Cannes 2017 – Minuto per minuto

Cannes 2017 – Minuto per minuto

Approdiamo sulla Croisette e arriva con noi il tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs, passando per la Semaine de la critique, ACID e Cannes Classics, ecco a voi il Festival di Cannes 2017!

Cannes 2017 si porta sul groppone le elevatissime aspettative dell’edizione numero 70. Fuochi d’artificio, tappeto rosso rovente e grandi(ssimi) film… andrà tutto secondo i piani? La querelle Netflix ha lasciato un retrogusto amarognolo, sulla carta ci si aspettava forse di più dalla selezione ufficiale, ma le danze sono oramai aperte e saranno i film a parlare, da Les fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin fino alla Palma d’oro. Come sempre, cercheremo di raccontarvi un po’ di Croisette, tra accenni critici sui film, note sparse, impressioni e aneddoti. Buona lettura, e buon divertimento!

 

sabato 27 maggio 2017
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23.40
Calato il sipario su Cannes 70, ci salutiamo con un rapido riepilogo dei premi principali:
Palme d’or – THE SQUARE di Ruben Östlund.
Prix du 70e anniversaire – Nicole Kidman.
Grand Prix – 120 BATTEMENTS PAR MINUTE di Robin Campillo.
Prix de la mise en scène – Sofia Coppola per THE BEGUILED.
Prix d’interprétation masculine – Joaquin Phoenix per YOU WERE NEVER REALLY HERE di Lynne Ramsay.
Prix d’interprétation féminine – Diane Kruger per IN THE FADE di Fatih Akin.
Prix du Jury – LOVELESS di Andrey Zvyagintsev.
Prix du scénario – ex-aequo Yorgos Lanthimos e Efthymis Filippou per THE KILLING OF A SACRED DEER e Lynne Ramsay per YOU WERE NEVER REALLY HERE.
Poteva persino andare peggio. Alla 71esima edizione. [e.a.]

20.26
Arrivano i premi di Un certain regard. Tutti gli italiani erano in fibrillazione – si fa per dire – perché Castellitto aveva annunciato di essere di ritorno sulla Croisette: in realtà il riconoscimento non è andato a Fortunata, ma a Jasmine Trinca come migliore attrice. Il premio della giuria l’ha vinto Michel Franco con Las hijas de abril, mentre Taylor Sheridan è il miglior regista per Wind River. A Mathieu Amalric e al suo Barbara è andato il premio per “la poesia del cinema”. Il premio principale, quello che dichiara il trionfatore della sezione, è andato invece a A Man of Integrity di Mohammed Rasoulof. [r.m.]

17.15
Probabilmente la settantesima edizione del festival di Cannes sarà ricordata soprattutto per le polemiche netflixiane, per il livello poco soddisfacente del concorso e per il ritorno (e le lacrime) di David Lynch con i primi due episodi della terza stagione di Twin Peaks. A segnare un altro punto a favore del piccolo schermo ci hanno pensato Jane Campion e Gerard Lee con la seconda stagione di Top of the Lake, ovvero Top of the Lake: China Girl. Sei episodi, quasi sei ore: il ritorno della della detective Robin Griffin (Elisabeth Moss), degli scenari naturali e cittadini della Nuova Zelanda, di un crime drama crudo, declinato al femminile, tra violenze, abusi e numerosi rimossi da affrontare. Uomini poco raccomandabili, ma con una fiammella di speranza. Visione consigliatissima. [e.a.]

12.10
Si è chiuso con You Were Never Really Here di Lynne Ramsay un concorso complessivamente deludente. Pochi film da riportare a casa, molti da dimenticare. Dell’opera terza della Ramsay, che era in concorso nel 2011 con …e ora parliamo di Kevin, ci sarebbe molto da dire (poi ci proveremo, almeno un po’), ma quel che resta è una sensazione di spreco, di film che inizia a girare a vuoto, che insegue forzatamente una struttura estetico-narrativa precisa, personale, ma soverchiante, impietosa nei confronti della storia, dei personaggi, anche quelli fulminei (imperdonabile il flashback in territorio di guerra, con la bambina e il cioccolato). Magnetico e intenso come sempre Joaquin Phoenix, volto da seguire la giovanissima Ekaterina Samsonov. Poco altro. Peccato. [e.a.]

11.30
Ci voleva proprio un film di Roman Polanski per corroborare gli spiriti sfiancati dalle numerose e spesso poco entusiasmanti visioni cannensi di questa annata. Solido ed elegante noir tratto dal romanzo di Delphine De Vigane e sceneggiato dal regista insieme a Olivier Assayas, D’après une histoire vraie è la storia di una scrittrice (Emmanuel Seigner) che vive una crisi creativa dopo il grande successo di un suo libro sulla madre morta suicida. Ad aiutarla a uscire dall’impasse sarà una collega ghost writer (Eva Green), ma tra le due si instaurerà un seducente gioco di rispecchiamenti, furti di idee e di personalità, romanzi nei romanzi, mentre si fa strada una riflessione su realtà e finzione che sicuramente non è cosa nuova sul grande schermo, ma è un McGuffin che nelle mani di Roman Polanski si trasforma in una prova di arguzia che non ha rivali. [d.p.]

11.08
La giornata conclusiva del festival permette di fare qualche piccola riflessione, magari anche oziosa. All’interno di un concorso nel complesso tendente alla mediocrità, chi avrà convinto maggiormente la giuria capitanata da Pedro Almodóvar, che ha già provveduto a definire “impossibili da premiare” i due film targati Netflix (The Meyerowitz Stories (New and Selected) di Noah Baumbach e Okja di Bong Joon-ho)? Si parla di Sergei Loznitsa con Krotkaya, Hikari di Naomi Kawase e 120 battements par minute di Robin Campillo, ma alcuni osano persino un François Ozon o un Fatih Akin. A noi non dispiacerebbe un riconoscimento al bel film dei fratelli Safdie, Good Time… [r.m.]

 

venerdì 26 maggio 2017
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23.55
Impossibilitati, per via della troppa fila, ad entrare all’ultimo film in concorso You Were Never Really Here di Lynne Ramsay, si è deciso di deviare nella vicina sala Les Arcades, sede abituale della sezione ACID. Melinda, il film presentato, è un impressionante dramma documentario, diretto da Marie Dumora, che ha seguito la vita di una ragazza in tre diverse fasi della sua esistenza: a nove anni, a quindici e a ventitré. Come in Boyhood, ma senza il paracadute della finzione, assistiamo al tempo che passa e che si deposita sulla protagonista, che a poco più di vent’anni appare già gonfia e provata da un’esistenza tutt’altro che facile. È un’importante testimonianza Melinda, eppure appare inevitabile porsi delle domande di natura etica. Quanto è stata consapevole la protagonista di trovarsi coinvolta in un film che la metteva così a nudo? Un film che, ancor di più di quel che succede abitualmente, mostra su un fragile corpo gli inesorabili segni del tempo? [a.a.]

20.35
L’ultima giornata della Semaine ci permette di recuperare alcuni titoli. Uno di questi è il vincitore del premio SACD, Ava, opera prima di Léa Mysius (sceneggiatrice de Les fantômes d’Ismaël), uno scandaglio ispirato e mai banale dell’adolescenza, dei primi subbugli ormonali, dell’età adulta che si avvicina coi suoi problemi, i suoi drammi. Mysius disegna per la giovane protagonista Ava (Noée Abita), una magnetica Venere d’argilla, delle traiettorie libere come il vento, imprevedibili, trascinanti. [e.a.]

20.07
La Quinzaine des réalisateurs ha espresso i suoi verdetti: il riconoscimento principale, “Le prix SACD/SACD”, è stato assegnato ex-aequo a Un beau soleil intérieur di Claire Denis e L’Amant d’un jour di Philippe Garrel. Ad A ciambra di Jonas Carpignano il Label Cinema Europa, mentre The Rider di Chloé Zaho ha vinto l’Art Cinema Award. [r.m.]

19.50
Diciamolo senza mezze misure: si rimane a Cannes fino alla fine anche per partecipare all’aïoli, il pranzo a base di merluzzo, verdure e uova offerto dalla città di Cannes alla stampa accreditata al festival (o meglio, a quella che riesce a ottenere l’invito: vale la regola del “chi primo arriva meglio alloggia”); satolli di cibo e vino abbiamo poi raggiunto la piccola – e senza aria condizionata – sala dello Studio 13, una di quelle che replica i film della Quinzaine des réalisateurs. Abbiamo così potuto recuperare l’ottimo A fábrica de nada del portoghese Pedro Pinho, che racconta la crisi economica e politica europea raccontando l’autogestione di una fabbrica da parte degli operai. Con spirito che lega una tensione realista a dispersioni e reinterpretazioni continue del reale, Pinho partorisce un lungo film di tre ore di una densità assoluta, che sa far dialogare l’agit prop con i resoconti assembleari, il musical con una riflessione politica mai banale, come dimostra la sequenza della cena tra bobo che discutono del destino dell’Europa, e della sinistra. Un’opera di assoluto valore, esordio che sarà difficile togliersi dalla testa. [r.m.]

