Marlina the Murderer in Four Acts

Marlina the Murderer in Four Acts

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La regista indonesiana Mouly Surya porta alla Quinzaine des réalisateurs Marlina the Murderer in Four Acts, incrocio tra revenge movie e rilettura in chiave contemporanea dello spaghetti-western (visto attaverso il filtro tarantiniano); una bizzarria divertente ma non completamente compiuta, che dimostra comunque le qualità della giovane cineasta, già apprezzata nel 2009 al Far East Film Festival di Udine per l’esordio Fiksi/Fiction.

Colpi di testa

Tra le brulle colline di un’isola indonesiana Marlina, una giovane vedova, è attaccata, stuprata e derubata del suo bestiame. Per difendersi, uccide molti uomini della gang. Alla ricerca di giustizia, intraprende un viaggio di emancipazione e redenzione. Ma la strada è lunga, specialmente quando il fantasma della sua vittima senza testa comincia a perseguitarla… [sinossi]

Marlina the Murderer in Four Acts permette di incontrare nuovamente sul grande schermo il cinema della talentuosa regista indonesiana Mouly Surya, il cui esordio Fiksi. (altrimenti noto con il titolo internazionale inglese Fiction) sbalordì il pubblico di mezzo mondo, anche quello dell’udinese Far East Film Festival. Mouly Surya non è una regista come tante, e il suo approccio al genere – che è tratto distintivo fino a questo momento della sua filmografia – non segue in maniera pedissequa la produzione del sud-est asiatico. Lo dimostra in pieno anche Marlina the Murderer in Four Acts, presentato alla settantesima edizione di Cannes all’interno del ricco palinsesto della Quinzaine des réalisateurs: la storia è quella di Marlina, una ragazza rimasta vedova prima del tempo, e che ha deciso di tenersi il marito imbalsamato in salotto. Un giorno riceve la sgradevole visita di una gang che la depreda di tutti i capi di bestiame e la stupra. Marlina però non è una sprovveduta: prima dello stupro fa in tempo ad avvelenare con la cena gran parte della banda e quindi, in pieno coito, stacca la testa del boss, come una mantide farebbe con il suo partner. Messa la testa in un sacco, se la trascina in lungo e in largo per le colline desertiche e ingiallite dell’Indonesia alla ricerca di una giustizia che la società non sembra ancora in grado di poterle garantire. E anche i sopravvissuti della gang vorrebbero la loro rivincita, in una partita dominata dalla violenza e dalla sopraffazione.

Come si scriveva qualche riga più in alto, Mouly Surya non è una parvenu della regia cinematografica: Marlina the Murderer in Four Acts non solo dimostra di sapersi destreggiare tra i diversi registri con una certa professionalità, ma sfodera anche un’estetica che parla direttamente alla pancia dello spettatore. La calda e corposa fotografia di Yunus Pasolang attacca gli occhi del pubblico per condurli in territori in cui il reale e l’immaginario si fondono senza soluzione di continuità: il giallo delle colline, il rosso del sangue che zampilla dalle teste mozzate – non c’è solo quella citata del boss –, i colori sgargianti dei vestiti dei protagonisti, tutto concorre all’idea di un cinema pop oltre che popolare, in grado di giocare con i codici espressivi e contenutistici allo stesso tempo, alla ricerca di una forma che acquisti concetto in quanto tale.
L’operazione è ambiziosa, e non troppo dissimile dal già citato Fiksi. che però nella sua dimensione incubale a tratti lynchiana sembrava più compatto e coese: qui invece le quattro parti in cui si suddivide la storia (“La rapina”, “Il viaggio”, “La confessione”, “Il parto”) vivono ognuna una vita indipendente, slegate da una narrazione a tratti confusionaria, che punta quasi tutte le proprie fiches sull’aspetto visionario, quello sempre impeccabile per quanto costruito sulle operazioni di rilettura del cinema popolare occidentale portate avanti da molti registi, a partire ovviamente da quel Quentin Tarantino che qui – come Takashi Miike – fa capolino dalla maggior parte delle pieghe dell’ordito.

Certo, non si può sottostimare il lavoro della Surya, la sua capacità di inserirsi in contesti abusati cercando di rintracciare germi di genuinità, la sua voglia di interrogarsi sul femminile e la propria potenza in una nazione che ha un tratto fortemente maschile, e in cui la figura fallica assume un valore gerarchico di primaria importanza. La decapitazione diventa dunque atto di recisione del pene, castrazione del pensiero e dell’atto allo stesso tempo, riappropriazione della propria identità femminile a tutto tondo. Il racconto non a caso si articola attraverso vari personaggi femminili di diverse generazioni: oltre a Marlina c’è la vicina incinta al decimo mese (sic!), l’anziana sul bus, la bambina che lavora nel ristorante di famiglia nel villaggio in cui la donna è andata a denunciare quel che le è successo alla polizia – salvo poi modificare un po’ la confessione, virando verso altri obiettivi.
Elementi, questi, che fanno di Marlina the Murderer in Four Acts un lavoro senza dubbio interessante, e che sarebbe sciocco sottostimare o trattare con una superficialità che non merita. Ciononostante la sensazione di un passo indietro rispetto a Fiksi. c’è, in attesa prima o poi di recuperare anche l’opera seconda What They Don’t Talk about When They Talk about Love, girata nel 2013. E in attesa, soprattutto, di capire quale direzione prenderà il cinema di Mouly Surya, talento ancora in procinto di sbocciare in forma definitiva. Ma c’è tempo.

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Il trailer di Marlina the Murderer in Four Acts.

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