Barbara

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Mathieu Amalric cancella con sincero furore iconoclasta gli schematismi del biopic tradizionale con Barbara, sua nuova prova registica dedicata alla chansonneuse francese. In Un certain regard a Cannes 2017.

Identificazione di una donna

Un’attrice deve incarnare Barbara, in un film a lei dedicato. Inizia a lavorare sul personaggio, la voce, le canzoni, spartiti, gesti, lavoro a maglia, imparando ogni cosa, mentre il personaggio inizia a invaderla. Anche il regista del film, attraverso i suoi incontri, le ricerche di archivio, la musica, viene gradualmente sopraffatto da Barbara. [sinossi]

Un’infanzia caratterizzata preferibilmente da umili orgini, meglio ancora se condita da un sapido trauma infantile, una roboante ascesa e, magari, anche un’altrettanto sonora caduta. Sono più o meno questi gli ingredienti tipici del biopic tradizionale, mutuati da taluni modelli statunitensi (Ray, Quando l’amore brucia l’anima) e universalmente diffusi. Con Barbara, la sua nuova prova registica dopo l’intrigante La chambre bleue Mathieu Amalric si scaglia con furore iconoclasta contro i codici del genere biografico, per consegnare un ritratto scomposto ma estremamente sincero della vita, dei tormenti e dell’arte della chansonneuse francese Monique Andrée Serf, in arte Barbara.

Tra abusi sessuali subiti dal padre e un’adolescenza difficile trascorsa durante la Seconda Guerra Mondiale (la sua famiglia era di origini ebraiche), gli elementi per sovvenzionare una narrazione standardizzata, quanto usurata, di certo non mancavano, ma Amalric si dirige in tutt’altra direzione, allestendo un mosaico impressionista composto di squarci musicali, filmati di repertorio, re-enactment, metacinema e suggestive evocazioni di memorie lontane, ancorando il tutto al corpo e alla voce della sua protagonista, una stupefacente Jeanne Balibar.

Come già avveniva in Tournée, anche questa volta Amalric mette in scena il mondo dello spettacolo e se stesso, incarnando le vesti del regista di un ipotetico film (nel film) dedicato a Barbara e autodenunciandosi subito (tramite l’espediente di un post-it fissato su un tabellone) come una sorta di clown nero (detto anche “augusto” nella tradizione circense e teatrale), disarmonico, folle e patetico. Amalric dunque si mette in ombra, ridicolizza un po’ la sua figura di autore e maieuta (ha i capelli tinti e una risibile cravattina stretta attorno al collo), per meglio far risplendere la performance, recitativa e canora, della sua star (la Balibar), che per anni è stata anche sua compagna di vita.

Si innesta così un cortocircuito perenne tra arte e vita, tra finzione e realtà, che contribuisce a rendere le rielaborazioni visive e (anti)narrative del film sincere e toccanti.
Nel doppio ruolo di attrice che interpreta Barbara e di Barbara stessa, la Balibar, come la Gloria Swanson di Viale del tramonto, soffre l’avanzare dell’età, combatte costantemente con un’urgenza creativa che vorrebbe distinta dal dovere angosciante dell’esibizione pubblica. Ma Barbara è anche alla ricerca delle proprie origini, così come Brigitte/Balibar è al serrato inseguimento del suo personaggio, anche a costo di perdersi in esso.

Colto e sentimentale, elaborato visivamente e cosparso di un ineludibile senso di tetraggine (l’artista appare quasi condannato alla creazione), Barbara riesce quasi paradossalmente ad essere al tempo stesso frammentario e universale, biografico e teorico, mentre Amalric costruisce pezzo per pezzo, brano per brano, vita per vita, un altro importante tassello della sua già brillante carriera.

Info
La scheda di Barbara sul sito del Festival di Cannes 2017.
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