Ecco l’impero dei sensi

Ecco l’impero dei sensi

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Ecco l’impero dei sensi è il film più controverso (e celebre) dell’intera carriera di Nagisa Ōshima, che scandalizzò l’occidente con la sua riflessione sull’eros, la politica dei corpi e sui corpi; in Italia, per esempio, uscì a dir poco massacrato rispetto al metraggio originale. Il festival di Cannes lo ospita tra i molti ‘classici’ restaurati, ma a distanza di quarant’anni appare ancora un oggetto rivoluzionario. Ispirato alla vicenda da cronaca nera che vide protagonista nel 1936 Sada Abe, omicida del suo amante Kichizō Ishida.

La corrida dell’amore

Orfana e forse anche già prostituta, la giovane Abe Sada viene assunta come servetta tuttofare in un alberghetto di cui sono gestori Kichi-San e sua moglie. In breve tempo Kichi-San, detto Kichi cede agli amori ancillari e Sada, capovolgendo il rapporto sociale, trascina la danza in un abisso erotico sempre più profondo e deterministico. Abituati ad amarsi al cospetto di geishe o di altri occasionali “guardoni”, i due amanti-adulteri finiscono per nascondersi in una casa compiacente, dalla quale Sada esce a volte per offrirsi a un magistrato e ricavare il denaro per tirare avanti. L’assuefazione al piacere dei sensi induce consensualmente i due alla ricerca di accorgimenti innaturali per accentuare la voluttà. Fatale diviene la scoperta del sadomasochismo… [sinossi]

Ecco l’impero dei sensi, nell’immaginario degli adolescenti nati negli anni Settanta, era un film maledetto, pruriginoso, uno di quei titoli che – pur ammantati da una coperta d’autorialità spessa e ben ricamata – solleticavano idee notturne; chi aveva una vhs la conservava gelosamente, e non la condivideva con nessuno, se non con il proprio immaginario erotico. Un classico dell’erotismo, così è stato venduto per decenni in occidente Ai no korīda, “la corrida dell’amore”, opera destinata fin dalla sua genesi (e il buon Anatole Dauman con la sua Argos Film lo sapeva bene) a creare un muro contro muro, che da culturale si fa sociale, e poi direttamente politico. A quaranta anni di distanza dalla sua realizzazione Ecco l’impero dei sensi è un film difficile da accogliere, ancora senza bandiera, senza rete di protezione se non quella messa a disposizione dal microcosmo cinefilo: un oggetto scopico, da vedere e da spiare, da guardare dal buco della serratura anche quando Ōshima decide di rendere esplicito il sesso che avviene in scena, mostrando tanto la fellatio quanto la masturbazione, fino alla penetrazione, e così contravvenendo all’ipocrisia borghese del gioco sempre in atto tra vedere e velare. Un gioco sistemico. Un gioco completamente chiuso nella propria bolla.
Non è mai stato invece chiuso in nessuna bolla Nagisa Ōshima, che arriva a mettere in scena il rapporto erotico/amoroso tra Abe Sada e il suo capo e amante dopo poco meno di venti anni di regie trascorsi portando a termine oltre quaranta film, molti dei quali diretti nel contro-sistema dell’Art Theatre Guild creato tra gli altri da Shūji Terayama. Quella che in occidente rischia di essere scambiata come una concessione al mainstream (per via dello sguardo disattento e privo di sfumature che viene di solito posato sulle produzioni dell’estremo oriente), e alla facile deriva della pornografia, è in realtà l’ennesima ricognizione di Ōshima sul tema del proibito e dell’osceno, già affrontato in gran parte della sua carriera precedente – da Sulle canzoni sconce giapponesi a Il ritorno degli ubriachi – e che trova in Ecco l’impero dei sensi la sua consacrazione definitiva, il punto di non ritorno.