15.50
Edificante ma piuttosto deludente il vincitore della Semaine 2017 Makala di Emmanuel Gras, recuperato nella proiezione odierna. Protagonista è un uomo che vive con moglie e figli, in condizioni di indigenza a Walembe. Lo osserviamo abbattere un albero, trarne del carbone, confezionarlo nei sacchi e trasportarlo per oltre 50Km su una vecchia bicicletta sospinta a mano. Una volta giunto in città e venduta la merce, l’uomo ringrazia Dio pregando in un capannone. Discutibile da un punto di vista neorealistico per via del troppo autocompiacimento nella confezione di belle immagini, Makala non convince nemmeno come semi-documentario etnografico, perché troppo innestato di dialoghi esplicativi e molto “scritti”. [d.p.]

10.58
Tra ieri sera e stamattina una doppietta pressoché fatale ha affossato definitivamente il concorso di Cannes di quest’anno. Prima Ozon con il suo L’amant double, e ora Fatih Akin con il melodrammatico In the Fade. Il regista tedesco di origine turca torna al suo temi prediletto, quello della donna sola contro il mondo come ne La sposa turca. Stavolta è Diane Kruger a interpretare un personaggio disperato in seguito all’omicidio del marito (turco) e del figlio, vittime di un attentato ordito da neonazisti. Procede con una scrittura piatta e schematica In the Fade, scontato in ogni sua tappa e completamente privo di approfondimento dei personaggi. Un racconto ulteriormente appesantito da una parte centrale di natura processuale, girata senza alcun senso del ritmo. [a.a.]

 

giovedì 25 maggio 2017
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23.50
Cade nel trash François Ozon con il suo nuovo film, L’amant double, presentato in concorso qui al festival. Il regista francese, nel voler sviscerare il tema del doppio, finisce per eviscerarlo, accumulando trovate visive – alcune molto risibili – e ribaltamenti narrativi, segreti di Pulcinella e simbolismi grevi, citazionismi assortiti e insistiti partendo da Hitchcock, passando per Cronenberg e arrivando addirittura al Welles di La signora di Shanghai. [a.a.]

16.27
Non deve trarre in inganno il titolo, Krotkaya, ovvero A Gentle Creature e/o Une femme douce, che richiama inevitabilmente il racconto di Dostoevskij, La mite (1876), e la trasposizione di Bresson (Così bella, così dolce, 1969). Presentato in concorso, il nuovo lungometraggio di Sergei Loznitsa (Anime nella nebbia, Austerlitz, The Event, Maidan) imbocca infatti una direzione opposta rispetto allo scandaglio interiore dostoevskijano, costringendo la malcapitata eroina a un vero e proprio viaggio della speranza, interminabile, kafkiano. L’affondo psicologico, casomai, è tra le viscere delle Russia, tra le sue disperate contraddizioni. Delle suggestioni dostoevskijane resta volutamente pochissimo, praticamente nulla, mentre si moltiplicano i dichiarati riferimenti a Gogol, Ščedrin, al già citato Kafka.
A Gentle Creature è un’opera forse troppo complessa per essere digerita alla fine di un concorso festivaliero. Programmaticamente estenuante come il viaggio che racconta. Tragica. Impietosa. Una lenta discesa verso l’inferno. E quel nero, così inaspettatamente lynchiano. Orribile. Magnifico. [e.a.]

14.59
Un buon action catastrofico e post-carpenteriano è stato presentato in mattinata alla Quinzaine. Si tratta di Bushwick, dal nome di un quartiere di New York, dove si scatena improvvisamente l’inferno per una sorta di nuova guerra civile americana. Diretto dal duo composto da Cary Murnion e Jonathan Milott, il film si svolge quasi in tempo reale, ricodificando il meccanismo della pseudo-soggettiva che tanto permea i generi horror/thriller recenti. E, nonostante un a tratti eccessivo compiacimento dello stile scelto, Bushwick riesce a tenere la tensione per quasi tutto il tempo e, soprattutto, spalanca una vertigine non troppo distopica su quel che potrebbe (o sta per) diventare l’America trumpiana. [a.a.]

14.41
In molti hanno già avuto modo di vederlo su Showtime, Sky Atlantic o magari scaricandolo dalla rete (e anche noi rientriamo nel novero), ma assistere sul grande schermo ai primi due episodi di Twin Peaks dimostra anche al più ottuso degli spettatori due cose: la grandezza di David Lynch, del suo fare, creare, sperimentare sul corpo vivo del proprio immaginario visionario, e il significato di opera “cinematografica”. In pochi, nel 2017, possono competere al cinema col potere perturbante dell’immagine di Twin Peaks, quel riemergere dal bosco oscuro della propria mente, perdersi per strade a loro volta perdute. Tra la loggia nera e New York inscatolata – e scatola a sua volta vuota – corre un unico binario. Oscuro. Immenso. [r.m.]

14.16
Applausi convinti hanno accompagnato i (bellissimi) titoli di coda di Good Time di Ben e Joshua Safdie, oggi in concorso sulla Croisette. Mix lisergico tra Tutto in una notte, il primo cinema di Abel Ferrara e le tragedie urbane di James Gray, il film vede protagonista Robert Pattinson nei panni di un rapinatore che si ritrova nei guai quando il suo compare e fratello viene arrestato. Inizierà una corsa senza fine per New York, con lo scopo di salvare dalle grinfie della polizia il congiunto. Tra incontri con una varia umanità, ospedali e appartamenti di sconosciuti, macchina a mano e immagini sgranate, Good Time è una rocambolesca e incessante avventura tra umane miserie e altruismo, truffe e affetti familiari. Nonché uno dei film migliori del Concorso di Cannes 2017. [d.p.]

 

mercoledì 24 maggio 2017
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18.51
Interessante mix tra fantapolitica e realismo distopico, La cordillera (The Summit) di Santiago Mitre (La patota) utilizza i codici del cinema di genere per consegnarci una ficcante metafora della situazione socio-politica dell’America Latina. Protagonista è Ricardo Darín, nei panni nientemeno che del presidente dell’Argentina. Eletto con lo slogan “un uomo come voi”, il presidente ha in realtà un passato da tenere ben nascosto, che emerge proprio nel corso di un summit sulla cordillera cilena che riunisce tutti i paesi sudamericani, convenuti per decidere le politiche dello sfruttamento petrolifero. Quando sua figlia, preda di manie suicide, viene ipnotizzata da uno psichiatra incarnato da Alfredo Castro, quel passato losco di cui si diceva sembra proprio venire a galla, e con lui si presenta anche un emissario del governo USA (Christian Slater), pronto a dettare le regole del summit. Squilibrato ma anche teso e vitale, La cordillera funziona come un action, lambisce il meló familiare e assurge a metafora geopolitica con ficcante e disilluso sarcasmo. Un genere di lettura della realtà di cui dalle nostre parti si sente la mancanza. [d.p.]

17.17
Le proiezioni di ACID, sezione extra del Festival, continuano a essere le più imperscrutabili, affollate come sono da un pubblico affezionato che probabilmente disdegna il resto della programmazione. Quando si è convinti di poter entrare, non si entra. Mentre, raramente, accade il contrario. Per fortuna stavolta è andata bene. L’appuntamento d’altronde sembrava imperdibile: Pour le réconfort, esordio dell’attore Vincent Macaigne, nuovo folle e surreale volto del cinema francese (La bataille de Solférino, 2 automnes 3 hivers, La loi de la jungle). Tanto folle da spiazzare totalmente le aspettative: il suo film è sconnesso e sregolato – e fin qui potevamo aspettarcelo – ma è anche respingete, nutrito com’è da una cupissima disperazione e da un dolore annichilente, oltre che da una regia – forse volutamente – sciatta. [a.a.]

15.57
Alla Quinzaine des réalisateurs è stato presentato, in una salle Marriott affollatissima, Marlina the Murderer in Four Acts di Mouly Surya, trentasettenne regista indonesiana che colpì al cuore con il suo esordio Fiksi., disturbante e intelligente thriller che venne presentato in Italia anche al Far East nel 2009; giunta al terzo lungometraggio, Surya si getta in un racconto che mescola lo spaghetti-western, la sua rilettura tarantiniana e una visione della società indonesiana sul liminar del grottesco. Storia di teste recise, donne incinta al decimo mese di gravidanza, furti e confessioni, Marlina the Murderer in Four Acts conferma le qualità espressive della regista e inanella un paio di situazioni cult, ma non riesce a mantenere né un’uniformità stilistica né narrativa, nonostante l’ottima resa del cast. Applausi convinti ma anche qualche fischio isolato sui titoli di coda. [r.m.]

