New Trial

New Trial

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Basato su una disavventura giudiziaria realmente accaduta nel 2000 e risolta solo nel novembre 2016, New Trial naviga in una giustizia oscura fra avvocati dall’etica discutibile, poliziotti pronti a plasmare la realtà e innocenti ingiustamente incarcerati alla ricerca di una riabilitazione. Non tutto torna a livello cinematografico, ma l’affondo sulla realtà graffia il giusto. Al Far East 2017.

Cercavi giustizia, ma trovasti la legge

Hyun-woo è l’unico testimone di un omicidio. Da testimone diventa colpevole e passa ingiustamente 10 anni in carcere. Joon-young è un avvocato in prima linea nei casi giudiziari, ma i suoi insuccessi lo rendono impopolare. Il caso di Hyun-woo diviene l’opportunità di riabilitare il suo nome e quello dell’accusato, lottando finalmente per la giustizia. [sinossi]

In Corea del Sud, evidentemente, non esistono i tre gradi di giudizio a cui siamo abituati in occidente. Quando un uomo viene processato e condannato, quella è la sentenza, quella è la verità, quella è l’ultima parola. Era una notte del 2000, apparentemente una notte come tante. Hyun-woo, nome fittizio che incarna la vicenda realmente accaduta a un uomo che, comprensibilmente, ha preferito rimanere nell’anonimato, è in sella alla sua motocicletta, impegnato a tornare a casa a tarda ora fra una telefonata e l’altra. Dal nulla, nel buio, gli si para davanti una figura umana vestita di nero al centro di un incrocio. Hyun-woo, inchiodando e cadendo, riesce miracolosamente a evitarlo, per poi vedere l’uomo che fugge, rialzare la testa e rendersi conto che, dall’altra parte dell’incrocio, c’è un taxi fermo con un cadavere insanguinato al posto di guida: Hyun-woo diventa il testimone di un omicidio, l’unico che ha visto l’assassino. Ma una polizia brutale e disposta, probabilmente per non subire l’onta di un omicidio insoluto, a incastrare un innocente ignorando e anzi eliminando prove e testimoni a suo favore, quando non a estorcere mezze o totali ammissioni a suon di ricatti, percosse, legnate e sprangate, in combutta con un procuratore distrettuale pronto a seguire la stessa linea prende Hyun-woo e lo condanna a quindici anni di carcere per un omicidio che non ha commesso, ridotti poi a dieci solo dopo avergli ricattatoriamente estorto una lettera di ammissione della colpa e di scuse.
Ma il fatto di aver saldato il debito con la giustizia, così come la consapevolezza che nessuno potrà mai restituire a Hyun-woo i dieci anni di vita passati in reclusione, non fanno di un innocente una persona riabilitata: rimane il marchio, rimane il sospetto, rimane quella reputazione criminale che porterà i boss locali a perseguitarlo con offerte per sanguinolenti lavori che il (non più) giovane non avrà la minima intenzione – né il pelo sullo stomaco – di accettare e portare a termine. Serve un secondo processo, anche a pena già scontata, per riprendersi le proprie ragioni e la propria innocenza, per tornare un uomo davvero libero. Soprattutto quando la legge continua a perseguitare con la – legalissima – richiesta di risarcimento dell’insostenibile cifra, gonfiata a dismisura da 10 anni di interessi, che l’assicurazione aveva dovuto versare come indennizzo alla famiglia dell’ucciso.

Se non si sapesse tratto da una storia realmente accaduta, probabilmente New Trial, quel secondo processo che Hyun-woo, sulla spinta dell’avido avvocato in cerca di notorietà Joon-young, accetta di richiedere, verrebbe accusato di essere un film poco credibile. Ma la sua, tanto per fare un esempio a noi vicino, è la stessa “incredibilità” di cui al tempo fu tacciato all’estero Diaz di Daniele Vicari, mentre in Italia, con i fatti del G8 di Genova ancora marchiati sulla pelle e a prescindere dalla divisione etica della critica nei confronti della cruda violenza messa in scena, sappiamo tutti come il film abbia in realtà indorato una pillola forse ancora peggiore.
Si tratta di uno di quei casi in cui il vero supera ogni possibile e più fervida immaginazione, in cui le forze di polizia sono talmente marce da superare ampiamente la criminalità, in cui i diritti più basilari dei cittadini sono calpestati e letteralmente bastonati, in cui il carcere cambia – inevitabilmente e in peggio – le persone che vi vengono costrette.
Quello messo in scena da Kim Tae-yun è un sottobosco giudiziario in cui la giustizia non conta, conta solo il denaro, conta solo la carriera, conta solo la convenienza nella contingenza, conta solo plasmare a propria immagine e somiglianza la legge. A costo di vendersi e di vendere uomini, a costo di tradire senza rimpianti, a costo di incastrare innocenti fra armi non del delitto e alibi ignorati, a costo di immergersi nei secondi fini senza minimamente preoccuparsi delle vite che la propria marcia verso il successo finirà per distruggere. Come sempre più spesso accade nel cinema coreano degli ultimi anni, nell’adattamento per lo schermo di una stortura così paradigmatica, è la realtà che viene ricreata in scena, ben al di là della successione degli avvenimenti, il vero bersaglio cercato dal film, il suo vero punto focale, ciò contro cui sfoderare gli artigli e graffiare.

