7 minuti dopo la mezzanotte

7 minuti dopo la mezzanotte

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7 minuti dopo la mezzanotte segna il ritorno dietro la macchina da presa di Juan Antonio Bayona, e conferma il talento del regista spagnolo, qui alle prese con un doloroso fantasy che mette in scena l’elaborazione di un lutto e il bisogno di ritrovare il senso di un affetto, e di un proprio luogo nel mondo. Con Sigourney Weaver, Felicity Jones e la voce di Liam Neeson. Film d’apertura del Future Film Festival 2017.

I tre racconti

Il film racconta la commovente storia dell’incontro tra il dodicenne Conor, vittima di bullismo a scuola e costretto a vivere con una nonna fredda e distante a causa della malattia della mamma, e la creatura fantastica che il ragazzo invoca nei suoi sogni per sfuggire alla solitudine del suo mondo reale. E la creatura si manifesta, ogni sera, 7 Minuti dopo la Mezzanotte, per raccontare a Conor delle storie, frammenti di un viaggio emotivo alla ricerca della verità. [sinossi]

7 minuti dopo la mezzanotte, titolo italiano con il quale si è tradotto l’originale A Monster Calls, sembra in qualche modo riannodare i fili con il passato recente: quando Juan Antonio Bayona esordì al lungometraggio con The Orphanage, dopo una brillante carriera di regista di corti, la stragrande maggioranza della critica vide in lui la speranza per una produzione “di genere” europea che non avesse il timore di confrontarsi con temi ambiziosi, recuperando allo stesso tempo il gusto del romanzo gotico e le libertà espressive del cinema a cavallo tra gli anni Cinquanta e Settanta. Da allora è trascorso un decennio, periodo durante il quale Bayona ha diretto il solo The Impossible, porta d’ingresso non troppo personale – ma neanche disprezzabile – per accedere all’universo dorato di Hollywood. Si attendeva dunque con una certa malcelata ansia questo nuovo titolo, scelto dal Future Film Festival di Bologna per aprire in modo ufficiale la diciannovesima edizione.
7 minuti dopo la mezzanotte prende corpo sullo schermo sulle orme del romanzo omonimo scritto da Patrick Ness e pubblicato con grande successo nel 2011; eppure è impossibile non intravvedere, nella storia del giovane Conor O’Malley, madre malata di cancro nel letto di casa, bulli a scuola a prenderlo in giro e picchiarlo e incubo notturno ricorrente, quelle pieghe che avvicinano i lembi dell’horror e del melodramma già evidenti in The Orphanage. Lì una madre cercava attraverso gli spiriti di ritrovare il figlio scomparso nel nulla; qui, facendo ricorso a un incubo, Bayona cerca le chiavi giuste per raccontare l’accettazione di una perdita, quella della madre, da parte di un bambino.

Conor, come sentenzia la voce narrante nell’incipit, è un ragazzo a metà, troppo grande per essere davvero un bambino ma troppo piccolo per essere considerato un adulto. È invisibile, ai compagni di scuola che vedono in lui solo l’equivalente in movimento di un punching ball ma anche e soprattutto alla nonna, la madre di sua madre, a sua volta alle prese con un compito quasi impossibile: accettare l’inevitabile morte di una figlia. Vive in un non-mondo, spazio reale solo perché tangibile, condivisibile con gli occhi degli altri, ma in realtà nascosto. Un mondo chiuso nella sua stanza, con un segreto che non è facile confessare: ogni notte, 7 minuti dopo la mezzanotte, un mostro si insinua nei suoi incubi e lo va a trovare. Il ragazzo lo teme, ma in realtà questo enorme essere a forma di albero vuole solo raccontargli tre storie. Non un mostro come tutti gli altri, in realtà. Un mostro come quel King Kong (l’originale del 1933) che Conor ha visto in televisione abbracciato sul divano alla madre, soffrendo per quel finale atroce, l’enorme bestia sulla cima dell’Empire State Building abbattuta dalle raffiche di mitra degli aerei militari statunitensi. Perché ucciderlo? Qual è la sua colpa, quella di essere un mostro?
Bayona è un regista raffinato, e non cede con facilità al fascino della tronitruante potenza degli effetti speciali: li usa con intelligenza, lavorando sull’idea di catastrofe (la chiesa con piccolo cimitero annesso che sprofonda nel terreno, trascinando con sé la madre di Conor nell’incubo ricorrente che il piccolo deve affrontare la notte) così come aveva fatto, per motivi diametralmente opposti, nel precedente The Impossible. Per il resto il suo interesse è tutto rivolto alle dinamiche tra i personaggi, e in particolar modo alla presa di coscienza del giovane protagonista. Anche il “mostro”, che nell’originale inglese riceve la voce da Liam Neeson, è tratteggiato senza particolari esasperazioni, cercando il punto di contatto tra fantastico e reale, tra incubo come scoria mentale e tragedia del quotidiano.

Dove risiede davvero l’incubo di Conor, in quegli incontri notturni con una creatura che attraverso la forma del racconto cerca di educare l’espressione di un dolore indicibile? O è forse da rintracciare in quel mondo cupo, dai colori lividi e dai figuri ancor più tristi nel quale Conor è costretto a galleggiare, in quell’età di mezzo in cui non si è nulla, e non si è ancora in grado di esprimere compiutamente se stessi, i propri desideri e le proprie paure/pulsioni?
Per quanto corra inevitabilmente il rischio di essere frainteso, 7 minuti dopo la mezzanotte è un viaggio nel mistero della vita, e mette in scena la recisione di un cordone ombelicale dal quale non sappiamo staccarci, se non per decisione unilaterale della natura. Bayona ha il grande pregio di saper trovare quel punto d’incontro miracoloso tra le oscure leggiadrie – si perdoni l’ossimoro – del fantasy e le miserie di un’esistenza che è fatta di carne e sangue; lo fa dimostrando una volta di più la propria raffinatezza e guidando con mano sicura un cast composto da Sigourney Weaver, Felicity Jones e Geraldine Chaplin, e nel quale giganteggia il quattordicenne Lewis MacDougall, già Pennino nel Peter Pan di Joe Wright. Alla fine del film trattenere le lacrime sarà davvero arduo.

Info
Il trailer di 7 minuti dopo la mezzanotte.
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