14.52
Nel fuori concorso del festival è stato presentato questa mattina alla stampa Demons in Paradise, documentario di Jude Ratnam che partendo da memorie autobiografiche cerca di raccontare le varie anime della guerriglia Tamil nello Sri Lanka. Un’opera coraggiosa e affascinante, che scava nel rimosso di un popolo con l’arma della dialettica, alla ricerca di una riconciliazione forse impossibile. Peccato che la proiezione sia andata pressoché deserta… [r.m.]

12.15
La sezione Cannes Classics, gioia per gli occhi dei cinefili, non offre solo capolavori restaurati. Senza le solide certezze dei classici, si può sondare il terreno dei documentari sul cinema, oggetti spesso utili per scoprire o riscoprire autori, attori e storie più o meno (mis)conosciute della settima arte. Un ottimo esempio è Becoming Cary Grant di Mark Kidel, documentario dalla breve durata (85 minuti) che si addentra nella sfera emotivo-personale dell’attore hollywoodiano. Non un lato oscuro, ma indubbiamente problematico e poco conosciuto: la figura paterna e soprattutto materna, la sfilza di matrimoni naufragati, le terapie con lo psicologo a base di LSD… Supportato da un certosino lavoro di ricerca, da interviste e da materiale d’archivio, Kidel ripercorre vita priva e filmografia, analizzando i film e le scelte artistiche di Grant da un punto di vista psicanalitico. Chissà se avrà apprezzato anche il simpatico accreditato seduto accanto a noi, un cinghialotto che ha russato come un portentoso baritono per 75 minuti… [e.a.]

12.00
Non appare indispensabile il nuovo adattamento di The Beguiled, romanzo di Thomas P. Cullinan già portato sullo schermo da Don Siegel. Erano gli anni Settanta, il nordista era Eastwood e La notte brava del soldato Jonathan rivelava una certa urgenza. L’operazione della Coppola con L’inganno appare abbastanza chiara, e piuttosto prevedibile, con la solita raffinata patina estetica, la narrazione rarefatta, l’immersione in un microcosmo femminile. Una sorta di giardino delle vergini omicide che sembra sempre sul punto di liberarsi dal giogo estetico, ma che non ha il tempo necessario per dare corpo ai personaggi, alle dinamiche psicologiche e ormonali. La declinazione al femminile, a partire dalla messa in scena, così distante da quella nerboruta di Siegel, è indubbiamente interessante ma monca, troppo schematica. La Coppola sembra accontentarsi della superficie dei personaggi; delle azzeccate scelte di casting; dei seducenti esterni pittorici; delle due cene e del (fulmineo) rovesciamento di prospettive e ruoli. Come con Bling Ring, la Coppola ci prende per mano e poi ci lascia lì… [e.a.]

02.06
Silenzio raggelante e qualche fischio hanno accolto la proiezione stampa ieri sera di Rodin di Jacques Doillon, biopic dedicato al celebre scultore in Concorso a Cannes 2017. Nonostante tenti di lavorare sugli elementi essenziali dell’arte di Auguste Rodin, con discorsi sulla corporeità e la luce, il film di Doillon si perde in verbosità che scivolano nel ridicolo involontario, concentrandosi eccessivamente sui battibecchi tra lo scultore e l’allieva e collega Cammille Claudel e lasciando che il protagonista, incarnato da Vincent Lindon, accarezzi voluttuosamente ramificazioni contorte e si soffermi ad osservare strisce di bava di lumaca, cercandovi ispirazione per la sua arte. [d.p.]

 

martedì 23 maggio 2017
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16.22
Giornata di esordi oggi, in particolare italiani. Presentato quasi in contemporanea con Cuori puri, Dopo la guerra è il primo film di Annarita Zambrano, in concorso in Un certain regard. Con uno sguardo che si rifà, nei suoi silenzi, nelle sue ambientazioni e nelle sue ellissi ad Alice Rohrwacher, che qui a Cannes ha già fatto scuola, la Zambrano – che da anni vive a Parigi – racconta gli ultimi riverberi della lotta armata in Italia. Ma l’approccio, tra la Francia in un cui si è rifugiato un ex combattente interpretato da Battiston e l’Italia dove i suoi parenti sono ancora costretti a soffrire per le sue scelte, resta inerte, biforcato narrativamente in due e sempre distante dalle ragioni e dalle motivazioni che mossero il protagonista. E, in fin dei conti, di un racconto che parla di come la lotta armata abbia influito nel privato e nelle famiglie non c’è forse così bisogno. Molto più interessante sarebbe provare ad entrare nella psicologia di chi fece una scelta tanto ardita, pericolosa e suicida. Ma questo è un passo che nessuno si sente ancora di fare nel nostro cinema. [a.a.]

16.05
Presentata oggi alla Quinzaine des Réalisateurs l’opera prima di Roberto De Paolis, Cuori puri, è un racconto di formazione ambientato nella periferia romana, rigoroso nello stile, attento e generoso nei confronti dei suoi interpreti, ma pieno di incertezze sul percorso da intraprendere e sui suoi obiettivi e dunque perennemente in bilico tra la fenomenologia proletaria e la sua stigmatizzazione in racconto morale. [d.p.]

14.20
È un aspro ed efficace romanzo di formazione La familia, esordio del venezuelano Gustavo Rondón Cordova presentato alla Semaine de la Critique. Un padre trascina suo figlio via dal quartiere in cui abitano perché il ragazzino ha ucciso un coetaneo nel corso di una rissa. Dolore della vita, invidia di classe e un rapporto tra i due fatto di poche parole, senza inutili moralismi. Evidente, e ben gestito, il richiamo a Ladri di biciclette. [a.a.]

11.58
È stato presentato ieri sera in Un Certain Regard L’atelier, nuovo film del regista Palma d’Oro nel 2008 per La classe Laurent Cantet. Protagonista è l’attrice Marina Foïs nei panni di una romanziera che tiene un seminario di scrittura a un gruppo di giovani nella città portuale di La Ciotat. Tra divergenze religiose, politiche, culturali e di milieu, i ragazzi attraverso l’apprendimento dei processi narrativi scopriranno anche il senso di appartenenza al proprio territorio. Dissertazione narratologica sulla scrittura innestata di filmati di repertorio che evocano il tema delle radici, L’atelier è un film intermittente e incompiuto, ma anche estremamente sincero. [d.p.]

11.43
La mattina è iniziata con Radiance, il nuovo film di Naomi Kawase e, fino a questo momento, l’unico accompagnato sui titoli di coda da un applauso consistente e abbastanza uniforme. Al di là di questo dettaglio la Kawase torna a ragionare su molti dei temi che le sono più cari, a partire dal concetto di superamento del lutto attraverso il rapporto con la disabilità; teorizzare sull’idea di visualizzazione interiore, percettiva e oggettiva rischiava di trascinare il film in territori paludosi, dai quali invece la regista giapponese sa sempre tenersi alla debita distanza. Una seria candidatura, se non alla Palma, a un posizionamente nella premiazione finale. [r.m.]

 

lunedì 22 maggio 2017
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22.43
Questa sera gli aggiornamenti del minuto per minuto stanno latitando perché la redazione di Quinlan ha deciso di dedicarsi a un’altra arte, quella culinaria. Oddio, la sala mensa al secondo piano sottoterra non è proprio il paradiso dei gourmet, però per un prezzo a dir poco popolare permette alla truppa di accreditati squattrinati di riposarsi e ingerire del cibo che non si limiti al panino preso al volo ai baracchini sul lungomare. A tal proposito, visto che si parla di cibarie, va segnalato che da quest’anno al quarto piano del Palais è predisposta una terrazza a uso e consumo degli accrediti stampa. E c’è anche la birra! [r.m.]

18.20
Dopo aver fugacemente preso parte a un cocktail party per festeggiare il neonato Pingyao “Crouching Tiger, Hidden Dragon” International Film Festival, che si terrà nella città cinese il prossimo ottobre (a fare gli onori di casa ai giardini del Grand Hotel, sul boulevard de la Croisette c’erano il fondatore Jia Zhangke e il direttore artistico Marco Müller), siamo scappati in fretta e furia al Grand Théâtre Lumière, dove era programmato Geu-uh, vale a dire The Day After, secondo film di Hong Sangsoo presentato al festival e primo in concorso. Una commedia in bianco e nero che si inserisce con naturalezza nel percorso autoriale del cineasta sudcoreano, rinverdendo la galleria di personaggi e le relazioni tra maschile e femminile che sono ruota motrice del suo cinema. Un’ora e mezza di piacevole estasi dialettica. [r.m.]

18.06
Vi sono degli autori che, sostanzialmente costretti dall’eccezionalità del paese in cui si sono trovati a nascere e a vivere, non possono far altro che affrontare la propria ‘questione nazionale’. Amos Gitai è uno di questi. Ora sotto forma di finzione, ora di documentario e di film-saggio, il regista israeliano ha ragionato lungamente e sempre in modo intelligente, anche se non sempre geniale, intorno al tema del conflitto con i palestinesi. Anche il suo nuovo film, West of the Jordan River (Field Diary Revisited), presentato alla Quinzaine, segue questo terreno forzatamente elettivo, focalizzandosi in particolare sul nodo dei Territori Occupati. Una testimonianza che fa il punto della situazione in modo piano, preciso ed esaustivo, anche se un po’ piatto: da un lato un governo sempre più di destra, dall’altro una miriade di associazioni che si spende per la convivenza con gli arabi. E con il futuro che sembra sempre più incerto. [a.a.]

