Happy End

Happy End

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Happy End è il racconto di una disgregazione familiare che è anche crollo (ricomponibile) di una gerarchia di potere che ha segnato le sorti del mondo occidentale, e dell’Europa in particolar modo. Michael Haneke torna a ragionare su molti dei topos della propria poetica, marcando una volta di più la distanza da buona parte del mondo cinematografico europeo contemporaneo.

Dispositivi

“Tutto intorno il mondo e noi al centro, ciechi”. Instantanea di una famiglia borghese europea. [sinossi]

Fin dallo scorrere degli scarni titoli di coda sullo schermo appare evidente come Happy End proponga una sorta di compendio del pensiero di Michael Haneke, della sua lettura della società, e del senso che l’immagine ha acquisito per un occidente sempre più a corto di memoria. È un film/dispositivo, che produce un effetto tellurico persistente, senza doversi accontentare di deflagrazioni improvvise; un film che si nutre di dispositivi, che vive attorno a essi, che vive grazie a essi e sempre per loro mano (o meglio, per loro indirizzo ideologico) muore. Muore il criceto in gabbia, che come ogni giorno si è fidato della amorevole cura della propria padroncina e si è lanciato sul cibo nella vaschetta, ignorando che a esso fosse stato aggiunto un sonnifero in dosi massicce. Muore perché si è fidato, muore perché nella sua struttura di vita, nella sua esistenza sociale, svolge un ruolo subalterno: è in una gabbia, ha un padrone. Non protesta per questo, perché non ha percezione altra rispetto a quella della condizione in cui si trova. La sua gabbia è un mondo. La sua vaschetta è un mondo. La morte è qualcosa che colpisce per mano di un’egemonia stanca, annoiata, che cerca soluzioni a una quotidianità che la sfianca.
Haneke non è un certo mai stato un regista intenzionato a nascondere le proprie intenzioni al pubblico, né si è mai adagiato nella vacua emolisi borghese in cui si muovono zombesche le propaggini di un cinema che si vorrebbe intellettuale e anche impegnato ma non ha le coordinate per metterlo in scena; è vero, essendo un regista freddo e asettico, a tratti quasi entomologico nella sua lettura delle umane gesta, è stato spesso scambiato per reazionario, o appellato con insulti del tutto fuori luogo (“nazista” è uno di questi, e risuonò con stentorea chiarezza nella sala in cui a Cannes si proiettava Amour, il film immediatamente precedente a questo, premiato – così come l’ancora precedente Il nastro bianco – con la Palma d’Oro). Si scambia il rigore e la distanza emotiva per spietato godimento, amore per la violenza fisica o ancor più psicologica nei confronti dei personaggi in scena: un errore grave, per quanto in parte forse anche comprensibile. La verità è che Haneke, come altri registi “ogettivizzanti” (il dubbio è una sana qualità, ma non certo l’unica da difendere a spada tratta) troverà sempre schiere di detrattori, pronti a scambiare una presa di posizione netta per autoritarismo, una lettura priva di empatia per spietatezza. Discorsi e diatribe che accompagnano il cinema del regista austriaco quanto quello di Lars Von Trier, per esempio.

