Cuori puri

Cuori puri

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Rigoroso racconto di formazione nella periferia romana, Cuori puri di Roberto De Paolis
resta in bilico tra la fenomenologia proletaria e la sua stigmatizzazione in racconto morale. Alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2017.

La carne e il territorio

Agnese e Stefano sono molto diversi. Lei, 18 anni appena compiuti, vive con una madre dura e devota, frequenta la chiesa e sta per compiere una promessa di castità fino al matrimonio. Lui, 25 anni, è un ragazzo dal passato difficile che lavora come custode in un parcheggio di un centro commerciale confinante con un grande campo rom. Dal loro incontro nasce un sentimento vero, fatto di momenti rubati e di reciproco aiuto. Il desiderio l’uno dell’altra cresce sempre di più, fino a quando Agnese, incerta se tradire i suoi ideali, si troverà a prendere una decisione estrema e inaspettata. [sinossi]

La tradizione nostrana del cinema del reale ha una filmografia (e una bibliografia storico-teorica) piuttosto nutrita, il cui rilievo internazionale è inoppugnabile. Anche se nelle ultime stagioni il cinema italiano pare concentrato più verso l’evasione veicolata dalle tante, troppe commedie, esiste una sacca di resistenza che preferisce concentrarsi su un universo locale dalle venature di carattere drammatico, spesso anche tragico, che sappia magari anche farsi specchio delle problematiche sociali dell’intera Nazione. Sono soprattutto i giovani registi, vuoi per questioni di stampo produttivo (agli esordienti non sono concessi certo grandi budget), vuoi per prossimità a un milieu proletario o per pura e semplice urgenza creativa a cimentarsi con un neo-neorealismo periferico coriaceo e vitale. Nella stagione ora agli sgoccioli abbiamo potuto apprezzare, ad esempio, l’ottimo esordio di Michele Vannucci Il più grande sogno (già presentato in concorso in Orizzonti a Venezia 2016) e ora è il turno dell’opera prima di Roberto De Paolis Cuori puri, selezionata alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes 2017.

Nonostante l’ambientazione e la nazionalità dell’autore, Cuori puri appare però meno accostabile alle esperienze neorealistiche nazionali e più vicino, invece, a quel realismo di stampo europeo i cui esponenti più noti e apprezzati sono i Dardenne e Loach, e che tra temi legati all’immigrazione e drammi sulla disoccupazione fa capolino sovente nei grandi festival internazionali.
De Paolis struttura il suo tranche de vie attorno a un racconto morale e di formazione che ha il suo nucleo propulsore in questioni pertinenti lavoro, casa e immigrazione, ed è veicolato da uno stile rigoroso, attento e generoso nei confronti dei suoi interpreti, ma pieno di incertezze sul percorso da intraprendere e sui suoi obiettivi.
Protagonisti sono la quasi diciottenne Agnese (Selene Caramazza) e il venticinquenne Stefano (Simone Liberati), il cui primo incontro è piuttosto burrascoso: lei ha appena rubato un cellulare da un centro commerciale e lui, che lì lavora come guardia giurata, la insegue, per poi lasciarla andare col suo bottino e finire dunque licenziato. I due si ritroveranno in un parcheggio di periferia: lui vi lavora come guardiano, lei invece è in visita con la madre all’adiacente campo nomadi, per ragioni di beneficienza. La ragazza e la madre (Barbora Bobulova) sono infatti due ferventi cattoliche, vivono sole, pregano insieme, frequentano la locale parrocchia animata dal giovane parroco (Stefano Fresi), il cui sermoni accattivanti e sfacciatamente moderni (dello stampo di: “Gesù è come un navigatore che vi riporta sempre a casa”) chiamano a raccolta un nutrito gruppo di giovani fedeli. Agnese e i suoi compari poi, sono prossimi a prestare il voto di castità, perlomeno fino al matrimonio. Nostante le difficoltà del vivere quotidiano, tra Stefano e Agnese esploderà l’amore e il suo compimento sarà latore di tensioni intime, etiche e sociali.

La città nel suo complesso è quasi invisibile in Cuori puri, un film fatto di luoghi ritratti spesso in modo parziale (anche la chiesa non si vede mai del tutto) e che mantiene un fuoco sempre molto stretto sui personaggi, le loro teste, le loro nuche.
Il pedinamento urbano, zavattiniano o dardenniano che sia, è un veicolo infallibile per raccontare un percorso di apprendimento e crescita che da individuale possa aspirare a farsi metafora di incertezze e paure che coinvolgano un’intera società. De Paolis travasa queste paure su un campo nomadi, la cui presenza ai bordi del parcheggio custodito dal suo protagonista, evoca in lui i fantasmi di una vita senza fissa dimora (sorte che coinvolgerà i genitori del ragazzo, sfrattati per morosità) ma anche la sin troppo facile valvola di sfogo di una tensione sociale generale, che va ben oltre i battibecchi con il “vicinato”. Il neo regista è molto attento a non connotare negativamente i residenti del campo nomadi, loro dopotutto non sono tanto diversi da Stefano, stessa spavalderia, stesso senso del “territorio”, eppure la loro funzione narrativa resta evidentemente quella di rappresentare l’innesco di un’esplosione di rabbia che appare inevitabile. Stefano è infatti un uomo territoriale, un naufrago di periferia spiaggiato su un arido parcheggio dove sopravvive arrangiandosi come può, restando però sempre all’erta per difendere il suo fazzoletto di cemento dalle possibili invasioni dall’esterno. Ha inoltre trascorsi con la piccola malavita di quartiere, sa essere razzista e di certo aggressivo, è dunque un personaggio sufficientemente ambiguo per mantenere la tensione al giusto livello.

Ma nonostante De Paolis cerchi di non cadere in facili schematismi, di fatto allestisce la sua piccola tragedia di periferia sin troppo presto, presentandoci i futuri innamorati e i rispettivi ambienti, dispiegandone il percorso in maniera deterministica, come se i due fossero incastrati in un tabellone che riporta le varie stazioni di un calvario ineluttabile: a loro, come al film, non resta altro da fare che spostarsi parcheggio alla chiesa, dalla casa alla strada.
Predisposti i suoi ingredienti, anche De Paolis sembra girare a vuoto, procede con un rigido montaggio alternato, fatto di scene la cui durata appare sempre eccessiva e dettata più dall’improvvisazione degli attori che da una reale funzione narrativa. Si procede dunque tra contrapposizioni dualistiche tra chiesa/parcheggio, casa/roulotte, Dio/amici di borgata, mentre la natura evenemenziale del film è perennemente insidiata da una tensione morale e tragica che De Paolis non riesce a tenere a bada. Ma mentre l’arco narrativo di Agnese trova la sua sin troppo prevedibile chiosa, il peregrinare di Stefano appare, oltre che altrettanto predeterminato, sussidiario rispetto a quello dell’amata e in fin dei conti vano. È qui che si infrange la spontaneità del lavoro di De Paolis con la macchina da presa e con gli attori, contro lo scoglio pietroso di un racconto morale con il quale il regista pare giocare a nascondino, ma che emerge ugualmente, qualsiasi scelta lui prenda per chiudere la sua storia.

Info
La pagina di Cuori puri sul sito della Quinzaine des Réalisateurs.
La pagina di Cuori puri sul sito di Cinema srl.
Il trailer ufficiale di Cuori puri.
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