La familia

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Presentato alla Semaine de la Critique, La familia, esordio del venezuelano Gustavo Rondón Cordova, è un aspro ed efficace romanzo di formazione, con echi da Ladri di biciclette.

Nelle famiglie personalità sempre in conflitto

Pedro, 12 anni, vaga con i suoi amici per le vie violente di una banlieue operaia di Caracas. Quando ferisce gravemente un suo coetaneo, suo padre, Andrés, lo forza a fuggire con lui per nascondersi… [sinossi]

Sarebbe impreciso e senz’altro affrettato dire che esiste una sorta di nuova onda del cinema sudamericano – anche perché pare impossibile classificare il cinema di un intero continente – ma è pur vero che negli ultimi anni i film provenienti dai paesi latino-americani sono tornati ad avere una visibilità ai festival. Basti pensare al sorprendente – e immeritato – Leone d’Oro del 2015 assegnato a Desde allá (Ti guardo), per la regia dell’esordiente regista venezuelano Lorenzo Vigas.
Viene da quello stesso paese La familia, diretto da un altro esordiente, Gustavo Rondón Córdova, e presentato alla Semaine de la Critique di Cannes 2017.
E basterebbe già solo confrontare questi due film per capire quanto appaia difficile raggrupparli all’interno di una stessa tendenza cinematografica. Anzi, al netto di una produzione che, in generale, in più o meno ciascun paese del Sud America, è limitata a poche decine di titoli all’anno, l’impressione è che la visibilità la si riesca a ottenere più per via di un piglio autoriale che di un sentire e una crescita comuni.

Se Ti guardo infatti ripensava, banalizzandole, certe atmosfere del primo cinema di Pablo Larraín, La familia punta di più sulla tradizione e cioè sul sempiterno esempio del neorealismo.
Difatti, la vicenda che vede protagonisti Andrès e suo figlio Pedro si richiama, sia pur implicitamente, a Ladri di biciclette: di fronte a un evento scatenante, i due vagano per la città (Caracas) deludendosi l’uno con l’altro, tradendosi anche, per trovare alla fine una sorta di riappacificazione emotiva.
I tempi cambiano, ovviamente, e cambia soprattutto il contesto: la Caracas contemporanea è un luogo di perdizione e di violenza assortita che scatena nel giovane Pedro gli istinti più bassi. Ed è in seguito a un sanguinoso litigio di strada che il ragazzino viene portato via dal padre, per evitare di incorrere in vendette trasversali.

Da qui in poi La familia procede secondo un disperato senso di precarietà: padre e figlio non hanno un posto dove andare a dormire, sono entrambi litigiosi, lavorano per guadagnarsi almeno un pasto e poi, infine, abbandonano la capitale. Il confronto tra i due, più che sui picchi melodrammatici che contraddistingueva il film di De Sica, si dispiega sui mezzi toni e sui silenzi e si sostiene, oltre che su una regia solida e asciutta, grazie soprattutto alla diversissima configurazione ‘etnica’ dei due: Andrès, il padre, è evidentemente di origine europea, Pedro invece ha sangue indio, chiaramente ereditato dalla madre scomparsa da tempo.
L’estraneità tra i due allora diventa un elemento davvero perturbante, e una riconciliazione – in un paese tra l’altro come il Venezuela scosso attualmente da una grave crisi politica in cui si sta provando in ogni modo a destituire Maduro – appare utopica. Eppure, in quel primo piano finale di Pedro, che si guarda intorno come per la prima volta consapevole di essere l’artefice del proprio destino, qualcosa c’è, e una nota di speranza la si vuole e la si deve trovare: è quella per l’appunto di una neonata famiglia.

Info
La scheda di La familia sul sito del Festival di Cannes.
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