14.50
Accolto con sonori applausi questa mattina alla Quinzaine – anche per merito della presenza in sala delle sue piccole protagoniste vestite come Barbie a una serata di gala – il nuovo film di Sean Baker (Tangerine) The Florida Project. Il film è un’incursione nella vita di un motel della Florida, al seguito delle scorribande di una ragazzina e dei suoi amichetti. Tra disneyficazione del paesaggio e nuova povertà, il film di Barker riesce a bilanciare perfettamente spirito anarchico e dramma sociale, grazie soprattutto alla strabordante energia dei suoi giovanissimi interpreti. [d.p.]

14.43
La brama di provocare il pubblico ha giocato un tiro mancino a Yorgos Lanthimos il cui nuovo film The Killing of a Sacred Deer, in concorso a Cannes 2017, è stato accolto dalla stampa stamani con qualche sonoro fischio. Nel raccontare la storia di un chirurgo (Colin Farrell) perseguitato dal giovane figlio di un uomo deceduto in seguito a un suo intervento, Lanthimos si concede eleganti prodezze stilistiche, una citazione di Eyes Wide Shut e una di Funny Games e poi metafore, simbolismi ed efferatezze assortite. Il tutto poggia però su un messaggio morale sulla società contemporanea e la sua mancanza di responsabilità che non aveva bisogno di tanto dispendio di energie. [d.p.]

14.10
L’industria cinematografica sudcoreana si ritaglia ogni edizione uno spazio significativo al Festival di Cannes. Non solo coi nomi di punta, come Hong Sangsoo, ma anche con produzioni pensate per un pubblico più vasto, per scalare il box office nazionale e internazionale. Archiviato il 2016 con lo splendido The Wailing e con il vivace zombie movie Train To Busan (da vedere col prequel animato Seoul Station, vigorosamente carpenteriano), da Cannes 70 guardiamo con evidente curiosità a due titoli: The Villainess di Jung Byung-Gil e The Merciless di Byun Sung-hyun. Assonanze pericolose?
La ricetta di The Villainess è semplice: si prende Nikita di Besson e si aggiungono significative parti di Kill Bill, in primis lo splendido inserto animato di O-Ren Ishii realizzato da Production I.G. Si amalgama il tutto in sala videoludica, con esasperate soggettive durante le funamboliche sequenze action. Si aggiungono schizzi di sangue tarantiniani e si mescola, si mescola, si mescola, per sparpagliare il più possibile i flashback. Si lascia cuocere per due ore abbondanti e si aggiunge di tanto in tanto qualche lacrima. Poi si butta via tutto. [e.a.]

13.55
L’Algeria contemporanea raccontata attraverso gli occhi di una serie di personaggi emblematici, che soffrono per il loro destino in un paese fintamente democratico. En attendant les hirondelles, esordio di Karim Moussaoui presentato in concorso in Un certain regard, ha l’inevitabile sapore del già visto, del già raccontato: mezzi toni recitativi, piccole ipocrisie, andamento narrativo piano e solo leggermente ellittico. Moussaoui non osa e preferisce consegnare il suo film alle meccaniche usurate di una pensosità post-coloniale, in cui i personaggi intellettualmente più consapevoli esprimono il desiderio di voler tornare in Francia. L’unica nota davvero positiva del film arriva dall’interessante scelta delle location: paesaggi desertici, scarsamente abitati, waste land sorprendenti e stranianti. [a.a.]

11.06
Stamattina, mentre nel concorso ufficiale veniva presentato il nuovo film di Yorgos Lanthimos, nella sala Marriott (feudo della Quinzaine des réalisateurs) si proiettava L’intrusa, l’atteso secondo lungometraggio di finzione di Leonardo Di Costanzo a cinque anni da L’intervallo; seppure sia improprio parlare di una delusione, non c’è dubbio che il film segni un passo in retrovia rispetto al brillante esordio che stregò il pubblico veneziano. La storia, quella de “La masseria”, un centro per l’infanzia che cerca di tenere i bimbi lontani dalle logiche camorriste facendoli giocare e divertire insieme, e che viene messo in crisi dall’arrivo della moglie (con pargoli) di un uomo dei clan in prigione per omicidio, si muove una volta di più sul crinale che divide realtà e finzione. Il gioco però si fa più scoperto, e Di Costanzo sembra meno in grado di approfondire e stratificare la questione, riducendo tutto a un atto di lodevole impegno civile e sociale che non riesce a trovare particolari appigli nell’immaginario. [r.m.]

02.17
Una tredicenne che cerca di uccidere la madre; un padre che ora vive con la nuova moglie e il figlioletto ma la tradisce con una violoncellista; un patriarca alla ricerca di un suicidio assistito; una donna che non sa gestire il rapporto con il proprio figlio… La famiglia attorno alla quale ruota il racconto di Happy End sembra rimettere in circolo buona parte della poetica di Michael Haneke. Il regista austriaco, di stanza in Francia – come spesso accaduto – tocca i vertici del concorso, almeno finora, con un film che sembra programmaticamente pensato per fare i conti non solo con la borghesia europea, ma anche e soprattutto con il proprio cinema. Potente e spiazzante, sardonico e crudele. [r.m.]

 

domenica 21 maggio 2017
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20.10
C’e stato un po’ di fuggi-fuggi dalla sala durante la proiezione questa sera alla Quinzaine di Jeannette l’enfance de Jeanne D’Arc di Bruno Dumont, che in ogni caso ha incassato sonori applausi dai non pochi superstiti. Concepito come un musical pastorale, con testi declamati con fare cantilenante su tonalità che spaziano dal flamenco al metal (con tanto di headbanging dei personaggi), Jeannette l’enfance de Jeanne D’Arc si compone per lo più di inquadrature fisse in pascoli petrosi, ove accanto alla protagonista si manifestano vari personaggi, tra cui una “doppia” suora, un’amica pastorella, tre santi fluttuanti e un improbabile zio. Geniale e aggressivo, il nuovo film di Dumont dimostra ancora una volta la sua ineludibile voglia di provocare lo spettatore e, a conti fatti, rivela anche quanto tutto il divertimento del progetto penda soprattutto dalla sua parte. [d.p.]

18.58
Taylor Sheridan, nome nuovo del cinema statunitense. Autore della sceneggiatura di Sicario di Denis Villeneuve e di Hell or High Water di David Mackenzie, Sheridan si piazza dietro la macchina da presa con le medesime ambizioni, sostenute da mezzi adeguati. Dopo il Sundance, Wind River approda a Cannes, mettendosi in bella mostra nella sezione Un Certain Regard: Jeremy Renner, Elizabeth Olsen, la Weinstein Company, una sceneggiatura solidissima, i paesaggi innevati del Wyoming, western e detection che si intrecciano… Wind River è cinema classico, roccioso, narrativamente stratificato, capace di raccontare un territorio ostile, una comunità alla deriva, (più di) un dramma umano. Intensissimo e pronto a deflagrare. [e.a.]

18.15
C’è Vivere di Vasco Rossi, ma c’è anche l’intramontabile Have You Ever Seen The Rain dei Creedence Clearwater Revival nell’Awesome Mix Vol. 1 di Fortunata di Sergio Castellitto. C’è una sensuale Jasmine Trinca, corpo popolare e generoso, in bilico precario sui tacchi troppo alti, spogliato dall’estate torrida, abusato dal marito (quasi ex). C’è una Torpigna italo-cinese, povera e depressa, con Largo Pettazzoni che sembra una condanna eterna, un non-luogo lontano dallo sguardo della Fortuna. E poi la macchina da presa che non si ferma mai, i ralenti imperdonabili, gli snodi emotivi-narrativi gettati nel mucchio e il romanzo popolare che si gonfia sempre di più, fino a deflagrare in un iper-melodramma che si porta via le performance attoriali, questa Roma apparentemente periferica (ma solo in un certo immaginario) e una prima parte che si teneva in piedi. Ma non c’è misura di scrittura e di messa in scena, non c’è uno sguardo vero sul non-luogo. [e.a.]

