La notte che mia madre ammazzò mio padre

La notte che mia madre ammazzò mio padre

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Commedia di vaga ascendenza almodovariana, La notte che mia madre ammazzò mio padre di Inès Parìs non propone niente di nuovo rispetto ai moduli più consolidati del cinema spagnolo. Cinefilia superficiale e isterismi attoriali per provocazioni ormai consunte dall’uso.

Fingi di fingere che fingo

Superati i 40 anni, Isabel cerca ancora di sfondare come attrice ma nessuno crede troppo nelle sue doti, nemmeno suo marito Angel, romanziere e sceneggiatore in procinto di mettere in piedi la produzione di un film insieme alla sua ex-moglie Susana. Una sera i tre organizzano una cena con l’attore argentino Diego Peretti per convincerlo a partecipare al film nel ruolo principale, ma l’arrivo inaspettato di Carlos, ex-marito di Isabel, in compagnia della sua nuova fidanzata, sconvolge i piani della serata, soprattutto quando l’uomo inizia ad accusare strani sintomi e, poco dopo, muore… [sinossi]

L’onda lunga del cinema di Pedro Almodovar è dura a morire. Nel cinema spagnolo sembra che abbia ormai innervato un preciso modo di fare cinema, soprattutto in ambito di commedia, tanto da diventare un terreno di partenza sul quale edificare quasi un intero sistema industriale. Si vede una nuova commedia spagnola e subito avvertiamo quella base comune, oramai assodata, rielaborata e differita in tanti di quegli epigoni da aver perso anche l’aspetto della diretta filiazione, ma sempre con chiari segnali di adesione a un orizzonte culturale condiviso e reso industria sotto le più diverse letture.
Nel frattempo la carica graffiante si è smarrita, tutto è diventato più innocuo, un po’ per assuefazione al modello, un po’ perché raramente gli epigoni hanno il coraggio della cattiveria scatenata e iconoclasta del Maestro (che d’altra parte lui stesso ha smarrito da molto tempo). Insomma, spesso si ricava la sensazione che in Spagna fare commedia corrisponda a un unico modello, sia pure diversificato ma comunque riconoscibile.
Protagoniste femminili sull’orlo di una crisi di nervi ormai da quasi 40 anni in qua, ritmi sostenuti ai limiti della pochade, e nel caso di La notte che mia madre ammazzò mio padre è ascrivibile al modello almodovariano anche il gioco metacinematografico. Solo che, come spesso accade nel cinema a imitazione di consumo di un modello, in questo caso il gioco è assai meno sottile che in Almodovar, si muove su dinamiche molto più scoperte, conclamate e superficiali, e in breve tempo i sovratoni e i paradossi in accumulo sortiscono l’esatto effetto contrario, ovvero che di un film di appena 94 minuti si avverte la saturazione neanche alla metà, specie quando il gioco viene rilanciato richiedendo a chi vede un innalzamento davvero eccessivo della soglia di credulità.
Di contro, il film di Inés Parìs è stato un grande successo in patria, testimoniando così che almeno il pubblico di casa non avverte tale senso di stanchezza. A noi resta la voglia di qualche sorpresa in più, che non risponda ad attese ormai convenzionali e che metta un po’ da parte le solite acidità su donna e invecchiamento, magari superando anche il gusto per il paradosso survoltato sempre più fine a se stesso.

Stavolta va di scena (è proprio il caso di dirlo) l’isterica Isabel, attrice quarantenne sposata in seconde nozze col romanziere e sceneggiatore Angel. La donna non è particolarmente apprezzata per le sue doti recitative nemmeno dal marito, e si ritrova al centro di una famiglia allargata in cui con sbandierata modernità si raccolgono ex-mogli, ex-mariti e figliolanze miste. Angel sta tentando di realizzare un film con l’ex-moglie Susana in veste di produttrice, e in tal senso viene organizzata una cena con l’attore argentino Diego Peretti (nei panni di se stesso) per convincerlo a interpretare il ruolo principale. Nessuno ha pensato di coinvolgere Isabel come protagonista femminile del film, per cui la donna scalpita. Ma sarà la morte del suo ex-marito Carlos, giunto inaspettatamente a cena, a scatenare una sarabanda di isterismi.

Il film si sorregge a un continuo fuoco di colpi di scena, per cui sarà meglio non rivelare altro del suo intreccio. Basti sapere però che Inès Parìs gioca fino allo sfinimento su doppi e tripli piani di realtà e finzione, spalancando sempre più il divario nella fiducia tra i suoi personaggi. Spesso si tratta di messinscene di doppio o triplo livello che però finiscono sempre a vuoto, senza ottenere la risposta desiderata da parte del loro “pubblico”. Una commedia degli errori in cui ogni finzione o incomprensione ne genera un’altra, tanto da provocare la morte per 3 volte dello stesso personaggio. Giocando scopertamente con i generi classici, Inès Parìs mescola noir, giallo hitchcockiano (il luogo chiuso) e black comedy collocandosi su un piano dichiaratamente cinefilo, dove trova posto anche l’evocazione di un personaggio femminile per buona parte d’ascendenza almodovariana ma con chiare reminiscenze della dark lady, vagamente psicotica, del cinema americano classico, ovviamente riletta in chiave grottesca.
Tuttavia, La notte che mia madre ammazzò mio padre non mostra mai una cinefilia rievocata in funzione di una riflessione sul cinema, né si rivela abbastanza efficace da poter giustificare tutto se stesso nell’esercizio di stile. Gli attori aderiscono agli schemi della continua esagitazione isterica tanto in voga in tutto il cinema post-almodovariano, e al contempo sembrano voler adottare i ritmi della pochade fine a se stessa. Solo movimento, rapido, convulso, ma senza particolari doti di autoriflessione.
Che si tratti di cinema di riporto costruito tutto in superficie lo dimostra anche il ritorno gratuito di alcuni cliché spagnoli senza i quali sembra ormai sia impossibile confezionare una commedia: così, in mezzo a una commedia tutto sommato convenzionale e priva di veri accenti provocatori, troviamo comunque un pissing su un presunto cadavere e, soprattutto, una sbandata lesbica in prefinale che appare del tutto scollegata rispetto al resto, quasi un atto dovuto alla retorica della commedia almodovariana in cui, per un verso o per l’altro, la zampata erotico-provocatoria non deve mai mancare.

La scarsa ispirazione è altrettanto confermata dal finale, in cui Inès Parìs sembra non saper dove andare a parare e si rifugia nella più prevedibile delle soluzioni (vedere per credere).
Resta soltanto una generica brillantezza di confezione, sorretta a un buon cast d’attori in cui regina d’isterismi si erge la Belèn Rueda di Mare dentro (2004) e The Orphanage (2007), anche se il migliore del mazzo risulta in realtà Eduard Fernàndez, che qui si rivela un vero cavallo di razza da pochade.
In tanta superficialità di puro intrattenimento (a conti fatti nemmeno poi così divertente) appare a sua volta pretestuosa l’ambientazione nel mondo del cinema, evocato come un puro fondale di borghesia intellettuale a due dimensioni. Vi è solo una buona notazione in apertura: per realizzare un film a nessuno interessa discutere seriamente della sceneggiatura, è più importante incontrarsi e piacersi, magari ballando in salotto. Di discorsi troppo seri nessuno ha davvero voglia. D’altra parte, Angel dixit, “Nel cinema banalizzano ogni cosa”.

Info
Il trailer di La notte che mia madre ammazzò mio padre su Youtube.
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