Acqua di marzo

Acqua di marzo

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Dopo l’exploit di Spaghetti Story torna alla regia Ciro De Caro, confezionando con Acqua di marzo un’opera seconda ambiziosa, che gioca sul registro della commedia per cercare di raccontare le solitudini di un’umanità alla ricerca di una resurrezione. A volte De Caro non sembra riuscire a maneggiare tutte le derive del suo racconto, ma il passo verso una dimensione autoriale sembra compiuto.

Il diluvio

Libero torna nella cittadina d’origine per dare l’addio alla nonna in fin di vita. Ma la nonna non muore, e il passato che credeva essersi lasciato alle spalle lo travolge. Libero piomba in un limbo adolescenziale mai davvero superato, mentre la fissità di quell’universo cristallizzato gli urla che il tempo passa, e le cose cambiano. Poi, un evento inaspettato come un acquazzone primaverile segna la fine dell’inverno. E in un atto di libera, sincera incoerenza, Libero chiude finalmente il cerchio. [sinossi]

L’acqua di marzo colpisce all’improvviso, anche in una giornata afosa; è imprevedibile, forse innocua, ma in qualche modo proclama una rinascita, tardiva o meno che sia. Arriva in sala a marzo appena concluso Acqua di marzo, secondo lungometraggio diretto da Ciro De Caro, che nell’inverno del 2013 si introdusse con Spaghetti Story nell’opaco sistema produttivo e distributivo italiano come una scheggia impazzita, lavorando dal basso per trovare spazio e visibilità, e segnalandosi a suo modo come un’anomalia, destinata purtroppo (e non per sue responsabilità) a non dare vita a una progenie. Già solo il fatto che De Caro riesca oggi, a tre anni e mezzo di distanza da quell’exploit, a trovare di nuovo la via della sala – Acqua di marzo era stato presentato lo scorso ottobre al Festival di Roma, all’interno dei lavori di Alice nella città, ma con proiezioni dislocate al di fuori del perimetro dell’Auditorium Parco della Musica – è una notizia da accogliere come un inatteso acquazzone, anche se poi sarà da capire quanti esercenti accoglieranno il film, e come sarà distribuito sul territorio nazionale.

Acqua di marzo non si muove sulla stessa linea di Spaghetti Story, né rincorre le stesse sfumature cromatiche: se nel suo esordio De Caro abbracciava un’indole picaresca, tra mafia cinese e “vitellonismi” di ritorno, in questo caso le timbriche sembrano essere quelle del romanzo di formazione/frantumazione, alla ricerca di un bildungsroman un po’ attardato rispetto ai tempi – il protagonista Libero ha finito da tempo l’università, non è certo un ragazzino – ma fedele per quel che riguarda gli schemi da seguire.
Ecco dunque il ritorno a casa forzato di Libero, che si arrangia a Roma lavorando in un team come grafico ma è originario di Battipaglia, la città di Ugo Pirro che sempre poco spazio ha ottenuto sul grande schermo; la nonnina sta morendo ed è tempo di tornare, anche per svicolare da un rapporto, quello con un’aspirante attrice interpretata da Claudia Vismara, che vive più che altro di tensioni e incomprensioni. Fin dall’incipit “sdoppiato”, De Caro dimostra di non volersi accontentare di una commedia magari agrodolce ma incardinata nei binari soliti cui si è assuefatto il cinema italiano; ecco dunque uno spaginarsi continuo dei tempi di narrazione, con un andirivieni spaziale e temporale che spezza la prassi e tenta veicolazioni diverse del messaggio. La scrittura dei dialoghi dimostra, come già faceva l’esordio, una certa capacità nel gestire i tempi comici, e le dinamiche tra i personaggi. In questo senso i siparietti a casa, e il rapporto con i genitori, mostra più di uno spunto interessante.

La memoria dell’esordio trascina con sé i protagonisti di allora (qui reclusi in piccoli ruoli di contorno, eccezion fatta per Rossella D’Andrea, anche co-sceneggiatrice insieme al regista e a Enrico Settimi), e qualche vezzo artistico, come quello di spezzare i piano-sequenza con il taglio in asse, in un esercizio estetico che in Acqua di marzo non trova grande corrispondenza nel mood della vicenda; ma l’impressione, forte, è che De Caro abbia compiuto uno slancio in avanti deciso. Se Spaghetti Story rientrava nei codici di una commedia metropolitana con vagheggiamenti grotteschi, Acqua di marzo dimostra con maggior forza l’ambizione del regista, e la sua tensione verso concetti universali: l’inadeguatezza dell’uomo di fronte al proprio tempo, l’incapacità di relazionarsi al mondo esterno, la voglia di rifugiarsi in un’adolescenza passata ma cullante, spazio-tempo fuori dalle coordinate del dolore, la ricerca disperata di cristallizzare l’esistente per timore del futuro più che per amore del presente.
Tutti elementi che fanno di Acqua di marzo un film straziante oltre che ironico, amaro al di là del divertimento o dell’aneddoto, puntuto e non privo di spigoli. Nella sua foga affabulatoria De Caro inserisce forse troppi elementi, non tutti possibili da gestire con la dovuta cura – l’amica tentatrice della fidanzata di Libero è tratteggiata con un’eccessiva superficialità, per esempio – ma Acqua di marzo vive di squarci inattesi e sorprendenti, proprio come il diluvio che colpisce e rigenera. Poco per volta, sequenza dopo sequenza, tra ritorni indietro, reiterazioni e spinte in avanti del racconto, si avverte sottopelle la reale urgenza di De Caro, e il senso ultimo del film: riuscire a spogliare i protagonisti dei costumi nei quali si sono inguainati, e che non li rappresentano. Preti tuttologi, musicisti disillusi, aspiranti attrici, intellettuali costrette nell’asfittica dimensione provinciale, genitori incatenati al ruolo eterno di figli nonostante tutto. La fauna che abita Acqua di marzo tradisce, ed è un bene, le ambizioni di un regista che potrebbe aver gettato il cuore oltre l’ostacolo. Se si incontrano imperfezioni nel tragitto di Libero e delle persone che vivono accanto a lui, è perché il viaggio non è concluso, è in fieri, non ha ancora una decisione netta da prendere – come dimostra in modo allusivo il finale. Ma si (ri)parte da qui. Con maggiore consapevolezza.

Info
Il trailer di Acqua di marzo.
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