17.57
Al Grand Théâtre Lumière il pomeriggio si è illuminato di una stella abbastanza sbilenca ma carica di una vitalità fuori dal comune: stiamo parlando di How to Talk to Girls at Parties, quarto lungometraggio di John Cameron Mitchell (e non David Robert Mitchell, come qualche improvvido accreditato stampa ha pensato), il primo a sette anni di distanza dal doloroso Rabbit Hole; con quella riflessione sul lutto però questo nuovo film ha in comune solo la partecipazione davanti alla camera di Nicole Kidman. Per il resto si tratta di un’avventura tra il punk e lo sci-fi che rasenta l’imbecillità volontaria e segna un’osmosi impensabile tra il Rocky Horror Picture Show e Jubilee di Derek Jarman. Ispirato a un racconto di Neil Gaiman, How to Talk to Girls at Parties è una follia senza limiti, che come ogni atto punk che si rispetti si permette di tutto, anche quando sbaglia. Luminosissima la presenza in scena di Elle Fanning, sempre più centrale nell’immaginario di questi anni. Applausi a scena aperta e almeno un paio di sequenze destinate ad alimentare un culto a parte. Squilibratissimo, ma almeno vivo. [r.m.]

15.01
Dopo Hong Sangsoo, un altro fuori concorso d’eccezione presentato oggi qui al festival è stato Napalm, nuova opera di Claude Lanzmann, che si allontana per una volta dall’inesauribile tema dell’Olocausto spostandosi addirittura nell’Estremo Oriente, nella famigerata Corea del Nord, ultimamente tornata – per via di Trump – a essere vista come una minaccia per la pace nel mondo. Ma, come sempre in Lanzmann e nel suo cinema saggistico, quel che importa non è il presente quanto la riscrittura della memoria del passato. In questo caso, un suo viaggio nella Corea comunista, risalente addirittura a sessant’anni fa, a pochi anni dalla fine della guerra fratricida con il Sud. E non è nemmeno la Storia maestra, quella che tutti sappiamo, il punto cui vuole arrivare il cineasta, quanto un suo ricordo segreto e proustiano, un incontro – spezzato sul nascere dalle autorità – con una infermiera coreana. Un incontro sensuale, non verbale, in cui l’unica parola che entrambi potevano comprendere era la più orrorifica: il napalm, sganciato dagli americani in quantità industriale. Ancora una volta dunque per Lanzmann, si tratta di ritrovare la forza della parola e del racconto al di là della volontà autodistruttrice dell’uomo. [a.a.]

14.18
Secondo film di Hong Sangsoo a essere interpretato da Isabelle Huppert, dopo In Another Country, e primo dei due titoli che il regista coreano porta quest’anno alla Croisette, La caméra de Claire è ambientato proprio al festival di Cannes, girato lo scorso anno. Metacinema e autoreferenzialità al quadrato, insomma. Eppure, tutto si svolge con la consueta leggerezza e leggiadria, come sempre nel cinema di Hong. L’elemento perturbante in questo caso è dato dalla “caméra” del titolo, la macchinetta fotografica con cui Claire, il personaggio della Huppert, ritrae chi incontra, convinta misticamente che il gesto di “impressionare” cambi le persone. E così, ovviamente, è il cinema, che ci cambia continuamente. [a.a.]

14.13
In Un certain regard è stato presentato il nuovo film di Kiyoshi Kurosawa, tornato in Giappone dopo la brillante incursione in territorio europeo con Daguerrotype, visto in Italia al Torino Film Festival. Before We Vanish è uno bizzarro incrocio tra le opere più criptiche di Kurosawa e l’afflato maggiormente popolare che fa capolino di quando in quando: ne viene fuori uno sci-fi “rallentato” ma estremamente strutturato, che non riesce a evitare alcune lungaggini ma una volta di più rivendica il pensiero e l’umanesimo di un regista prezioso, in grado di ragionare su temi anche abusati – il concetto di io, il senso dell’amore – senza mai cadere nella retorica. Girato con la solito sontuosa coscienza di cosa significhi “mettere in scena”. Ad averne… [r.m.]

14.02
Dopo Okja di Bong Joon-ho ecco approdare oggi in concorso a Cannes il secondo, famigerato film distribuito da Netflix: The Meyerowitz Story (New and Selected) di Noah Baumbach. Fischi iniziali a parte, tutti dedicati al logo del servizio Svod, il nuovo film di Baumbach prosegue sui toni e gli argomenti già sviluppati sopratutto in Giovani si diventa, mettendo in scena tre fratelli quasi 50enni alle prese con rimpianti, insoddisfazioni, carriere artistiche mai decollate e un anziano padre scultore (incarnato da Dustin Hoffman) che ora ha bisogno del loro aiuto. Pur riflettendo su temi usuali della sua filmografia, Baumbach riesce ad essere, anche questa volta, brillante, tenero, cinico e un po’ crudele, raggiungendo picchi di autenticità ed empatia che distanziano il film dal mero manierismo di se stesso. Merito anche dell’ottima performance di Adam Sandler. [d.p.]

01.48
Si sapeva che Le Redoutable sarebbe stato uno dei titoli più controversi di questa edizione del festival; un biopic su Jean-Luc Godard nel biennio 67-69 (quello che va da La cinese a Vento dell’est) e sulla sua relazione con Anne Wiazemsky non poteva dopotutto passare indenne sulla Croisette. Ma era difficile ipotizzare un simile pastrocchio: Hazanavicius firma un film di fronte al quale si prova un senso di disagio non dettato da chissà quale perturbamento emotivo, ma dalla vergogna generata dalle immagini. Tra un Bertolucci e un Ferreri da operetta malriuscita e sbilenca, giochetti à la Godard fatti da chi non riesce a capire il senso dei “giochetti à la Godard” e un armamentario di frasi fatte sulla rivoluzione, il marxismo e il crollo della borghesia, Le Redoutable si mostra per quel che è: puro cinema della reazione, stolidamente incardinato in un sistema al quale non sa neanche di appartenere ma le cui regole rispetta per abitudine tronfia. Il ridicolo volontario che diventa (ovviamente incosciamente) involontario. Scult dell’anno? Senza dubbio un film da dimenticare in fretta. [r.m.]

 

sabato 20 maggio 2017
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19.58
Mentre al Palais si vivevano momenti di panico, come viene riportato nel precedente commento, alla Quinzaine, le cui proiezioni si tengono – più avanti lungo la Croisette – negli spazi dell’hotel Marriott, tutto procedeva secondo programma con la presentazione del secondo film di Chloé Zhao, The Rider, regista cinese trapiantata da anni negli Stati Uniti. Un percorso, quello di Zhao, che si fa già interessante: se infatti nel suo precedente lungometraggio, Songs My Brothers Taught Me, aveva provato ad esplorare in maniera abbastanza maldestra il mondo degli indiani d’America, stavolta la regista si concentra su un altro genius loci statunitense, il rodeo. Il risultato in questo caso è migliore, grazie soprattutto alla caratterizzazione del protagonista, un cowboy che ha avuto un gravissimo incidente e che prova in ogni modo a tornare a sfidare cavalli imbizzarriti. Lo accompagnano una sorella autistica, un padre depresso e un altro vecchio campione di rodeo ridotto alla paralisi. Un mondo disperato, senza speranza, ottuso, ma che sanguina e che vorrebbe provare a vivere, invece di essere abbattuto come un animale ferito. [a.a.]

19.56
La psicosi terrorista, che ha già prodotto un numero di controlli quintuplicato rispetto alle scorse edizioni, colpisce ancora. Pare sia stato rinvenuto un pacco sospetto all’interno del Palais (ma di più non si sa): tanto è bastato per far evacuare l’intero palazzo, al grido di “vite! vite!”, e per bloccare la prima delle due proiezioni stampa de Le Redoutable, il film di Michel Hazanavicius che si concentra sul ’68 visto con gli occhi di Jean-Luc Godard. Pochi minuti di (scarsa) allerta, e poi tutto è tornato alla anormale normalità. Un’emozione da poco. [r.m.]

19.38
Presentato oggi pomeriggio alla Quinzaine, Alive in France di Abel Ferrara è un giocoso bakstage della tournée oltralpe del regista-musicista e della sua band. Tra contrattempi, interviste, prove e momenti di pura e semplice complicità con i suoi compagni d’avventura, Ferrara ci restituisce, nonostante l’esilità del tutto, tutta la forza propulsiva della sua creatività. [d.p.]

14.34
Presentato stamane fuori concorso Le venerable W. di Barbet Schroeder è un documentario sul monaco birmano Wirathu. Autore di un libro censurato dal regime, Wirathu impartisce ai suoi fedeli precetti fermamente anti-islamici, sostenendo invece la purezza della razza. Ricco di immagini sconvolgenti, relative ai violenti scontri tra buddisti e musulmani, il film di Schroeder vive più della forza delle sue immagini che della presenza dello sguardo del suo autore. [d.p.]

