The Dinner

The Dinner

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Luccicante ed elefantiaco, verboso e stucchevole, The Dinner di Oren Moverman è il primo clamoroso passo falso nella filmografia dell’autore di Rampart.

Aperitivo o barbarie

Una cena tra due fratelli con le rispettive mogli in un ristorante di lusso fa venire a galla un orribile segreto… [sinossi]

Già in concorso alla scorsa edizione della Berlinale, The Dinner rappresenta indubbiamente il primo – clamoroso – passo falso nella filmografia, finora abbastanza coerente e riuscita, di Oren Moverman.
Autore in precedenza di film come The Messenger, Rampart e Gli invisibili, caratterizzati da un’estetica indie, con un afflato post-New Hollywood, ‘sporchi’ e duri, con l’ambizione di una certa presa diretta sul reale, ora Moverman ha deciso di cambiare registro, affidandosi con The Dinner – pur restando in un contesto produttivo indipendente rispetto a Hollywood – a una narrazione articolata ed elefantiaca (ripiena di flashback) e a una messa in scena sovrabbondante e fatiscente.

La vicenda che vi si racconta è già nota agli spettatori italiani, visto che è tratta dal romanzo La cena dello scrittore olandese Herman Koch, da cui qualche anno fa Ivano De Matteo aveva tratto ispirazione per I nostri ragazzi. Una storia di ipocrisia borghese che, incentrata scenicamente nel corso di una cena tra due fratelli e le rispettive mogli, mette alla berlina rancori, segreti e meschinità dei quattro, partendo dallo spunto di uno scherzo finito tragicamente operato dai loro figli. Tali padri, tali figli, con le colpe degli uni che ricadono su quelle degli altri in un vortice senza via d’uscita. E in cui il rischio è quello di incagliarsi senza rimedio nel film a tesi, nel vieto moralismo da quattro soldi, dove tutto appare marcio e bieco.
Se, in fin dei conti, De Matteo riusciva a evitare di sprofondare totalmente nell’inesorabile meccanicismo cui è inevitabile restare imbrigliati in una vicenda siffatta, lo si doveva forse a una ‘ruspanteria’ registica che dava un po’ di vitalità e di naturalezza alla sentenziosità dell’assunto. Trabocchetto in cui invece cade Moverman, preda di una insostenibile sicumera secondo la quale tutto deve essere spiegato e ri-spiegato, perché tutto è figlio di un determinismo apparentemente implacabile, quanto ovvio.

Così, i quattro protagonisti (Richard Gere, Steve Coogan, Laura Linney e Rebecca Hall) si siedono al tavolo di un ristorante di super-lusso in stile francese e si spruzzano fiele a frotte in maniera incoerente e convulsa, compulsiva quanto piattamente prevedibile. Tra tutti, risulta orribilmente insopportabile Steve Coogan, ex insegnante caduto in disgrazia, che si veste da solone e prende a fare la morale a tutti, dall’inizio alla fine del film, in una sequela mostruosa di monologhi forbiti e scanditi con insulsa prosopopea, come se si trovasse sulle marcite assi di un palcoscenico da dopolavoro ferroviario in cui si seviziano i testi shakespeariani.
Alla cena del titolo assistiamo tra l’altro in maniera molto parziale, intervallata com’è da molteplici flashback che fanno il pelo e il contropelo a ogni aspetto della vicenda, arrivando addirittura a svelare aspetti che non avremmo mai voluto conoscere per quanto sono rozzamente meccanici: la presunta follia del personaggio di Coogan (visto che la malattia mentale è una tara familiare) o il destino di un pallone lanciato contro la vetrina di un tabaccaio (gesto teppistico che vide protagonista il solito Coogan per vendetta nei confronti di chi vendeva sigarette a sua moglie, poi ammalatasi di tumore).

Con le varie portate, dall’aperitivo al dolce, a fare da scansione in capitoli, The Dinner non si nega neppure un macro-riferimento alla storia degli Stati Uniti. D’altronde Coogan insegnava storia e allora non può non venirci ricordata la barbarie della battaglia di Gettysburg, in cui si affrontarono nordisti e sudisti in uno scontro fratricida. D’altronde la riflessione sulle origini violente della storia americana è tornata di moda al cinema, come insegnano il Tarantino di The Hateful Eight e lo Spielberg di Lincoln, e allora perché negarci un percorso di lacrime e sangue che da Gettysburg arriva dritto dritto tra i piatti e le posate del lauto pasto di The Dinner?

Tronfio e sbalestrato, goffamente sadico e mai veramente ironico, The Dinner sembra in fin dei conti il maldestro tentativo di imitazione americana dell’acuta satira all’europea di un tempo, quella alla Buñuel o alla Ferreri dove, partendo dalla metafora culinaria, si arrivava a mettere in ridicolo una intera civiltà. Ma Overman pare essere rimasto prigioniero di quello stesso ristorante finto-francese in cui ambienta il suo film, dove gli ingredienti – tutti originari del Vecchio Continente – vengono mischiati in modo scriteriato, in base a una creatività priva di raziocinio.

Info
Il trailer di The Dinner su Youtube.
La pagina Facebook di The Dinner.
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