120 battiti al minuto

120 battiti al minuto

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120 battiti al minuto è il terzo lungometraggio da regista di Robin Campillo, storico montatore di Laurent Cantet. Un viaggio nei primi anni Novanta e nelle battaglie portate avanti da Act Up-Paris, che cercava di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della lotta all’Aids e della prevenzione, sottolineando le scarse politiche portate avanti dal governo e dalla sanità nazionale; accolto con un po’ di generosità nel concorso di Cannes 70, 120 battements par minute è un’opera a tratti interessante ma squilibrata, più centrata quando mette in risalto il collettivo che quando si perde dietro le storie personali di un paio di attivisti.

Fragole e sangue (finto)

Prmi anni ’90. Con l’AIDS che ha già mietuto molte vittime nel corso di quasi dieci anni, gli attivisti d’Act Up-Paris moltiplicano le azioni per lottare contro l’indifferenza generale. Nuovo arrivato nel gruppo, Nathan è sconvolto dal radicalismo di Sean, che consuma le sue ultime forze nella lotta… [sinossi]

I “120 battements par minute”, centoventi battiti al minuto, del titolo del terzo lungometraggio di Robin Campillo stanno a indicare l’unità di misura di frequenza di dance, house, disco, trance e via discorrendo; ballano spesso e volentieri, in effetti, i protagonisti del film. Ballano in discoteca, alle manifestazioni, alle incursioni situazioniste in un liceo o nel mezzo della strada. Ma non parla di ballo, 120 battiti al minuto: parla di Aids, e della lotta aperta che fu dichiarata al virus (e alle politiche governative che facevano di tutto per tenere la popolazione all’oscuro) dai militanti di vari gruppi. Tra questi i più agguerriti furono con ogni probabilità i membri dell’Act Up-Paris, la costola in riva alla Senna di Act Up, organizzazione internazionale creata nel 1987 a New York da Larry Kramer; Robin Campillo li mostra da subito in azione, mentre interrompono una convention sull’argomento “Aids” lanciando palloncini pieni di sangue finto e ammanettando il principale relatore. Un gesto, quest’ultimo, che apre il dibattito anche all’interno del collettivo, che ha da sempre sposato la politica della non-violenza: è forse violento abusare della libertà di movimento di un’altra persona? Rientra nei codici di comportamento del gruppo poter utilizzare delle manette? Entra dunque in media res, Campillo, cercando di focalizzare l’attenzione degli spettatori sul concetto – che a molti, in un’epoca che ama definirsi post-ideologica, può apparire vetusto – di collettivo. È questo a ben vedere l’aspetto più interessante di 120 battiti al minuto, e forse l’unico motivo per cui un film per il resto per lo più anonimo può aver diritto d’accesso alla porta principale di un festival dell’importanza di Cannes. Quando Campillo si concentra sugli incontri settimanali degli attivisti di Act Up, con quelle regole un po’ fuori dal tempo (non si può applaudire, non si può parlare se non a livello assembleare, ecc.ecc.), il film respira di un’aria barricadera un po’ semplicistica ma nella quale è possibile riscontrare un’anima sincera, credibile, perfino storicamente rilevante.
In quel continuo incitare alla dialettica si ritrova il senso di un cinema civile inteso in maniera ampia, che non ha paura di sporcarsi le mani con il reale e con la Storia per trovare il proprio perché nell’immaginario. Ma è, purtroppo, un fuoco di paglia.

Come già nel precedente Eastern Boys, e anche nel bizzarro esordio Les revenants – entrambi i film furono presentati alla Mostra del Cinema di Venezia, nella sezione Orizzonti – Campillo dimostra di non possedere un reale sguardo sistemico, ma solo di aderire emotivamente, e con credibilità scostante, a tematiche e microcosmi umani determinati: così in 120 battiti al minuto l’aspetto realmente politico va via via scemando, disperdendosi in rivoli prevedibili e semplicistici, per lasciar posto a una storia d’amore a suo modo canonica, anche se tratteggiata con asciuttezza, e senza ricorrere a vetusti climax emotivi. Nathan e Sean, il loro amore e le loro divergenze d’opinione sui modi in cui il movimento dovrebbe organizzare le proprie battaglie, prendono il sopravvento e fanno loro il film: certo, Arnaud Valois e Nahuel Pérez Biscayart si lanciano in una performance apprezzabile e accorata, ma questo non basta a evitare che 120 battiti al minuto prenda la strada di un mélo asfittico, poco in grado di respirare a pieni polmoni, a sua volta minato da una malattia, quella del racconto espanso fino ai limiti del sostenibile, che contagia finora la stragrande maggioranza dei titoli presentati in concorso sulla Croisette.
Tra un’azione di piazza e l’altra Campillo cerca di entrare nelle vite dei suoi protagonisti, ma non sa come scalfirne la corazza: utilizza una mano troppo delicata, forse, ma il risultato è quello di un’opera che rimane per lo più in superficie, cercando di cristallizzare un attimo nel tempo ma senza la competenza registica adatta a uno scopo simile. Prolungando così a lungo l’agonia di Sean (incertezza nell’utilizzo del tempo che non dovrebbe appartenere a un montatore di professione), Campillo depotenzia sia l’intimità della storia d’amore che l’afflato politico che dovrebbe sorreggerla. Là dove Jonathan Demme con Philadelphia riusciva a cogliere con precisione millimetrica il bersaglio, trasformando l’apologo politico in enfasi emotiva – e viceversa – Campillo sceglie la strada della sottrazione, senza però aver costruito un tracciato narrativo così forte da sostenere una simile opzione. 120 battiti al minuto finisce così per trasformarsi in un’occasione sprecata, come praticamente quasi tutti i film presentati fino a questo momento in concorso (fa eccezione Loveless di Andrey Zvyagintsev). Mal comune mezzo gaudio?

Info
Il trailer di 120 battiti al minuto su Youtube.
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