14.22
Nella sua ‘medietà autoriale’ il cinema cinese pare ormai essersi auto-rinchiuso in una gabbia asfittica. Lo conferma sulla Croisette Walking Past the Future di Li Ruijun, in concorso in Un certain regard: ennesima riscrittura del cinema e delle tematiche di Jia Zhangke, nel confronto tra città e campagna, tra solitudini esistenziali e aberrazioni immobiliaristiche. Certo, sono le tematiche della Cina contemporanea, ma come al solito a contare è il modo che si sceglie per raccontarle ed è per questo che sono diventate di Jia, perché è l’unico che sa farlo con genialità. Invece Li Ruijun va avanti col pilota automatico, accumulando disgrazie che si catapultano sui personaggi e collezionando simbologie da quattro soldi, come quella dei protagonisti che si fanno prelevare – e dunque succhiare – il sangue per guadagnare qualche soldo. [a.a.]

13.10
Torniamo con la mente a ieri sera, quando nella sala del Marriott la giornata della Quinzaine des réalisateurs si è conclusa con A ciambra, attesa opera seconda di Jonas Carpignano, che alla Semaine presentò un paio di anni fa Mediterranea, cui questo nuovo film si lega in maniera indissolubile: continua infatti la ricerca dell’umanità tra Gioia Tauro e Rosarno, tra la comunità rom della famiglia Amato e i migranti che approdano in Calabria e ne fanno la loro nuova, seppur instabile, dimora. Un racconto criminale che il regista italo-statunitense tratteggia senza enfasi né abuso di retorica, scegliendo una via che però solo all’apparenza può essere scambiata per “neutra”. Nonostante alcuni didascalismi di troppo, e qualche svisata onirica non sempre maneggiata con cura, A ciambra conferma il talento di Carpignano e si candida al ruolo di miglior film italiano sulla Croisette. L’unico, per ora, senza alcuna distribuzione. Un caso? [r.m.]

11.19
Il concorso riprende questa mattina con il terzo lungometraggio diretto da Robin Campillo, storico montatore di Laurent Cantet: 120 battements par minute racconta le azioni di Act Up, gruppo parigino che negli anni Novanta lottò per la sensibilizzazione sul tema della diffusione dell’Aids e delle scarse politiche governative, e lo fa cercando un paio di storie e personaggi su cui incentrare lo sguardo. Una scelta in realtà debole, perché le parti più convincenti di questo film troppo lungo sono proprio quelle che riguardano i dibattiti del collettivo, le scelte sulle azioni di protesta da portare avanti. Il resto è un mélo intenso ma che si sporca poco le mani con la vita, e le sue infinite ramificazioni. Un film, come molti di questo concorso, che non rimane impresso nella memoria. [r.m.]

10.09
Proiettato ieri sera in Concorso, The Square di Ruben Östlund (il regista di Forza maggiore) è una gustosa farsa sul mondo dell’arte contemporanea. Protagonista è il direttore di un museo cui vengono rubati portafoglio e cellulare proprio alla vigilia dell’allestimento di un’esposizione, dal titolo per l’appunto di The Square e che mira a far riflettere su “fiducia e altruismo”. Il furto innescherà una serie inarrestabile di contrattempi, passi falsi, disvelamenti di ipocrisie e risentimento sociale. Estremamente inventivo e ricco di un sapido humour, The Square solletica l’intelletto, ma la sua fermezza nel perseguire una missione moralizzante a lungo andare stanca. [d.p.]

 

venerdì 19 maggio 2017
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19.44
La Quinzaine des réalisateurs spara i suoi pezzi da novanta francesi: dopo Claire Denis è la volta di Philippe Garrel che ha presentato al Marriott L’amant d’un jour. Il “solito” film di Garrel, che narra il quotidiano con una potenza quasi rohmeriana, semplice solo a occhi distratti. La sequenza del ballo e il finale, poi, si portano tutto quel che si è visto finora al festival. Sublime. [r.m.]

17.44
Sorprende e spiazza il nuovo film di Claire Denis, presentato alla Quinzaine. Un beau soleil intérieur è un resoconto frammentario e auto-parodiante di discorsi amorosi (originariamente previsto come sorta di adattamento da Roland Barthes) intorno alla figura di una donna di mezza età, interpretata da Juliette Binoche, in un ruolo tutto giocato sull’insicurezza e l’indecisione. Parabola borghese allo stesso tempo alienante e divertita, sofferente e malinconica, il film della Denis diverte a tratti con la sua leggerezza concettuale e volutamente disorienta con la sua insistita pesantezza verbale. Incapace di uscire dal suo milieu, il personaggio della Binoche è intrappolato in una ronde triste e buffa, in fin dei conti drammaticamente annichilente. [a.a.]

15.05
Le coincidenze, a volte. La proiezione per la stampa di Okja di Bong Joon-ho è un (mezzo) disastro. I proiezionisti si distraggono e si procede con dieci minuti di teste tagliate. Poi si ferma tutto, pausa, si riparte. E così i fischi si ripetono: già, ancora fischi, perché Okja è uno dei film targati Netflix e ovviamente la questione ha creato due schieramenti. Fischi per il logo di Netflix sia alla prima che alla seconda proiezione, qualche fischio doppio anche per Cannes. Applausi per Bong, anche alla fine. Ecco, torniamo al film: una gradevole metafora/avventura/favola ad altezza ragazzino, con tanto di genetica, multinazionali, associazioni animaliste e tutto quel che segue. E, soprattutto, con un super-maiale in computer grafica, coccoloso, totoroso, destinato al macello. Super-maiali per super-salami: parliamone!
Bong tiene alto il ritmo, si perde un po’ quando c’è (necessariamente) da spiegare e confeziona un finale commovente. Okja è family friendly, più nel bene che nel male, ma i cattivi caratterizzati in modo così caricaturale tarpano un po’ le ali a una buona pellicola che sarebbe stata benissimo in un’altra sezione, soprattutto il fuori concorso. Stando a Pedro, zero possibilità di premi. [e.a.]

14.18
In Un certain regard è stato presentato A Man of Integrity (Lerd), il nuovo film di Mohammad Rasoulof. Il regista iraniano, da sempre apertamente critico verso il governo di Teheran (e per questo imprigionato alcuni anni fa insieme a Jafar Panahi), narra una storia ordinaria corruzione con protagonista un uomo che vorrebbe salvare la propria casa da una grossa compagnia interessata al terreno e per farlo vorrebbe restare nei limiti della legge. Ma non è semplice… Un film secco e puntuto costruito con gran cura, che conferma il talento di Rasoulof pur non raggiungendo le vette della sua carriera. [r.m.]

12.54
Torna la Varda al Festival di Cannes ed è sempre una malinconica gioia. Il suo nuovo film, Visages villages, co-diretto con l’artista e fotografo JR e presentato fuori concorso, è un viaggio nella Francia postuma, alla ricerca della storia del paese e, soprattutto, del lavoro perduto. Un viaggio che non può che essere anche un percorso all’indietro nella vita/cinema della cineasta, con ricordi di sue foto, della sua giovinezza, di Demy e di Godard. E se il senso di morte aleggia inevitabilmente lungo tutto il film, resta comunque una dolce e ferma convinzione: la Nouvelle Vague non morirà mai… [a.a.]

 

giovedì 18 maggio 2017
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20.03
Dopo aver vinto nel 2014 Un certain regard con il suo (discutibilissmo) White God, torna sulla Croisette il regista ungherese Kornél Mundruczó, promosso stavolta nel concorso maggiore del festival. Il suo Jupiter’s Moon replica la stessa schizofrenia di altri suoi film, operando solo un rinnovamento di ingredienti: dramma sociale sull’immigrazione, paranormale supereroistico (un migrante siriano che vola!), action serrato pseudo-hollywoodiano. Il risultato è confuso e farraginoso. Gli angeli esisteranno pure, ma non è certo nel cinema di Mundruczó che fanno la loro miglior figura. [a.a.]

17.28
Doppio Mathieu Amalric al Festival di Cannes 2017. Dopo averlo visto in vesti di attore nel film d’apertura Les fantômes d’Ismaël di Arnaud Desplechin, lo ritroviamo oggi in Un certain Regard in quelli di regista (ma anche interprete) con Barbara, biopic dedicato alla celebre cantautrice francese qui incarnata da Jeanne Balibar. Il regista di Tournée prosegue dunque la sua indagine sul ruolo dell’artista, componendo un biopic personalissimo e struggente, scomposto e frammentario che mira a eviscerare del tutto il rapporto tra l’interprete e il suo personaggio. [d.p.]

16.59
Presentato alla Semaine de la critique, Los perros di Marcela Said è un ritratto crudo e severo del Cile contemporaneo. Attraverso un frammento di vita della sua protagonista, rampolla di una ricca famiglia di imprenditori, la regista, alla sua opera seconda dopo El verano de los peces voladores, ci parla di una generazione di quarantenni che non ha saputo né voluto fare i conti con la dittatura e il coinvolgimento in essa dei propri padri. Tra cavalli da domare, cani assassinati, sadismo e sadomasochismo, Los perros procede serrato e intrigante soprattutto grazie a una sceneggiatura precisa al millimetro, oltre che all’ottima performance dell’attrice Antonia Zegers e del volto simbolo del cinema cileno Alfredo Castro. [d.p.]

