Dopo la guerra

Dopo la guerra

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Reviviscenze e riverberi della lotta armata tra la Francia e l’Italia all’inizio degli anni Duemila. Sceglie un tema ambizioso Annarita Zambrano per il suo esordio Dopo la guerra, presentato a Cannes in Un certain regard. Ma lo sguardo resta in superficie e il racconto appare inerte, biforcato in un lunghissimo surplace.

I miei amici, lo sai, sono tutti in Francia…

Bologna, 2002. La legge che depotenzia l’articolo 18 è stata appena approvata ed è difesa davanti ai suoi studenti da un docente universitario, che subito dopo viene ucciso. Marco, ex-militante comunista, condannato per lotta armata e rifugiatosi in Francia da quasi trent’anni, grazie alla Dottrina Mitterand, è sospettato di aver commesso l’attentato. Decide perciò di darsi alla fuga insieme alla figlia di 16 anni… [sinossi]

Uno spettro si aggira per il cinema italiano. È il fantasma della lotta armata, che ogni tanto torna ad aleggiare e che, mai, riesce ad essere affrontato a dovere, a parte rarissime eccezioni sia pur tangenziali e non davvero ‘centrate’, come ad esempio Colpire al cuore di Gianni Amelio (che però risale ormai al 1983). Lo stesso Buongiorno, notte di Bellocchio, più che raccontare le BR (i cui personaggi erano raffigurati come dei ‘mostri ciclostilati’), si concentrava sulla prigionia di Moro/Herlitzka. Mentre del fallimento di La prima linea (2009) è anche inutile parlare, tutto teso com’era all’autoflagellazione del pentimento.

Uno spettro, insomma, che prova a prendere corpo alla 70esima edizione del Festival di Cannes, dove è stato presentato, in concorso in Un certain regard, Dopo la guerra, esordio alla regia di Annarita Zambrano co-prodotto in quota maggioritaria dalla Francia.
Italiana ma da anni di stanza a Parigi, la Zambrano punta la sua attenzione su un momento preciso della parabola storica, quel 2002 quando a Bologna venne ucciso Marco Biagi in risposta al de-potenziamento dell’Articolo 18 e dunque delle tutele dei lavoratori. Ma anche quello stesso 2002 quando la Francia, con l’improvvisa estradizione di Paolo Persichetti, decise di abbandonare la Dottrina Mitterand, che prevedeva il diritto d’asilo per i condannati politici italiani. È a partire da qui che prende il via l’immaginaria vicenda in cui Battiston interpreta per l’appunto un ex-militante di estrema sinistra, subito accusato di aver commesso l’omicidio del docente pseudo-Biagi mostrato all’inizio del film. Ed è tra l’altro proprio quanto accadde a Persichetti, ingiustamente sospettato, anche se le similitudini con la realtà finiscono qui.
Perché Dopo la guerra prende presto l’abbrivio per una stasi emotivo-narrativa e per una ricostruzione completamente di fantasia: da un lato il personaggio di Battiston che, per nascondersi in attesa di avere un passaporto falso, fugge nella campagna francese trascinandosi la figlia, dall’altro i suoi familiari (madre e sorella, in primis) rimasti in Italia che tornano a trovarsi nell’occhio del ciclone, tra finestre rotte da sassi, sguardi torvi nei corridoi di una scuola, facili simbolismi danteschi, deluse ambizioni di carriera e litigi tra bambini.

Sono dunque i riverberi e le reviviscenze della lotta armata che interessano alla Zambrano, più che il racconto della lotta armata stessa. Le conseguenze, sia logistiche che intime, di scelte fatte in un passato lontano e che tornano improvvisamente a bussare alla porta. Ma, in tal senso, tutto rimane fermo per troppo tempo, come in un’estenuante surplace: in Francia Battiston e la figlia battibeccano perché lei non vuole starsene isolata e vuole godersi i suoi sedici anni (ma poi perché se l’è portata appresso? Non poteva lasciarla da un’amica a Parigi?), in Italia madre, sorella e cognato che – in particolare quest’ultimo – maledicono il parente lontano.
Se il modello voleva essere quello di una situazione collettiva e personale che precipita come ad esempio in Bella addormentata, sempre di Bellocchio, questo non accade, anche perché le due linee narrative restano troppo isolate e ben poco parallele (cioè si va avanti per mezz’ora con l’una, poi mezz’ora con l’altra).
Se invece il modello voleva essere un ragionamento sulle conseguenze di una scelta politica radicale, come in La seconda volta (1995) di Mimmo Calopresti, anche questo pare sfocato, visto che il personaggio più ectoplasmatico di tutti è proprio quello di Battiston. Non si confronta mai con sua figlia sulla scelte fatte, parla delle sue posizioni politiche solo nel corso di un’intervista, e – oltre a ubriacarsi, a litigare al telefono e a imprecare – non fa nient’altro. D’altronde un tentativo di raccontare cosa avesse portato parecchi giovani militanti a entrare in guerra con lo stato viene fatto solo una volta, a una bambina, nel corso di una cena. Ma agli adulti – viene da dire in questo caso – nessuno ci pensa? Sono tante le generazioni, ormai, che dovrebbero vedersi ri-raccontato un periodo storico completamente rimosso, cancellato. Una rimozione che, a pensarci bene, è esattamente l’approdo cui giunge il film della Zambrano.

Si finisce allora per avere l’impressione che in Dopo la guerra l’opzione della lotta armata sia quasi una scusa per ragionare su una famiglia disgregata che anela alla riunificazione e per fare un ritratto, comunque superficiale, di una adolescente che ha un padre che le tarpa le ali.
E allora, ci si domanda, se l’idea non era quella di affrontarlo di petto, c’era proprio il bisogno di scomodare un tema tanto complesso?

Info
La scheda di Dopo la guerra sul sito del Festival di Cannes.
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