Mrs K

Mrs K

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Ponendosi apertamente come omaggio cinefilo e variazione sul tema di Kill Bill, Mrs K è la risacca di quella stessa onda che portò il cinema orientale a Quentin Tarantino. C’è una donna, c’è il suo passato che ritorna, c’è la violenza che deflagra fra le musiche di ispirazione morriconiana e le buone sequenze d’azione. Ma ci sono anche troppe approssimazioni narrative. Al Far East 2017.

Resa dei conti

K vive una tranquilla esistenza in periferia con suo marito e sua figlia. Ma il suo passato ritorna a perseguitarla, sotto forma di un ex-complice che cerca vendetta per una rapina andata male. Quando la figlia viene rapita, K è costretta a tornare in azione in uno scontro mortale per salvare tutto ciò che ha di più caro. [sinossi]

Dalla Lady Snowblood (1973) di Toshiya Fujita fino a The Assassin (2015) secondo Hou Hsiao-Hsien, passando per la Lady Vendetta (2005) di Park Chan-wook, nella storia del cinema orientale ci si è spesso imbattuti in donne letali e spietate, pronte allo scontro fisico, risolute nell’azione, disposte a tutto pur di salvare un proprio affetto o, quando è troppo tardi, pur di perpetrare la propria vendetta. Tuttavia Ho Yuhang, cineasta malese che giunge al diciannovesimo Far East di Udine recando in dote la sua (escludendo corti e segmenti) opera quinta Mrs K, pur avvalendosi dei preziosi cameo di Fruit Chan e di Kirk Wong non strizza tanto l’occhio alla tradizione dei wuxia, degli action e dei noir hongkonghesi, quanto a Quentin Tarantino e alle sue incursioni metacinematografiche che hanno traslato e adattato la tradizione di genere asiatica nel cinema hollywodiano e sugli schermi di tutto il mondo.
Mrs K, con il suo passato oscuro e violento dissimulato in un’ostentata opulenza borghese fra gli spostamenti in BMW e il barbecue in giardino, potrebbe tranquillamente essere un’ulteriore pedina di quella Squadra Assassina Vipere Mortali sterminata dalla Sposa in Kill Bill (2003-2004), ma in questo caso, rispetto al doppio film del regista di Knoxville, i ruoli sono ribaltati: al centro non c’è l’attacco, ma la difesa. Mrs K si pone come infatti l’atto estremo e finale di una catena di doppi giochi e tradimenti – quello del vecchio complice scoperto nel passato essere un poliziotto infiltrato e ora spietato giustiziere/ricattatore/rapitore alla porta, quello della mente della grande rapina al casinò di Macao di almeno 15 anni prima che ora veste i panni di casalinga, moglie e madre modello come se nulla fosse – nel quale la donna non è la cieca vendicatrice, ma chi al contrario dovrà tornare a quella violenza che credeva ormai sepolta per difendere la propria figlia innocente, mentre chi cerca rivalsa è un uomo distrutto proprio perché da lei, nel turbinio di rapine, bugie e segreti reciproci di un passato che rimane fuori campo ma che ora si ripresenta, è stato un tempo ingannato, derubato e abbandonato. È un uomo che vaga verso la sua (in)certa meta colpito da emicranie che gli rendono impossibile addormentarsi da anni, è un uomo psicotico, pericoloso, spietato, ma soprattutto è un uomo, ancora in odor di Tarantino, ignaro padre biologico di quella stessa bambina che Mrs K, così come Bill l’ha tenuta nascosta alla Sposa, ha cresciuto con l’attuale marito.