15.00
Carol (2015). Io non sono qui (2007). Lontano dal paradiso (2002). Velvet Goldmine (1998). Safe (1995). Poison (1991). Alla prestigiosa lista dei lungometraggi diretti dal talentuosissimo Todd Haynes dobbiamo aggiungere – un po’ a malincuore – Wonderstruck, presentato questa mattina alla stampa, secondo titolo del concorso di Cannes 2017. Tratto da La stanza delle meraviglie di Brian Selznick, Wonderstruck affonda sequenza dopo sequenza in un immaginario tirato a lucido ma superficiale, banalizzato da una struttura narrativa ripetitiva, soffocato da una musica incessante, invasiva. Ed è forse questa overdose musicale la cartina tornasole di una pellicola che ha un bisogno disperato di un sostegno, di mascherare in qualche modo la messa in scena ineccepibile ma scolastica degli anni Settanta, degli anni Venti, del cinema muto, delle meraviglie di un museo. Una lanterna magica con la lente opaca. Peccato. [e.a.]

14.53
Questa mattina, dopo il deludente Todd Haynes di Wonderstruck, la salle Bazin è stata invasa dalle immagini del nuovo film di Takashi Miike, Blade of the Immortal, presentato fuori dalla competizione: tratto da un manga di Hiroaki Samura, il film è un jidaigeki pervaso di fantastico e di horror che riporta Miike su uno dei territori che frequenta con più dimestichezza, quella del demone samurai che non può morire e deve necessariamente combattere. Lontano dalla lettura concettuale che fu alla base del capolavoro Izo, Blade of the Immortal è comunque un gioco divertente, diretto con classe cristallina dal regista giapponese e non privo di spunti sul classismo della società nipponica e sul “potere”. Uno spasso, accolto senza particolare entusiasmo, come d’abitudine in questi primi due giorni del festival… [r.m.]

14.45
È stato presentato questa mattina al Miramar, la sala della Semaine de la Critique, Sicilian Ghost Story, l’opera seconda del duo di registi composto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già presenti sulla Croisette e nella medesima sezione quattro anni fa con Salvo; esattamente come la loro opera prima anche questa nuova avventura sul grande schermo si risolve in una bolla di sapone, più o meno. Un’idea brillante, alcuni forti intuizioni di regia ma poi la difficoltà estrema a tradurre tutto in una narrazione altrettanto stratificata e possente. Cinema estatico ma non in grado di trasmettere attraverso il racconto le proprie idee concettuali. Una mezza occasione sprecata. Il film è da oggi anche nelle sale italiane. [r.m.]

01.10
Perso il treno – senza troppi rimpianti – del documentario Sea Sorrow diretto da Vanessa Redgrave, spendiamo qualche parola sul primo film in concorso: Loveless di Andrey Zvyagintsev (Il ritorno, Leviathan). Ovvero, regista russo e capitali francesi. E si vede. Zvyagintsev non risparmia alla Madre Russia una metafora geometrica, tagliente, spietata. La fuga di casa di un ragazzino disperato, travolto dal divorzio dei pessimi genitori, si trasforma immagine dopo immagine nel cupo ritratto di una nazione alla deriva, svuotata politicamente, socialmente e moralmente. La glaciale messa in scena e l’utilizzo stordente delle musiche smussano qualche didascalismo di troppo. Un buon inizio per il concorso. [e.a.]

 

mercoledì 17 maggio 2017
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21.42
Mentre il festival sparava i primi colpi, con Desplechin prima e Nelyubov di Andrey Zvyagintsev ora, parte della truppa quinlaniana raggiungeva Cannes e prendeva possesso dell’alloggio. Fuori dall’area del festival la vita di questa città balneare prosegue sonnacchiosa, immersa in un traffico intenso e adagiata sul ritmo dei gabbiani che all’ora del tramonto sbattono le ali stanche verso il ritorno a casa. Il cinema sembra un concetto astratto, visto da qui; per i film, le sarabande e le baraonde ci sarà tempo a partire da domattina. O da stasera, visto che si vocifera di una festa in spiaggia… [r.m.]

15.45
Il carrozzone è in movimento. Già da ieri la Croisette è dominata da un sole spietato, letale per le code – per ritirare l’accredito, per entrare al Palais, per le proiezioni in Debussy, Soixantième, Lumière… code ovunque, sempre e comunque. Anche questa è grandeur.
La cerimonia d’apertura inizierà alle 19.15 al Grand Théâtre. A seguire Les fantômes d’Ismaël di Desplechin, titolo che può vantare un cast a dir poco splendido: Charlotte Gainsbourg, Marion Cotillard & Mathieu Amalric, con l’aggiunta di Louis Garrel e Alba Rohrwacher. La stampa ha già iniziato a macinare visioni, partendo ovviamente dal suddetto Les fantômes d’Ismaël. Gelo in sala, qualche timidissimo applauso, nessuna esternazione di dissenso. Solo un assordante silenzio. Probabilmente ci si aspettava qualcosa di più commerciale e abbordabile come film d’apertura. Pazienza.
Desplechin ragiona su se stesso, sul cinema, sull’arte, sull’energia che ci tiene in vita (memorabile la sequenza con quei tre “ancora” pronunciati da un ispirato Amalric), sul noir, sui labirinti della mente, della memoria, dell’amore. Les fantômes d’Ismaël è intricato e leggiadro. È passionale e disperato. È spassoso e dispersivo. Alti e bassi, con improvvise fiammate. Cinema vivissimo, che nutre e si nutre del talento e dei corpi di Amalric, Cotillard e Gainsbourg. (Im)perfetto. [e.a.]

Info
Festival di Cannes 2017, il sito ufficiale.
Il concorso del Festival di Cannes 2017.

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    L’Atalante

    di L'Atalante di Jean Vigo è uno dei film più leggendari della storia del cinema, ultimo parto creativo di un regista geniale destinato a morire neanche trentenne per l'incedere della tubercolosi. Sulla Croisette nel 2017 trova nuova vita nella selezione di Cannes Classics, e gli occhi tornano a innamorarsi all'istante.
  • Cannes 2017

    Loveless

    di Zvyagintsev non risparmia alla (Madre) Russia una metafora geometrica, spietata. La fuga di casa di un ragazzino si trasforma immagine dopo immagine nel cupo ritratto di una nazione alla deriva, prosciugata politicamente, socialmente e moralmente. In concorso a Cannes.
  • Cannes 2017

    Blade of the Immortal

    di Takashi Miike torna sulla Croisette fuori concorso con Blade of the Immortal, un jidaigeki screziato di horror tratto da un manga di Hiroaki Samura. Un divertissement che mostra il lato più ludico del regista giapponese, che allo stesso tempo torna a ragionare da vicino su tematiche a lui particolarmente care come il concetto di corpo e la coazione a ripetere.
  • Cannes 2017

    Ecco l’impero dei sensi

    di Il film più controverso (e celebre) dell'intera carriera di Ōshima, che scandalizzò l'occidente con la sua riflessione sull'eros, la politica dei corpi e sui corpi; in Italia, per esempio, uscì a dir poco massacrato rispetto al metraggio originale. Cannes lo ospita tra i molti 'classici' restaurati, ma a distanza di quarant'anni appare ancora un oggetto rivoluzionario.
  • Cannes 2017

    Visages villages

    di , Agnès Varda continua il suo personale e ogni volta sorprendente e commovente viaggio nella vita/cinema, stavolta in co-regia con l'artista visuale JR: Visages villages, fuori concorso a Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    Barbara

    di Mathieu Amalric cancella con sincero furore iconoclasta gli schematismi del biopic tradizionale con Barbara, sua nuova prova registica dedicata alla chansonneuse francese. In Un certain regard.
  • Cannes 2017

    Los perros

    di Serrato e disturbante, Los perros di Marcela Said è un affondo nella società cilena contemporanea, incapace di fare i conti con le colpe dei padri. Alla Semaine de la critique del Festival di Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    L’Amant d’un jour

    di Il cinema di Philippe Garrel si svolge attorno a un lungo e coerente percorso, come conferma anche L'Amant d'un jour, presentato alla Quinzaine des réalisateurs 2017; un film lieve come un amore universitario, doloroso e dolcissimo, che strappa via il cuore.
  • Cannes 2017

    A Man of Integrity

    di L'Iran di A Man of Integrity, il nuovo film diretto da Mohammad Rasoulof e vincitore a Cannes della sezione Un certain regard, è un luogo dominato dalla corruzione, dal pregiudizio, e dalla lotta dei poveri contro i poveri. Mentre il potere gongola soddisfatto.
  • Cannes 2017

    A Ciambra

    di L'opera seconda del regista italo-americano Jonas Carpignano, A Ciambra, narra la storia di Pio, rom che sta crescendo e vuole dimostrare di essere un uomo; un lavoro prezioso, da difendere con estrema cura. Alla Quinzaine des réalisateurs 2017.
  • Cannes 2017

