A Gentle Creature

A Gentle Creature

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Presentato in concorso al Festival di Cannes 2017, A Gentle Creature (Krotkaya) di Sergei Loznitsa parte da una suggestione dostoevskijana per attraversare una Russia disperata, abbandonata, intrappolata dai meccanismi burocratici, dalla tirannia delle istituzioni, da un’apatia che sembra aver contagiato la coscienza collettiva. Tornato alla finzione, Loznitsa si immerge in una dimensione via via spettrale, onirica, trascinando la mite eroina e il pubblico in un incubo nero come la pece.

La rivoluzione russa

Un giorno, una donna riceve il pacco ha inviato qualche tempo fa al marito in carcere. Preoccupata e profondamente sconvolta, decide di raggiungere in prigione in una zona remota della Russia per ottenere informazioni. Comincia così la storia di un viaggio pieno di umiliazioni e violenza, la storia di una battaglia assurda contro una fortezza impenetrabile… [sinossi]
E perché! Non c’è un perché.
Perché siamo tutti delle carogne e non tolleriamo la verità,
altrimenti non so proprio perché.
Da La mite di Fëdor Dostoevskij.

Non deve trarre in inganno il titolo, Krotkaya, ovvero A Gentle Creature e/o Une femme douce, che richiama inevitabilmente il racconto di Dostoevskij, La mite (1876), e la trasposizione di Bresson (Così bella, così dolce, 1969). Presentato in concorso, il nuovo lungometraggio di Sergei Loznitsa imbocca infatti una direzione opposta rispetto allo scandaglio interiore dostoevskijano, costringendo la malcapitata eroina a un vero e proprio viaggio della speranza, interminabile, kafkiano. L’affondo psicologico, casomai, è tra le viscere delle Russia, tra le sue disperate contraddizioni. Delle suggestioni dostoevskijane resta volutamente pochissimo, praticamente nulla, mentre si moltiplicano gli echi e i riferimenti a Gogol, Ščedrin, Šalamov, al già citato Kafka.

Lo sguardo realista di Loznitsa, con la cristallina adesione alla Storia passata e presente, sembrerebbe essere il comune denominatore di A Gentle Creature, quantomeno nell’incipit, con la vita di campagna, i mezzi di trasporto dall’aria così periferica, il tono dimesso, l’umanità disordinata e brulicante che circonda la protagonista. Lo stesso intoppo burocratico, pur con la crescente e paradossale disumanità, ha inizialmente i contorni della fredda e raggelante cronaca. Storie di ordinaria amministrazione.
Sequenza dopo sequenza, con incedere compassato, Loznitsa inclina la traiettoria del suo personaggio, lo lascia scivolare in una trappola kafkiana, in un incubo nero come la pece – già, quel nero che inghiotte, quell’assenza di luce che sembra raggiungere percentuali da vantablack e una mostruosità dai riflessi lynchiani.
A Gentle Creature è un ulteriore drammatico passo più in là rispetto all’umanesimo di Anime nella nebbia: non più la resa di un uomo esemplare, ma un sonno collettivo, colpevole o quantomeno complice. La poetica del Loznitsa documentarista, sempre così attento a trovare una millimetrica giusta distanza dagli eventi, nel cinema di finzione imbocca sentieri diversi, anche impervi, intrisi di emotività, di partecipazione, di riposte che si sostituiscono alle domande. Un rovesciamento coerente, come è coerente il richiamo all’azione e quindi l’amarezza di fronte all’immobilità del popolo russo – emblematica l’immagine della stazione dei treni immersa in un profondissimo sonno, mentre il quotidiano orrore si compie. La rivoluzione russa.

L’eroe di V tumane, Sushenya, veniva avvolto e inghiottito da una nebbia densa e fitta, dalla barbarie incalcolabile della Seconda guerra mondiale. Una parabola morale che cercava ancora tracce di umanità. Il nero di A Gentle Creature appartiene a un’altra dimensione, priva di moralità. Una dimensione che dopo i primi accenni diventa onirica, grottesca, estenuante.
La Russia di Loznitsa è un territorio senza tempo, una dimensione sospesa tra rigurgiti sovietici (il sistematico smembramento del pacco riecheggia i gulag de I racconti di Kolyma) e tracce disordinate dei decenni passati. In questa terra così corrotta e rinunciataria, la mite moglie in cerca di un minimo di giustizia si scontra col reale/surrale castello kafkiano, col moloch, col mostro a mille teste, e non può che precipitare.

Sorprendentemente stratificato, A Gentle Creature ci racconta di una resa a un destino segnato, ciclico. Durante il viaggio della protagonista ascoltiamo testimonianze e racconti che prefigurano questo destino, incontriamo personaggi che sembrano intrappolati in un loop sconfortante, destinati a viaggiare, vagare, a essere perennemente sconfitti. In questa parabola, è l’assenza di una reazione ad amplificare la drammaticità dell’affresco loznitsiano: le piazze di Maidan e The Event sembrano immagini di un’altra epoca, forse di un altro mondo. Mentre la collettività dorme, i singoli individui vengono irrimediabilmente sconfitti, umiliati, perseguitati. Anche alzare timidamente la testa in segno di protesta è un gesto che vale una condanna, tra il generale silenzio e la crudele indifferenza – lo stesso Loznitsa indica nella sequenza davanti alla prigione la chiave di volta della pellicola, lo scoperchiamento di questo vaso di Pandora. Un J’accuse durissimo.

A Gentle Creature è un’opera forse troppo complessa per essere digerita alla fine di un concorso festivaliero, intenso come quello cannense. Programmaticamente estenuante come il viaggio che racconta. Una lenta discesa verso l’inferno. Tragica. Impietosa. E quel nero, così inaspettatamente lynchiano, disperatamente ciclico. Orribile. Magnifico.

Info
La scheda di A Gentle Creature sul sito di Cannes.
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