Fu lo stesso regista nipponico, a ridosso della distribuzione del film, a intervenire nella querelle che lo vedeva messo all’indice dalla critica reazionaria per la scelta di aver esplicitato in scena l’atto sessuale: «Il concetto di “oscenità” viene testato nel momento in cui ci concediamo di guardare qualcosa che desideriamo vedere ma abbiamo proibito a noi stessi di vedere. Quando sentiamo che ogni cosa è rivelata, il concetto di “oscenità” scompare e si prova una certa liberazione. Quando ciò che si era deciso di vedere non viene sufficientemente rivelato, comunque, il tabù rimane così come il sentimento di “oscenità”, che rischia anzi di diventare ancora più ingombrante. I film pornografici sono un banco di prova per il concetto di “oscenità”. Il cinema pornografico dovrebbe essere autorizzato, immediatamente e completamente. Solo in questo modo si può svuotare di senso il concetto di “oscenità”».
Mostrare in quel modo il rapporto erotico ossessivo che si instaura tra Abe Sada e Kichi-san non ha dunque alcuna pretesa di solleticare gli sguardi lascivi dello spettatore. Si tratta di una scelta politica netta, con la materialità del corpo e delle sue esigenze e necessità – le mestruazioni della protagonista, la scatologia, e via discorrendo – che reclama un posto di primo piano. In una nazione in cui i genitali sono vietati, e annullati in post-produzione con il celeberrimo effetto fuori fuoco, piazzare in dettaglio le nudità dei protagonisti è un atto di ribellione, la rivendicazione di una lettura fuori norma della società, una lettura non piegata sui dettami della prassi e del buon senso. Per comprendere appieno il ruolo di Ōshima basterà fare un confronto diretto con Abesada – L’abisso dei sensi, pinku eiga diretto nel 1974 da Noboru Tanaka e interessato a raccontare la stessa (vera) storia. Tanaka dirige un prodotto erotico che punta sullo scandalo per attirare spettatori in sala, e risolve l’intera vicenda con un classico del genere: la donna finisce con uccidere l’uomo che ama alla follia per impedire che questi possa decidere di tornare a vivere con la moglie. L’eversione dalla norma è punita quando la prassi torna a bussare alla porta. Nulla di più lontano dalla visione di Ōshima, che invece punta l’accento sull’accettazione da parte dell’uomo del suo ruolo di godente/vittima: lo strangolamento che lo porta alla morte è l’atto estremo, la punta massima dell’orgasmo.

L’oggetto della disputa, una volta di più, non è il sesso, ma ciò che si muove sotto e intorno alla società e dunque, per estensione, anche al sesso. Il 1936 in cui si svolge la trama del film è anche l’anno del colpo di stato militare tentato per moralizzare di nuovo la società nipponica, e ricondurla sulla supposta retta via. I militari appaiono anche in Ecco l’impero dei sensi, ma è una comparsata sarcastica, crudele, messa alla berlina a distanza. Se il governo giapponese fece di tutto per combattere l’uscita nelle sale del film non è certo per la licenziosità delle riprese, né per la già citata penetrazione. L’atto di sverginamento non avviene in scena – e dopotutto Abe Sada è donna già formata, forse addirittura una ex prostituta – ma è quello che raggiunge Ōshima nei confronti del pubblico, che ha finalmente il diritto di guardare. Un popolo costretto ad abbassare la testa e a trovare immorale tutto ciò che esula dalla prammatica quotidiana, e dal senso comune, si trova schiaffato in faccia il più intimo degli sberleffi, il tradimento della composizione familiare da parte di due persone che per tutto il corso del film non provano il benché minimo senso di colpa. Qual è dopotutto la colpa? Voler espandere fino alle estreme conseguenze il proprio concetto di piacere o mandare al massacro i propri figli e nipoti per conquistare a forza di ulteriori bestialità le nazioni vicine e assoggettarle al dominio imperiale? La colpa è quella di avere il coraggio di mostrare l’osceno in tutta la sua normalità o quella invece di costruire un impero economico e capitalista sulla proibizione del sesso, e la sua fruizione negli angoli nascosti e bui della società? Ecco l’impero dei sensi è un atto politico rivoluzionario di liberazione del popolo dai vincoli dello sguardo borghese, dalle costrizioni di un occhio che non ha il diritto (così gli viene detto) di allargare la visuale. Da vedere con gli occhi aperti spalancati, perché l’unica oscenità sarebbe chiuderli.

Info
Il trailer di Ecco l’impero dei sensi.
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