I dincj de lune

I dincj de lune

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I dincj de lune, mediometraggio con cui Lorenzo Bianchini iniziò il percorso che l’avrebbe portato a diventare uno dei numi tutelari dell’horror italiano contemporaneo, è un raro esempio di film licantropico nostrano, agghiacciante riassunto delle leggende popolari friulane. Al Future Film Festival di Bologna all’interno del focus Apocalissi a basso costo, dedicato al cinema fantastico italiano degli ultimi due decenni.

La Bestia

Una scrittrice si reca in un paesino del Friuli per cercare materiali per un libro sulle leggende locali. Scopre quindi che in quel luogo si vive nel mito della “bestia”, che si desterebbe nelle notti di luna piena per soddisfare la propria sete di sangue. Ma in ogni leggenda, è cosa nota, c’è sempre un fondo di verità… [sinossi]

Quando il mediometraggio I dincj de lune inizia a girare per piccoli festival, per lo più o quasi esclusivamente friulani, nessuno in Italia parla di cinema indipendente al di fuori del sistema distributivo. Ancor meno si parla di “rinascita” del cinema di genere, come si farà di lì a un pugno di anni. Le tecnologie a disposizione dopotutto parlano chiaro: o si gira in pellicola, 35 o 16 millemetri che sia, oppure si è tagliati fuori da tutto. Si è ancora in epoca pre-digitale, e non esiste mondo di mezzo a far da collante tra l’amatoriale e il professionale. A Roma circola da qualche anno sotto banco un folle lungometraggio diretto dal diciannovenne Eros Puglielli, Dorme, girato in Super-VHS e senza alcun mezzo a disposizione, ma anch’esso dovrà attendere il 2000 per trovare la gratificazione dell’uscita in sala, con la neonata Indigo Film. Inquadrare in questo modo il contesto in cui si mosse Lorenzo Bianchini, regista udinese all’epoca dei fatti trentenne e con un paio di cortometraggi alle spalle (affascinante Paura dentro, del 1997, che gioca con l’onirismo, le sovrimpressioni e i giochi ottici d’antan per ricreare un sottile stato d’angoscia nella protagonista Annalisa Gaudio, fedele sodale del regista anche negli anni a venire, almeno fino a Occhi), permette di cogliere una delle rivoluzioni più evidenti venute alla luce nel corso degli ultimi quindici anni, la possibilità anche ai registi completamente fuori dagli schemi produttivi tradizionali di accedere a tecnologie competitive, semi-professionali.

Se I dincj de lune può oggi apparire troppo scarno sotto il profilo dell’immaginario lo si deve in gran parte alla videocamera che Bianchini ebbe a disposizione per lavorare. Lo dimostra già l’utilizzo delle luci nella sequenza introduttiva ambientata nel 1898 (Bianchini non si dimostra certo poco ambizioso, e si fa beffe dei mezzi che si trovava a maneggiare): dal risveglio dell’ubriaco nella taverna del paese fino al suo inevitabile smembramento da parte del “silvans” – creatura delle leggende popolari locali, in pratica in tutto e per tutto un uomo lupo – Bianchini si diverte a giocare con l’illuminazione, che dovrebbe provenire in gran parte dalla lanterna che l’uomo porta con sé per attraversare il bosco. L’immagine, com’è ovvio, non può restituire in toto il lavoro del regista, all’epoca tuttofare sul set, ma sarebbe ingiusto e sbagliato fermarsi a uno sguardo così superficiale.

Se il costo zero del mediometraggio – e già di per sé la durata de I dincj de lune dovrebbe dire molto sull’ambizione di Bianchini, e sulla sua voglia di indagare le paure, le tensioni, i rimossi del passato – è il primo elemento evidente durante la visione, come non cogliere le finezze e il gusto per una messa in scena allo stesso tempo rigorosa e inventiva che già contraddistinguono lo stile del regista di Oltre il guado?
Resuscitando uno dei temi horror meno battuti dal cinema italiano, la licantropia (a venire in mente sono soprattutto titoli semi-dimenticati quali Lycanthropus di Paolo Heusch e La croce delle sette pietre di Eddy Endolf, vale a dire Marco Antonio Andolfi), Bianchini getta in faccia al pubblico una delle sue peregrinazioni preferite, che vede il o la protagonista della vicenda alla ricerca tanto di una verità quanto, e forse ancor più, dell’angolo nascosto della mente in cui sono celati i timori più profondi e archetipici.
Inguainando il tutto in una cornice che passa dalla trasformazione dell’uomo in bestia fino all’ectoplasma fantasmatico – con tanto di bimba vestita di bianco che gioca con una palla, come la miglior tradizione horror pretende –, e facendo leva su una parlata in furlan che di fatto riempie l’inquadratura di ulteriore straniamento, Bianchini riesce a creare un substrato ansiogeno, perturbante. I dincj del lune proclama con veemenza le doti registiche di uno dei più acuti cineasti orrorifici del panorama europeo, in grado di portare alla luce la paura che risiede nelle case vuote, nei lunghi corridoi, in quei microcosmi umani che si ergono eremitici tra le montagne, mantenendo tradizioni che spesso sfociano nel misterico. Sarà così anche nei primi lungometraggi, Lidrîs cuadrade di trê – Radice quadrata di tre e Custodes Bestiae, ma è un tratto comune che lega tutta la produzione finora portata a termine da Bianchini. Un regista che ha scelto di sprofondare nelle radici culturali del proprio luogo di appartenenza per dimostrarne al mondo la portata universale. Perché i codici dell’orrore e della paura non conoscono confini.

Info
Paura dentro, il corto che Lorenzo Bianchini diresse prima di I dincj de lune.

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