    A Gentle Creature

    di Loznitsa parte da una suggestione dostoevskijana per attraversare una Russia soffocata dai meccanismi burocratici, da un'apatia che ha contagiato la coscienza collettiva. In concorso a Cannes.
  • Cannes 2017

    Wind River

    di Presentato a Cannes, dopo il Sundance, Wind River è un western contemporaneo, un poliziesco dai contorni drammatici. Sheridan non si limita a intrecciare gli elementi chiave dei due generi, ma riesce ad aggiornare e contestualizzare il mito della Frontiera.
  • Cannes 2017

    Le vénérable W.

    di Fuori concorso a Cannes 2017, Le vénérable W. di Barbet Schroeder è un documentario sul monaco birmano islamofobico Wirathu che vive più del turbamento prodotto dai suoi contenuti che della presenza dello sguardo del suo autore.
  • Cannes 2017

    The Villainess

    di Presentato a Cannes 2017, The Villainess è un adrenalinico action che pesca a piene mani da Nikita e Kill Bill e dall’estetica videoludica, puntando su una spettacolarità dopata. Sotto la patina di sequenze ipertrofiche e di una trama smaccatamente derivativa, resta davvero poco.
  • Cannes 2017

    La caméra de Claire

    di Dopo In Another Country, Isabelle Huppert torna a recitare per Hong Sangsoo: La caméra de Claire è una riflessione sulla chiarezza dell'immagine e del discorso meta-cinematografico del cineasta coreano.
  • Cannes 2017

    Alive in France

    di Presentato alla Quinzaine, Alive in France di Abel Ferrara è un giocoso bakstage della tournée oltralpe del regista e della sua band, che restituisce tutta la forza propulsiva della sua creatività.
  • Cannes 2017

    Before We Vanish

    di In Before We Vanish Kiyoshi Kurosawa torna a utilizzare i codici del genere per cercare di raccontare l'umanità, le sue pulsioni, le domande senza risposta che la agitano. In questo caso lo schema è quello dell'invasione aliena, per uno sci-fi contemplativo ma non privo di deflagrazioni improvvise. In Un certain regard a Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    L’intrusa

    di Leonardo Di Costanzo firma il suo secondo lungometraggio, L'intrusa, cercando di rintracciare una volta di più il punto d'incontro tra realtà documentaria e ricostruzione narrativa; stavolta però il meccanismo si inceppa, e i nodi non vengono al pettine, anche per la scarsa empatia che si sviluppa tra lo sguardo del regista e il mondo che sta indagando.
  • Cannes 2017

    How to Talk to Girls at Parties

    di How to Talk to Girls at Parties segna il ritorno alla regia di John Cameron Mitchell a sette anni di distanza dal doloroso Rabbit Hole. Stavolta invece si lancia in una follia camp, tra punk e sci-fi in odore di demenza, traendo ispirazione da un lavoro letterario di Neil Gaiman. Fuori Concorso al Festival di Cannes.
  • Cannes 2017

    The Killing of a Sacred Deer

    di La brama di provocare il pubblico ha giocato un tiro mancino a Yorgos Lanthimos il cui nuovo film, The Killing of a Sacred Deer, appare un vano dispendio di energie. In concorso a Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    Dopo la guerra

    di Reviviscenze e riverberi della lotta armata tra la Francia e l'Italia all'inizio degli anni Duemila. Sceglie un tema ambizioso Annarita Zambrano per il suo esordio Dopo la guerra, presentato a Cannes in Un certain regard.
  • Cannes 2017

    Rodin

    di Compassato e a tratti didascalico, Rodin di Jacques Doillon, biopic dedicato al celebre scultore francese, si perde in verbosità che scivolano nel ridicolo involontario. In concorso a Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    Radiance

    di Radiance segna il ritorno in concorso a Cannes di Naomi Kawase a tre anni di distanza da Still the Water, e ribadisce una volta di più la poetica della regista giapponese, a partire dall’elaborazione del lutto e dalla necessità di confrontarsi con la disabilità, e di condividerne le sofferenze.
  • Cannes 2017

    Twin Peaks – Ep. 1 & 2

    di Si torna a Twin Peaks. Per viaggiare a New York, nel Sud Dakota, a Las Vegas. Si torna a Twin Peaks, e alla Loggia Nera. Ci si risveglia dopo venticinque anni, con il gigante, Mike e Laura Palmer al fianco. C'è ancora il buon Dale Cooper, ma anche il suo doppelganger libero di muoversi nel mondo "reale". Bentornato, David Lynch!
  • Cannes 2017

    The Florida Project

    di Tra disneyficazione del paesaggio e nuova povertà, The Florida Project di Sean Baker riesce a bilanciare perfettamente spirito anarchico e dramma sociale. Alla Quinzaine.
  • Cannes 2017

    Becoming Cary Grant

    di Presentato a Cannes nella sezione Cannes Classics, Becoming Cary Grant di Mark Kidel è un documentario dalla breve durata che si addentra nella sfera emotivo-personale dell'attore hollywoodiano.
  • Cannes 2017

    Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc

    di Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc segna la nuova incursione dietro la macchina da presa di Bruno Dumont, uno dei pochi, pochissimi eretici che il cinema europeo abbia allevato negli ultimi venti anni.
  • Cannes 2017

    Demons in Paradise

    di Il regista srilankese Jude Ratnam ripercorre in prima persona la guerriglia portata avanti dai tamil, minoranza ghettizzata dal governo centrale. Nel coraggioso documentario Demons in Paradise si mescolano il sogno del "Tamil Eelam", la lotta intestina al popolo tamil e la necessità di ricordare, e di rileggere la propria storia. A Cannes tra le séances spéciales.
  • Cannes 2017

    Bushwick

    di , Action catastrofico che si muove tra Carpenter e Romero, Bushwick al di là di alcuni eccessi di auto-compiacimento visivo è un efficace ritratto di quel che potrebbe diventare l'America trumpiana.
  • Cannes 2017

    Marlina the Murderer in Four Acts

    di La regista indonesiana Mouly Surya porta alla Quinzaine des réalisateurs Marlina the Murderer in Four Acts, incrocio tra revenge movie e rilettura in chiave contemporanea dello spaghetti-western (visto attaverso il filtro tarantiniano); una bizzarria divertente ma non completamente compiuta, che dimostra comunque le qualità della giovane cineasta.
  • Cannes 2017

    Vers l’inconnu?

    di Vers l'inconnu? fu il primo film libanese della storia a prendere parte al concorso di Cannes, nel 1957. A sessant'anni di distanza il festival lo riscopre in una versione restaurata in digitale, alla presenza del regista Georges Nasser.
  • Cannes 2017

    A fábrica de nada

    di A fábrica de nada è il sorprendente esordio di Pedro Pinho, sguardo sul Portogallo in crisi economica e ideologica, e sulla realtà di una fabbrica occupata e autogestita dagli operai. Tra riflesso del reale, agit prop e voli pindarici un'analisi accorata - e non priva di interrogativi - sul mondo capitalista, e la sua inesauribile usura.
  • Cannes 2017

    Makala

    di Sospeso tra neorealismo e documentario etnografico, Makala di Emmanuel Gras è un film importante, ma squilibrato. Vincitore della Semaine de la Critique di Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    D’après une histoire vraie

    di Solido ed elegante noir su furti di idee e di personalità, D'après une histoire vraie di Roman Polanski è un rivoluzionario elogio della finzione, in un'epoca oberata di realtà. Fuori concorso a Cannes 2017.
  • Cannes 2017

    Operazione Apfelkern

    di A Cannes Classics è stata presentata la versione restaurata di questo film diretto da René Clément a ridosso della fine della Seconda Guerra Mondiale; uno sguardo interno sulle forme di resistenza al nazismo, e un elogio della categoria dei ferrovieri, tra i più attivi nel sabotare le trame dell'invasore tedesco e dei collaborazionisti.
  • Festival

    I premi di Cannes 2017

    Ultimo atto della settantesima edizione del Festival di Cannes, con la Palma d'oro a Östlund per The Square, Premio del 70esimo alla Kidman, regia alla Coppola per L’inganno, Gran Premio a Campillo per 120 battements par minute...
  • Festival

    Cannes – Grand Prix e Palma d’Oro 1939-2017

    L'Albo d'Oro del Festival di Cannes, dalla vittoria di Union Pacific di Cecil B. DeMille nel 1939 al trionfo dello svedese Ruben Östlund con The Square.
  • Festival

    Festival di Cannes 2017 – Bilancio

    Archiviato il Festival di Cannes 2017, un'edizione numero Settanta accompagnata da qualche problema, proviamo a tracciare il consueto bilancio sulla kermesse: vincitori e vinti, Netflix, piccolo e grande schermo, il gigantesco Lynch...
  • Cannes 2017

    Ava

    di Presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2017 e vincitore del premio SACD, Ava è uno scandaglio ispirato e mai banale dell'adolescenza, dei primi subbugli ormonali, dell'età adulta che si avvicina coi suoi problemi, i suoi drammi.

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