Rodin

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Compassato e a tratti didascalico, Rodin di Jacques Doillon, biopic dedicato al celebre scultore francese, tenta di costruire interessanti discorsi sulla corporeità e la luce, ma si perde in verbosità che scivolano nel ridicolo involontario. In concorso a Cannes 2017.

La strategia della lumaca

Parigi, 1880, Auguste Rodin riceve la sua prima commissione statale: la Porta dell’Inferno dantesco. Egli condivide la sua vita con Rose, la sua domestica dalla quale ha avuto un figlio che non ha mai voluto riconoscere. Ma Rodin intrattene anche una relazione con la sua giovane e talentuosa allieva Camille Claudel: dieci anni di passione, ma anche dieci anni di ammirazione reciproca e di complicità. Dopo la loro rottura, Rodin continua a lavorare duramente, fino a fare del suo Balzac, il punto di partenza indiscusso della scultura moderna. [sinossi]

L’argilla modellata sapientemente con le mani, l’equilibrio della composizione, l’abbinamento degli arti, la sensualità del gesto, la frenesia della creazione. La scultura sul grande schermo ha indubbiamente una sua potenzialità seduttiva e cinetica e Jacques Doillon con Rodin, presentato in concorso a Cannes 2017, deve aver lavorato molto su questo aspetto, cercando di fare del suo biopic qualcosa che trascenda il mero racconto biografico.
Nel narrare il momento di massima gloria dello scultore francese, ovvero il conseguimento della prima commissione statale (la porta dell’inferno dantesco), Doillon parte dalla materia e dal lavoro alacre dell’artista che la plasma, poi all’atto creativo aggiunge interessanti annotazioni critico-teoriche, affidate ai dialoghi tra il maestro (incarnato da Vincent Lindon) e la sua allieva, nonché amante Camille Claudel (Izïa Higelin).
Doillon pare essere dunque sulla buona strada, dal momento che inserisce nel film una forma tutta diegetica di critica sull’arte, che si esprime in questi dialoghi tra i due, fatti di reciproca stima e complicità. Emergono così per bocca dei protagonisti i caratteri salienti dell’opera di Rodin, ovvero lo studio della luce e di come questa si dispieghi sulle statue e la sensualità muscolare che caratterizza tutta la sua opera, facendone l’iniziatore della scultura moderna.

La come sempre convincente fotografia di Christophe Beaucarne (Barbara, Dio esiste e vive a Bruxelles, Mr. Nobody) illumina con precisione chirurgica artisti e opere, atelier e camere da letto. Ma è proprio quando Rodin si sposta nelle alcove che, paradossalmente, perde carnalità e consistenza.
Se infatti la prima scena di amplesso tra maestro e allieva appare tutta concentrata a una resa scultorea dei loro corpi, mettendoli dunque in diretta relazione con la loro arte, via via che la storia procede Doillon va verso il dramma amoroso teso e urlato, dove un susseguirsi di promesse tradite fa sì che i litigi feroci della coppia sostituiscano il lavoro a due e il correlato commento critico di cui sopra. E a rimetterci è soprattutto il personaggio di Camille, costretto a mille scenate, ingressi nell’atelier con passo marziale, gesticolare affannoso e strepiti vari. Ben altro trattamento era stato riservato alla scultrice nel film di Bruno Dumont Camille Claudel 1915, dove un’ottima Juliette Binoche incarnava la lenta discesa negli inferi dell’artista che, sempre più sofferente per i mancati riconoscimenti (pubblico e collezionisti vedevano in lei solo l’allieva e l’amante di Rodin), finiva rinchiusa in manicomio per volere della sua stessa famiglia.

Tutta questa parte della storia è assente in Rodin, che preferisce descrivere l’amore tra i due artisti, i conflitti dovuti al mancato matrimonio, la separazione e infine Rodin da solo, intento nella creazione della sua opera più difficile: la statua di Balzac. Ma a parte i reiterati e cantilenanti litigi della coppia, Rodin dimostra ben presto di non essere in grado di tenere a bada il tasso di ridicolo involontario pronto a deflagrare da alcune situazioni per concentrarsi poi prevalentemente nei dialoghi del film. Si pensi ad esempio a quando troviamo il Nostro intento ad accarezzare voluttuosamente le ramificazioni di un arbusto o, ancora, a quando lo sorprendiamo a seguire rapito i percorsi di una striatura di bava di lumaca, per cercarvi, naturalmente, ispirazione creativa. Solitamente silenzioso e piuttosto corrucciato, Rodin elargisce poi uscite un po’ infelici quando dichiara ad esempio: “C’è troppa vita nella mia scultura”, o quando apostrofa la povera Rose (la sua domestica e compagna, da cui aveva avuto un figlio illegittimo) con un discreto scivolone sulle questioni di classe che recita più o meno cosi: “Non sono poi tanto diverso da te, sono solo un manovale che ha imparato a leggere”. Per non parlare infine di quando definisce la sua modella giapponese, con l’intento di farle un complimento, “atletica come un fox terrier”.
Si dirà che queste sono frasi realmente pronunciate dallo scultore, ma anche se così fosse, sarebbe stato meglio prevederne il portato comico e magari riadattarle per renderle più credibili e funzionali.
Quando poi ci si ritrova di fronte ad un finale ambientato nel 2017 in cui il Balzac fa bella mostra di sé in Giappone, tutto viene riportato nell’ottica giusta: Rodin è un film concepito per celebrare il centenario della morte dello scultore, un lavoro dunque parzialmente su commissione, in cui Doillon cerca di esprimere la sua autorialità, ma dove finisce fagocitato da un racconto biografico classico che cade rovinosamente nel didascalico e nel compassato.

Info
La scheda di Rodin sul sito del Festival di Cannes.
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