A Man of Integrity

A Man of Integrity

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L’Iran di A Man of Integrity, il nuovo film diretto da Mohammad Rasoulof e vincitore a Cannes della sezione Un certain regard, è un luogo dominato dalla corruzione, dal pregiudizio, e dalla lotta dei poveri contro i poveri. Mentre il potere gongola soddisfatto. Il regista iraniano torna dunque a tratteggiare i contorni di una nazione asfittica, priva di aria, in cui l’utopia è definitivamente crollata e macerata.

Vicini di casa

Il trentacinquenne Reza, dove aver preso le distanze dal pantano urbano, trascorre una vita semplice con sua moglie e loro figlio da qualche parte in un remoto villaggio nel nord dell’Iran. Passa i suoi giorni lavorando nel suo allevamento di pesci rossi. Nella zona una compagnia privata con stretti collegamenti con il governo e le autorità locali, ha preso il controllo di tutto. I suoi azionisti, accumulando sempre più potere, hanno costretto i contadini locali e i piccoli proprietari terrieri a dilapidare i propri beni, compresi gli immobili finiti all’interno del monopolio della compagnia. La corruzione dilaga, e investe anche la famiglia di Reza… [sinossi]

A Man of Integrity riporta sulla Croisette, e una volta di più in Un certain regard, Mohammad Rasoulof: nel 2013 venne presentato il dramma poliziesco Manuscripts don’t Burn, che attaccava di petto la censura iraniana, un paio di anni prima era stata la volta di Good Bye, racconto del sogno di una fuga all’estero, lontano dalle cancrene di un paese martoriato da una politica autoritaria. C’è anche un prima, com’è ovvio, nel cinema di Rasoulof, e lo testimoniano titoli tutt’altro che trascurabili quali The Twilight e Iron Island, ma è oramai un passato di scarsa importanza. Importanza venuta meno non sotto il profilo artistico, ma all’interno del percorso biografico del regista e storico (della nazione). Nel 2010, mentre si trova sul set di Good Bye, Rasoulof viene arrestato con l’accusa di aver girato senza i necessari permessi forniti dal ministero della cultura. È l’inizio di un calvario giudiziario che lo vedrà processato e condannato a sei anni di reclusione insieme a Jafar Panahi – su cui, vista la fama internazionale, si è versato un volume assai maggiore di inchiostro –, testimonial suo malgrado di una lotta contro la censura iraniana che miete ancora vittime, come dimostra anche il recente caso di Keywan Karimi, arrestato e poi recentemente rilasciato. Anche Rasoulof è oggi fuori sulla parola, in attesa di una sentenza definitiva che pende però sul suo capo. Forse anche Rasoulof come Reza, il protagonista di A Man of Integrity sta scoprendo sempre più sulla sua pelle il marchio di un potere istituzionale corrotto, che non concede condotti d’aria nei quali respirare, e oscilla come una spada di Damocle dall’alto della propria piramidale struttura.

Può apparire come un racconto troppo semplice, A Man of Integrity, ed effettivamente il film non raggiunge i picchi di intensità di Good Bye e Manuscripts don’t Burn, chiuso com’è in uno schema fin troppo rigido (Reza inizia a conoscere e a comprendere le abiezioni di cui sono capaci tanto i vicini di casa quanto le più alte istituzioni cittadine, e procede per un accumulo di azione e reazione), ma questo aspetto non deve disconoscere o sottostimare i reali punti di forza del film di Rasoulof. Basterebbe anche solo l’ambientazione per attribuire meriti al film: lo slittamento lontano da Teheran – che pure quando appare in scena lo fa con uno degli scarti emotivi più sensibili, la riscoperta di un mondo andato sempre più disfacendosi, utopia crollata e in via di definitiva macerazione – permette di allargare il discorso a una campagna sempre meno presente nel cinema iraniano. Come dice il preside della scuola in cui è iscritto il figlio del protagonista, quando Reza viene richiamato per riprendere il comportamento considerato sovversivo del ragazzo, “qui il villaggio è piccolo e ci conosciamo tutti”. Come nelle storture delle province italiane, dove i microcosmi criminali si allargano fino a diventare prassi, anche nella cittadina in cui Reza e la sua famiglia sono ‘fuggiti’ per scampare alla scure del regime – Reza era un attivista ai tempi dell’università – vige un codice di comportamento che esula dalle regole dello Stato, e le hanno progressivamente sostituite. Un contro-sistema che è però profondamente sistemico, del tutto intessuto con le direttive politiche e sociali della nazione; non è un caso che quando a Reza viene requisito il fucile, in una delle seguenze iniziali del film, gli venga detto che verrà conservato nella moschea fino a quando non avrà i soldi per riscattarlo.

La moschea, la stazione di polizia, il liceo maschile e quello femminile, la sede della compagnia che sta gestendo le cose – con mazzette e minacce – in modo da poter acquisire facilmente tutti i beni immobiliari della zona e i terreni; luoghi del potere in cui la corruzione domina senza neanche vergognarsi in alcun modo. Rasoulof mostra una volta di più uno sguardo disilluso, privo di qualsiasi speranza. L’unica lotta che si riesce ad allestire è quella che mette un povero contro un altro povero, galoppino contro galoppino, pedine da muovere e da mandare al massacro mentre la sovrastruttura non soffre il benché minimo cedimento. Anche Reza è parte integrante di questo schema, checché ne pensi, e il suo essere a man of integrity è a ben vedere solo una parvenza, un ruolo che si riveste perché gli altri lo hanno lasciato libero. Nonostante alcuni passaggi a vuoto e una semplificazione dei caratteri a tratti fin troppo evidente – proprio il rapporto di Reza con la moglie paga questo aspetto – A Man of Integrity è un film da difendere, anche per la volontà di Rasoulof di non cedere alla prassi estetica e narrativa propria di gran parte dei registi che diedero lustro alla new wave iraniana. E il finale, complice un ribaltamento prevedibile e allo stesso tempo in grado di spiazzare, rimane impresso nella memoria.

Info
La scheda di A Man of Integrity sul sito del festival di Cannes.
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