In questa Corea corrotta e oscura che, più che fare da sfondo, è vera e propria protagonista di New Trial, il regista Kim Tae-yun ha girato il film quando il nuovo processo era ancora in corso, sicuro della vittoria di fronte alla schiacciante irregolarità delle indagini e del processo precedente. Solo a film ormai pressoché concluso, nel novembre del 2016, è arrivata la sentenza che ha finalmente e definitivamente scagionato Hyun-woo dall’ingiusta accusa per la quale ha perso gli anni essenziali della propria vita, condannando al contempo le erinni col distintivo che lo avevano incastrato. Ma questo ci viene detto solo alla fine, per iscritto nei cartelli, perché a essere mostrato da New Trial, nelle forme di un atipico giallo giudiziario nel quale l’aula rimane relegata ai margini del fuori campo, non è il processo, ma sono i novanta giorni che lo precedono, necessari per una nuova indagine atta a smontare l’impianto accusatorio, a dimostrare la sua inconsistenza, a portare agli occhi del giudice e del mondo come le prove fossero state manomesse.
Nel corso della narrazione, emerge come chi era a capo delle indagini avesse ignorato l’incompatibilità del coltello sotto la sella di Hyun-woo con le ferite della vittima, avesse ignorato i tabulati telefonici del suo cellulare che indicavano una fisica impossibilità di commettere l’omicidio nei tempi previsti dalla sua ricostruzione, e infine come, accortosi di questo, avesse finito per coprire il vero omicida e insabbiare la verità a costo di cancellare i dati del tassametro e di rifiutare testimonianze pur di non perdere il proprio perfetto capro espiatorio e la propria indagine “brillantemente” conclusa.

Non tutto funziona, in New Trial. A partire da quando viene scoperto il vero omicida, con un dialogo dalla durata quasi shakespeariana fra cliente e avvocato nel momento in cui qualsiasi film di genere avrebbe previsto, o per lo meno fatto temere, un attacco da parte dell’uomo ormai messo con le spalle al muro, qui liquidato dopo una breve colluttazione con la semplice promessa di rivedersi in tribunale. Così come sono almeno a tratti problematici i personaggi del principale poliziotto/persecutore e dei suoi due agenti/scagnozzi, che finiscono per essere dipinti, più che come uomini disposti a tutto pur di difendere la ragion di stato, il proprio onore o comunque una qualsiasi motivazione concreta, alla stregua di pazzi sadici che torturano innocenti per il semplice gusto di farlo e che ancora, appena verranno a sapere che si terrà il nuovo processo, continueranno a ritornare e a incombere nelle vite delle loro vittime.

Sarebbe però troppo severo aggrapparsi ai limiti narrativi e sottovalutare un film in grado di mettere in scena, nella drammatizzazione di una storia vera, tutto il marcio di un sistema giudiziario che, alla scoperta della verità, preferisce creare una sentenza di comodo. Non sono solo le forze dell’ordine, non sono solo i magistrati corrotti: a essere messo alla berlina è anche il mondo dell’avvocatura, un mondo devoto solo al dio denaro, in cui poco importa se il cliente sia colpevole o innocente, conta solo che paghi, a costo di infilare in tasca all’avvocato tutti i suoi risparmi, e che porti pubblicità positiva.
In questo senso, in New Trial, non è solo l’innocente alla ricerca di una tardiva giustizia a trovare il riscatto, ma anche l’avvocato, Joon-young, che nel corso dei tre mesi di indagini riuscirà a ridiscutere tutte le sue convinzioni sul proprio mestiere, rendendosi conto che il denaro è importante ma lo è ben di più la lealtà nella lotta al fianco di un innocente per sempre segnato e ancora ingiustamente perseguitato. Joon-young si rende conto che il sistema giudiziario può e deve chiedere scusa, e che essere fermamente convinti dell’innocenza del proprio assistito non sarà una condizione fondamentale per perorarne la causa, ma senza dubbio aiuta nel portarla avanti con la necessaria passione.
In fondo, New Trial è il fervore di chi, dopo tanti anni di alti e bassi fra un lavoro che non decolla e una famiglia che non riesce in alcun modo a funzionare, finalmente e per la prima volta non lotta per il proprio profitto, ma per la giustizia. Quella giustizia di cui la Corea, oggi come non mai, ha un assoluto e ancestrale bisogno. Anche e soprattutto contro la legge.

Info
La scheda di New Trial sul sito del Far East.
Il trailer di New Trial su Youtube.
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