghese costretto a fronteggiare il mondo che lo circonda e a uscire dal suo guscio/cella/utero, la sfida di Lasciati andare può considerarsi vinta.

Note
1. Per rimanere solo all’interno dei film lanciati in sala da 01 Distribution, ecco i risultati al box office delle commedie (alcuni vanno considerati parziali, per quanto indicativi, visto che i film sono ancora in sala): Beata ignoranza di Massimiliano Bruno 3.778.261 €, In guerra per amore di Pif 3.697.192 €, Non c’è più religione di Luca Miniero 3.584.327 €, Smetto quando voglio – Masterclass di Sidney Sibilia 3.257.774 €, Qualcosa di nuovo 2.024.236 €, Non è un paese per giovani di Giovanni Veronesi 898.272 €, Questione di karma di Edoardo Falcone 788.336 €. Solo Alessandro Siani, con Mister Felicità, ha raggiunto i 10 milioni di incasso, rimanendo comunque fuori dalla top ten stagionale, rappresentata dall’Italia solo con il nono posto de L’ora legale di Ficarra e Picone, distribuito da Medusa.
Info
Il trailer di Lasciati andare.
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1 Commento

  1. Antonino Conti 17/04/2017
    Rispondi

    LASCIATI ANDARE: un film scialbo e, a volte, irritante. Toni Servillo che ammiro, l’ho visto ed apprezzato, piu’ volte, in film con maggiore spessore narrativo e culturale. Non e’ un film per Toni Servillo e Toni Servillo non e’ l’attore adatto a questo genere di film. Ne esce molto ridimensionato. Ed un attore,come Lui, non se lo può permettere!!!!

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