L’Amant d’un jour

L’Amant d’un jour

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Il cinema di Philippe Garrel si svolge attorno a un lungo e coerente percorso, come conferma anche L’Amant d’un jour, presentato alla Quinzaine des réalisateurs 2017; un film lieve come un amore universitario, doloroso e dolcissimo, che strappa via il cuore.

L’amore di Ariane

Questa è la storia di un padre, della sua ventitreenne figlia, che torna a vivere con lui dopo essersi lasciata con il fidanzato, e della sua nuova fidanzata, che ha a sua volta 23 anni e vive con lui… [sinossi]

L’Amant d’un jour viene dopo L’ombre des femmes, La gelosia, La frontière de l’aube, Les Amants réguliers, Sauvage innocence, J’entends plus la guitare, Les Baisers de secours, solo citando a caso alcuni dei titoli indispensabili della sua filmografia, ed è come se si stesse assistendo a un unico lunghissimo film, immerso in quel bianco e nero che Renato Berta sa fotografare come pochi altri attualmente in giro per il mondo; un’unica storia, anche quando cambiano attori e personaggi, perché il racconto è comunque sempre quello che mette al centro l’umano, le proprie pulsioni, i sensi di colpa, le gelosie e le vendette, gli amori infiniti, eterni ed eternamente rinnovabili. Cos’ha di diverso la storia di Gilles, docente universitario che ha intrecciato una relazione stabile (ma nascosta agli occhi dei colleghi) con una sua studentessa, Ariane, da quella degli altri uomini del cinema di Garrel che si sono succeduti sullo schermo e davanti agli occhi degli spettatori? Quasi nulla, in realtà. Chi in questo vuol vedere una ripetitività narrativa del regista francese faccia pure, non sarà il primo e di certo neanche l’ultimo: la verità è che Garrel, fin dagli esordi “vecchi” oramai di più di cinquanta anni – lo splendido cortometraggio Les enfants désaccordés, girato a quindici anni e visto in Italia a Procida durante una delle edizioni de Il vento del cinema diretto da Enrico Ghezzi, che portò sull’isola partenopea anche lo stordente Les Hautes solitudes – si è sempre mosso attorno allo stesso perno, il desiderio spesso autolesionista di uomini e donne di trovare nell’altro la compensazione alle proprie assenze, volontarie o meno che siano. Tutto il resto, compreso il palcoscenico politico che circonda i protagonisti, è in realtà scenografia, abbellimento scenico, rifinitura di un materiale che anche grezzo riuscirebbe comunque a colpire con la medesima forza lo spettatore.

Inserito ancora una volta nel palinsesto della Quinzaine des réalisateurs, mentre in concorso a rappresentare la produzione francese si preferiscono gli Hazanavicius e i Campillo, L’Amant d’un jour è semplicemente un film che danza, piroetta con una levità che non è comune, e non fa parte di questa generazione di cineasti. Garrel è il prosecutore di una lunga e gloriosa linea poetica, che nel cinema ha avuto il suo massimo cantore in Eric Rohmer, ma che fu rintracciabile per esempio anche nella breve e luminosa carriera di Jean Eustache: registi che indagano l’umano nella sua semplicità più devastante. Non c’è nulla di indispensabile ne L’Amant d’un jour, e anche i climax emotivi vengono trattati con una naturalezza che sbalordisce, come dimostra ad esempio la breve sequenza in cui Ariane torna a casa e trova Jeanne intenzionata a suicidarsi lanciandosi dalla finestra; eppure tutto, ogni singolo movimento di macchina, ogni taglio di inquadratura, ogni dialogo anche e soprattutto i più banali, si interrogano incessantemente sull’umano, sulla sua essenza, sulle sue necessità.
È un regista di storie d’amore Garrel – che finiscano bene o male è un dettaglio così insignificante da non meritare alcuna attenzione –, e riesce a essere sempre credibile perché è anche un regista che ama. Ama le storie che racconta, ama i suoi personaggi (non è un caso che spesso e volentieri si tratti di suoi parenti), ama l’idea stessa di immagine, della possibilità di immortalare un istante, o forse ogni istante, all’interno di un quadro cinematografico.

È ovviamente contemporaneo, L’Amant d’un jour, ma in realtà non ha tempo, non appartiene a nessuna epoca particolare; esiste nei desideri di Ariane, che ama Gilles ma vorrebbe provare l’esperienza fisica anche con coetanei e sconosciuti; esiste nel terribile dolore che segna le giornate di Jeanne, abbandonata in mezzo alla strada dal suo Mateo e costretta a tornare a casa dal padre; esiste anche nell’invecchiamento inesorabile di Gilles, il brillante professore che non sa tenere lo sguardo quando incrocia l’amplesso della sua amata con un altro studente della facoltà. Esiste forse ancor più nella sequenza che da sola vale la visione del film, e la partecipazione a un festival, quel ballo tra ragazzi con le due giovani alle prese ognuna con un rispettivo cavaliere.
Mentre stancamente Todd Haynes, Bong Joon-ho, Kornél Mundruczó cercano di arrampicarsi sul crinale dell’immaginario con fantasmagorie che non sanno poi tratteggiare con mano ispirata, a Philippe Garrel basta un campo controcampo su due primi piani per descrivere il senso dell’essere umani, vivi, corpi desideranti. E desiderati, anche sullo schermo.

Info
Il trailer de L’Amant d’un jour.
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