In questo senso, nel suo dichiarato omaggio/riadattamento/ribaltamento tarantiniano sottolineato dalle musiche à la Morricone pronte a esplodere con lo stesso fragore con cui accompagnavano gli spaghetti western e dagli stalli alla messicana prima dell’azione, Mrs K si sarebbe potuto porre come una sorta di punto di vista di Bill, con la stessa figlia negata, con la stessa lista di morte della quale Mrs K è l’ultima riga da cancellare, con simili traumi nel passato e con un simile piano per il presente. Ho Yuhang, però, decide di focalizzarsi solo sulla donna, non interessato alle possibili implicazioni psicologiche del proprio insonne, folle e affascinante personaggio maschile, né alle sue possibili ragioni. Il che, in un cinema popolare di puro intrattenimento che ha bisogno di buoni e cattivi ben definiti, potrebbe anche andare bene, a patto che la tenuta narrativa e la tecnica cinematografica non presentino crepe evidenti né cadute di tono. Il vero problema di Mrs K è che, nemmeno troppo alla lunga, il film finisce per pasticciare anche in fase di scrittura e di messa in scena, perdendosi in personaggi che arrivano dal nulla, in nascondigli scoperti con una facilità disarmante, in una protagonista ex-ladra che dovrebbe essere alla stregua di una soldatessa modello eppure per buona parte del film le prende di santa ragione senza essere mai davvero in grado di reagire, in scelte e azioni di rara stupidità con le quali a turno i vari personaggi telefonano il successivo snodo di trama, in un’indecisione sul tono da mantenere fra azione, sentimenti di famiglia, epica e parodia, fino all’amnesia/pentimento/suicidio dell’antagonista che adombra il finale di un agrodolce happy ending forzato, che manca clamorosamente il suo bersaglio poetico per rattrappirsi in una tragicità immotivatamente melensa. Tanto da scialacquare l’ottimo incipit di omicidi misteriosi, di insospettabili doti della casalinga nel corpo a corpo – impossibile non ripensare a Vernita Green che tenta di sparare alla Sposa attraverso la scatola di cereali nel primo capitolo di Kill Bill, ma anche a Jackie Brown (1997) in divisa da hostess – e di lenti disvelamenti. Come se l’efficace costruzione di buona parte delle sequenze d’azione e il climax di rivelazioni, inseguimenti e violenza che nella prima parte permettono al film di fare egregiamente il suo lavoro all’interno del genere, finissero a un certo punto per innestare il pilota automatico, avanzando e adagiandosi nella spirale messa in scena senza accorgersi dei troppi anelli deboli nella catena degli eventi.

Concentrandosi solo sull’anti-vendetta della donna e relegando l’affascinante uomo senza nome al mero ruolo di villain, spietato assassino degli altri vecchi complici al quale ora, però, non preme uccidere Mrs K ma farle provare il dolore della perdita di un caro così come quando, nella sua seconda occasione di vita, i pirati hanno sterminato la sua famiglia di pescatori riportandolo indietro nella solitudine e nella disperazione dell’abbandono, Mrs K si perde sulla distanza, trascurando la credibilità di ciò che mette in scena, rinunciando alle sue possibili stratificazioni, disseminando nel suo dispiegarsi buchi e forzature che nel procedere del film si fanno sempre più problematici. Come ha fatto, ad esempio, la madre a trovare la figlia – riuscita altrettanto inspiegabilmente a liberarsi, rubare il cellulare del suo carceriere e fuggire per fermarsi nel posto più vicino dove verrà ovviamente ri-catturata – solo in base alle indicazioni sull’esistenza di un baretto? Oppure, chi è il misterioso amico del passato che ancora consegna a Mrs K dollari fruscianti e al di lei marito il gps con cui trovare la famiglia e la pistola che “Mia moglie mi ha insegnato a usare”? O ancora, perché il cognato dell’antagonista, unico superstite della famiglia, lo aiuta nel suo folle piano fino alla morte anziché tentare di farlo ragionare al di là della sua carenza di sonno? E soprattutto, perché un villain che ha denaro a sufficienza per corrompere qualsiasi complice occasionale – anche se poi puntualmente finirà per ucciderlo – si incaponisce così tanto su quel bottino di tanti anni prima?

Mrs K è un’occasione sprecata, un film a metà, capace di costruire una buona storia di vendetta e di fare emergere gradualmente il passato, capace di sorprendere e instillare suggestioni fra il taek-kwon-do della figlia e il corpo a corpo dei genitori, capace di costruire ottime scene d’azione fra inseguimenti mozzafiato e colpi che vanno a segno, capace di prendere come indiscutibile assioma il ruolo del padre in quanto genitore al di là del corredo genetico, capace di nascere da una viva passione cinefila fra citazioni e (contro)rimasticazioni, capace di sfruttare al meglio i suoi attori e la loro fisicità. Fino al grave limite di lasciare che tutto questo svanisca, perché anche le migliori intuizioni finiscono per dimostrarsi in sostanza evanescenti, sprazzi episodici quasi persi in una narrazione che, fra vendicatrici appese al soffitto e (troppo) miracolosi recuperi ospedalieri, progressivamente si sfilaccia, si sfalda, saltella. Scarta dal binari e finisce alla deriva, in una resa dei conti che in realtà arriva quando tutto è già finito e risolto, quando il passato è svanito insieme alla memoria, quando rimane solo il vuoto nel roboare di una pistola, e nel suicidio dell’antagonista sembra quasi di scorgere il riflesso dell’harakiri nel quale, fatalmente, si era appena inoltrato il film.

Info
Il trailer di Mrs K.
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