Vers l’inconnu?

Vers l’inconnu?

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Vers l’inconnu? fu il primo film libanese della storia a prendere parte al concorso di Cannes, nel 1957. A sessant’anni di distanza il festival lo riscopre in una versione restaurata in digitale, alla presenza del regista Georges Nasser. Un’opera storicamente rilevante per quanto incapace di evitare una certa naïveté di fondo.

E partiva l’emigrante, ritornava dal paese

In un villaggio sulle montagne libanesi una famiglia vive in povertà. Un giorno il padre abbandona la moglie e i due figli e parte per il Brasile, l’eldorado di un gran numero di suoi patrioti. Passano venti anni. La madre ha difficilmente cresciuto i suoi bambini: il più grande ha creato una propria famiglia e il secondo si appresta a sua volta emigrare verso il Brasile, quando un vecchio cencioso arriva al villaggio… [sinossi]

Palais du Festival a Cannes, durante la serata alla Salle Buñuel viene presentato all’interno di Cannes Classics Vers l’inconnu?, misconosciuta e praticamente introvabile pellicola diretta da Georges Nasser esattamente sessanta anni addietro, nel 1957. La sala non è particolarmente piena, ma si nota una folta rappresentanza del mondo cinematografico libanese. Nulla di cui stupirsi, visto che Vers l’inconnu? fu il primo film prodotto in Libano a prendere parte al Festival di Cannes, addirittura concorrendo per la conquista della Palma d’Oro. Alla presenza di Nasser, novantenne ancora lucidissimo nel tracciare il percorso del suo primo film, operazione ai limiti dell’autoproduzione che vide lavorare sotto l’egida del regista una troupe e un cast composti interamente da non professionisti. Un atto di amore verso il cinema e le potenzialità dell’immagine che ancora oggi dimostra la sua potenza, nonostante le debolezze congenite del film.
Il Libano del 1957 era una nazione che sembrava intenzionata ad aprirsi in tutto e per tutto all’occidente, dopo aver ottenuto l’indipendenza dalla Francia già durante il corso della Seconda Guerra Mondiale. In realtà il territorio libanese durante il periodo delle riprese di Vers l’inconnu? era già in pieno subbuglio, in un percorso che avrebbe trovato forma nella crisi politica dell’anno successivo con gli scontri tra gli uomini di Camille Chamoun, cristiano maronita presidente della repubblica, e quelli schierati a fianco del druso Kamal Jamblatt, fautore di un socialismo di stampo panarabo e marxista. Nell’arco di pochi mesi la crisi fu ricomposta con la creazione di un governo di riconciliazione, ma i primi passi verso la guerra civile erano stati compiuti.

Se questa atmosfera non trapela in Vers l’inconnu? è però vero che si avverte nel corso di tutta la narrazione il senso di inadeguatezza dei personaggi protagonisti, per niente a loro agio in una terra di cui percepiscono solo le asperità. La famiglia attorno alla quale ruota l’intera vicenda non ha mai un momento di riscatto, impossibile per chi è sottoproletario o costretto a fare la fame pur potendo contare su un piccolo appezzamento di terreno. Sotto questo punto di vista è interessante notare uno sguardo politico nella messa in scena di Nasser, pur trattenuto e poco evidenziato da alcune incertezze di regia e montaggio. All’epoca si accostò con fin troppa facilità Vers l’inconnu? al percorso neorealista compiuto un decennio prima dal cinema italiano; la verità è ben diversa, e il film di Nasser non può essere quasi per nessun motivo accomunato al senso estetico e politico della produzione italiana del secondo dopoguerra.
Il pauperismo del film libanese non fa di necessità virtù, e non è neanche una scelta di rompere con gli schemi produttivi tradizionali: è semplicemente il risultato di un lavoro che parte dall’amatoriale per tentare di raggiungere i codici dell’autoriale. Più che di interpretazione del neorealismo sarebbe giusto parlare di istinto etnografico: è così per esempio nella lunghissima sequenza del matrimonio del primogenito, che occupa da sola un terzo del film, e durante la quale la macchina da presa riesce a raccontare una realtà che è ancora legata in stretti vincoli al folklore e alla tradizione.

La tradizione, forse il punto focale dell’intero film. Nasser non sembra guardare di buon occhio l’emigrazione, e pone sotto le luci dei riflettori soprattutto la necessità di tenere i giovani nella madrepatria e farli crescere lì: non propone soluzioni sociali (non c’è modo di evadere dal proprio status, come quello di contadino, bisogna solo imparare a conviverci), ma sceglie il registro melodrammatico per rimarcare il dolore nell’abbandonare la terra e i propri affetti. Questa lettura della società è evidente nel personaggio del padre, che ritorna dopo venti anni in Brasile nei quali ha fatto perdere completamente le proprie tracce: oramai, cambiato dall’esperienza all’estero, nessuno lo riconosce, neanche la moglie e i figli, e lui ai limiti del clochard oltre a tentare un buon atto riparatore – donare il sangue per il figlio più piccolo rimasto coinvolto in un incidente automobilistico un po’ ridicolo – non può far altro che allontanarsi mestamente, lanciando un ultimo sguardo dalla finestra a quella che un tempo fu la sua casa, e che ora non lo riconosce.
Un punto di vista problematico e ricco di contraddizioni ma comunque interessante, aspetto di maggior valore di un’opera che sotto il profilo estetico non sa trovare una propria via espressiva, rimanendo ingabbiata in una prassi che a sessanta anni di distanza mostra tutte le crepe dell’invecchiamento. Non passerà alla storia, Vers l’inconnu?, ma resta un documento importante, che è stato doveroso recuperare dai cassetti della memoria per donargli nuova vita.

Info
La scheda di Vers l’inconnu sul sito del Festival di Cannes.
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