Tornando a Happy End, salta agli occhi la composizione etica dello sguardo di Haneke. La messa alla berlina della struttura oligarchica borghese non rappresenta una novità nel proscenio internazionale, e non è nuova neanche alla poetica del regista de Il settimo continente e 71 frammenti di una cronologia del caso: ma in Happy End la famiglia Laurent e le sue stratificazioni aggiungono elementi che permettono di allargare ulteriormente il discorso al destino dell’Europa, alle storture di una cultura occidentale che non sa liberarsi dalle pastoie del proprio passato, più o meno recente che sia.
Una famiglia che si muove attraverso le generazioni: c’è l’ottantacinquenne patriarca Georges, che stanco dell’esistenza vorrebbe solo farla finita senza eccessiva fortuna; i suoi figli Anne e Thomas, con la prima che gestisce l’attività di famiglia – un’azienda che si occupa di lavori pubblici – e il secondo che è diventato chirurgo; i loro rispettivi partner e i figli, con i quali il rapporto si fa sempre più sgretolato, friabile come il terreno che cede in un cantiere uccidendo un operaio. Il film si svolge a Calais, confine ultimo di quell’Europa Unita che non sa trovare un senso al proprio istinto a una socialdemocrazia che prolifera eliminando i diritti delle classi meno abbienti e dei nuovi cittadini. In tal senso esemplificative sono due sequenze del film: nella prima, durante la festa per il compleanno dell’anziano Georges, il figlio venticinquenne di Anne si lancia in un pubblico elogio della cameriera di origine nordafricana, chiamandola “la nostra schiava marocchina”. La seconda sequenza si svolge a sua volta durante un festeggiamento, quello del fidanzamento di Anne con Lawrence: anche in questo caso a portare scompiglio è il figlio della donna, che arriva in ritardo nel bel mezzo del pranzo portando con sé alcuni migranti irregolari, e invitandoli a partecipare al desco. La “nuova” Europa, quella che meritò (?) il Premio Nobel per la pace, continua imperterrita a ragionare per classi, mostrando uno sguardo pietistico e ricco di ipocrita pathos verso quel mondo di sotto con il quale in realtà non ha e non vuole avere nulla a che spartire. Una visione che Haneke aveva già espresso con forza e lungimiranza in Niente da nascondere. L’illuminata borghesia è ancorata a un immobilismo culturale che la rende incapace di muoversi liberamente, come certifica Georges, costretto sulla sedia a rotelle.

La borghesia europea ha serrato i confini: tutto può esistere solo se è recluso nel proprio mondo, senza intromissioni esterne. Anche la morte è materia da trattare all’interno della famiglia: la tredicenne Eve, figlia di primo matrimonio di Thomas, prova a uccidere la madre, spedendola all’ospedale. È a lei che Georges svela poi un segreto che si trascina dietro da dieci anni, e che riconduce Happy End direttamente nei territori di Amour, compresa la condivisione del medesimo attore e personaggio, Jean-Louis Trintignant che interpreta l’anziano Georges. In Amour era la moglie del protagonista, Emmanuelle Riva, a chiamarsi Anne, mentre a Isabelle Huppert (qui Anne) spettava il ruolo della loro figlia, Eva. Conferme di un circolo (vizioso) che Haneke riporta alla luce con coerenza, e senza perdonar nulla. La borghesia è marcia, moribonda, sopravvive solo per accordi economici che si sviluppano sottobanco; è distante dall’umano, ha dimenticato qualsiasi tipo di rapporto che non preveda un contratto, un commercio. Ha memoria dell’arte ma accetta solo il classico, incapace di comprendere il contemporaneo. Per evitare l’ingombro della corporeità, che porterebbe con sé umori, liquidi, flatulenze naturali, ha ridotto la propria esistenza all’utilizzo di dispositivi di vario genere. Happy End mette in scena video ripresi dal cellulare, youtuber impazziti, karaoke fuori di testa, scambi di sms e di messaggi Facebook. Vite parallele che devono essere tenute nascoste perché in loro, e solo nella loro asettica tecnocrazia, permane ancora la possibilità di uno scarto umano: attraverso i mezzi elettronici possono ancora provare desiderio, odio, rabbia, frustrazione, amore, eccitazione. Nella vita quotidiana sono riusciti a elidere tutto questo. Solo il figlio di Anne cerca ancora il conflitto, lo va a rintracciare per le strade a costo di ritrovarsi con un naso sanguinante. Solo lui ha ancora il dono della depressione, e della frustrazione. Gli altri sono zombi, morti viventi che si aggirano sulla Terra e la gestiscono, asservendola al loro volere. Non sono neanche in grado di morire, non possono morire. Non sanno morire. Un destino che accetterebbero, se ne comprendessero fino in fondo il senso. Ma per loro, ghignante come non mai, è stato già scritto un happy end. Eterno.

Info
Il trailer di Happy End.
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