Taste of Cement

Taste of Cement

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Vincitore della sezione lungometraggi a Visions du Réel a Nyon, Taste of Cement è un geometrico e lancinante film-saggio sugli operai siriani immigrati in Libano per ricostruire Beirut, in un succedersi di guerre senza fine.

Le guerre non finiscono, ricominciano

A Beirut, operai edili siriani stanno costruendo un grattacielo mentre allo stesso tempo in patria le loro case vengono bombardate. La guerra in Libano è finita, ma quella in Siria ancora imperversa. E gli operai sono reclusi sul posto, visto che gli è fatto divieto di lasciare il cantiere dopo le 19. [sinossi]

In questi ultimi anni, il racconto della/e guerra/e sta diventando, come forse mai in passato, la spina dorsale del cinema indipendente e documentario. Grazie a questa forma a basso – se non nullo – budget vi è la possibilità di avere una presa diretta sul reale, a partire magari anche da un punto di vista estremamente soggettivo e parziale, come ad esempio il balcone di casa ad Aleppo di Houses Without Doors, visto alla scorsa edizione del Festival di Torino.
Di fronte al dolore e alle tragedie che ogni volta si rinnovano con sempre più imprevedibili orrori, in particolare nel mondo arabo e ancor più precisamente in Siria, il rischio però di cadere cinematograficamente nel superficiale apprezzamento tematico è una tentazione cui è difficile resistere. Eppure, va detto, che questi film – che stanno diventando un cinema a parte in cui prima o poi bisognerà fare ordine per verificare quanto sia importante il contributo che stanno dando – sono capaci ogni volta di sorprendere e spiazzare per la lucidità di sguardo e per la forte personalità del punto di vista adottato.
Così è accaduto anche con il film vincitore della 48esima edizione di Visions du Réel, festival dedicato al cinema documentario che si tiene ogni anno in Svizzera a Nyon: Taste of Cement, diretto dal siriano Ziad Kalthoum, che prende l’edilizia come chiave di lettura delle conseguenze della guerra; la casa e le mura come prigione e rifugio.

Costruito su una serie di paradossi, sia meramente logici che visivi, Taste of Cement parte da un assunto semplice, quanto assurdo: gli operai siriani sono stati costretti a scappare dal loro paese in guerra e si ritrovano a costruire grattacieli in Libano, a Beirut, dove un’altra guerra è finita da poco. E lì sono malvisti dalla popolazione locale, tanto da subire il divieto di lasciare il cantiere dopo le 19. Di giorno lavorano e osservano di tanto in tanto, dall’alto delle loro gru o delle impalcature, la vita cittadina che scorre apparentemente placida; di notte guardano la TV per avere notizie sul loro paese. Si trovano così a vivere un’esistenza racchiusa in un cul-de-sac, un limbo sostanzialmente a-temporale, nel mezzo tra una guerra e l’altra, vittime due volte di una situazione senza scampo e con la certezza che quello che stanno costruendo un giorno sarà abbattuto e bombardato per via di una nuova guerra.

Reincarnazioni dolenti di Sisifo e della sua condanna allo sforzo vano di portare e riportare all’infinito un masso su un monte, gli operai di Taste of Cement rappresentano l’insensatezza del vivere attorno alla guerra e sussumono il dolore muto dell’umanità. Loro sanno che tutto quel che fanno è insensato, ma non lo dicono e non se lo dicono, perché tanto è inutile, nessuno li ascolta. Così Ziad Kalthoum li inquadra come volti indistinguibili l’uno dall’altro, avendo perso essi la loro identità. E ce li racconta attraverso una voice over che si fa riflessione collettiva su un passato in cui si sognava il mare e che, ora che lo si vede come sfondo di mura in costruzione, non ha più senso, ha perso la sua allure romantica e resta lì davanti a noi, come cosa tra le cose.

Lo stile scelto da Kalthoum lo si può definire infatti ‘oggettivistico’ e persino formalista, proprio perché la messa in forma dei gesti ripetuti degli operai, dell’ammassare mattoni, del vedere agire una betoniera, viene rappresentato in quanto nonsense, in quanto coazione a ripetere senza costrutto, come potrebbe essere scrivere sulla sabbia. E allora, nel momento in cui il discorso si fa ancora più esplicito, attraverso un montaggio alternato tra una pseudo-soggettiva di una gru che costruisce e quella di un carro armato che distrugge, non vi è più niente da dire: perché costruire palazzi, grattacieli, villini se poi quelle stesse mura, quegli stessi massi debbono diventare la prigione che seppellisce gli uomini tra le macerie il giorno in cui arriveranno dei nuovi bombardamenti?

Info
La scheda di Taste of Cement sul sito di Visions du Réel.
Il sito di Taste of Cement.
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