Le concours

Le concours

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Presentato al Sicilia Queer Filmfest 2017, dopo essere stato riconosciuto quale miglior documentario sul cinema a Venezia Classici, Le concours è il film di Claire Simon sulle ammissioni alla più prestigiosa scuola di cinema parigina, la Fémis. Un film estenuante dove emerge un ritratto disarmante di come si possa giudicare non solo l’arte ma anche sancire chi potrà esserne depositario o meno.

Cineasti del futuro

La Fémis di Parigi è una delle più prestigiose scuole di cinema del mondo. Ogni anno, orde di giovani e meno giovani si riuniscono nel giorno delle selezioni. Ma chi è che decide chi saranno i futuri registi di domani? Quali sono i criteri adottati dai professori ogni anno per selezionare gli studenti? Attraverso l’occhio attento e neutrale della sua videocamera, Claire Simon ci racconta l’ordalia di un gruppo di ragazzi e dei professori che li giudicheranno. [sinossi]

Le concours di Claire Simon, presentato al Sicilia Queer Filmfest 2017, è risultato il miglior documentario sul cinema all’ultimo Venezia Classici. Ma si parla davvero di cinema in questo lavoro? Nel documentare le implacabili selezioni che decimano i candidati della prestigiosa scuola di cinema francese, la Fémis, quello che sembra proprio non esserci è la settima arte, l’arte in generale. Si può insegnare il talento nel cinema e nell’arte? Quanti grandi cineasti sono emersi pur senza provenire da scuole di cinema? Chi può arrogarsi il diritto di decidere chi potrà fare il regista e chi è meglio che si dia a qualcos’altro? Sono preoccupazioni che, a dire il vero, sfiorano anche gli stessi membri delle varie commissioni giudicanti, alcuni dei quali si preoccupano di non scartare un nuovo Cronenberg. Sembra di veder riprodotto quel meccanismo meritocratico distorto della società francese che per esempio sancisce che la sua classe dirigente non possa non essere uscita dall’esclusivo Istituto di studi politici di Parigi.

Il cinema è la vera e propria immagine mancante di Le concours. Le parti con il cinema sono centellinate e sempre viste dalla regista come a prenderne le distanze. La proiezione generale con tutti gli aspiranti, dove si proietta il film Penance di Kiyoshi Kurosawa (questo sarebbe in realtà un punto a favore della école, ma l’avranno fatto vedere tutto?): il film è ripreso dalla videocamera in sala spesso in posizione decentrata in modo da risultare deformato. Altri film nel film, i lavori degli allievi che si vedono in un monitor, sono sempre pesantemente deturpati da scritte interne sovrimpresse o dalla barra del programma di lettura VLC. Fino ad arrivare allo sfondo, quanto mai significativo, di un colloquio, rappresentato da un televisore con lo schermo in nero con la scritta “Aucun signal”. Relativamente poche, visto il soggetto, anche le citazioni di film. Alcuni aspiranti studenti parlano di Depardon, Truffaut, Cocteau. Ancora meno quelle dei professori, spesso in negativo, a volte non ricordandosi il nome come nel caso di Refn, citato come il regista di Drive, come esempio di antipatia umana e nonostante ciò di genio cinematografico. Le concours è perlopiù una grande narrazione orale, le storie, le ispirazioni dei progetti dei ragazzi.

Il cinema che parla del cinema, vorrebbe parlarne ma non lo trova. L’approccio della regista è antropologico, riguarda la voglia di far cinema e, andando al nocciolo, il rapporto tra le generazioni, come una generazione sceglie quelle successive. O si arroga il diritto di farlo. Perché alla fine, dopo due ore davvero estenuanti di prove, colloqui, ecc., quello che passa è la normalità burocratica che giudica nemmeno l’arte, ma un suo proposito. Dalla marea umana che si presenta, attraverso tutte le fasi di scrematura e selezione, gli ammessi saranno pochissimi. Li vedremo a Cannes o a Venezia varcando i relativi red carpet? Inizialmente il loro stesso alto numero li avvicina di più a un respiro, a una concezione cinematografici. Sistemati come il pubblico di una grande sala. E anche i membri della commissione giudicante sono riuniti su poltrone come fossero in una saletta. Passata questa prima scrematura, si perderà anche questa atmosfera di cinema, per passare alle fasi degli esami orali per ogni singolo studente. Emerge una varia umanità. C’è la ragazza ivoriana che concepisce il cinema come strumento per cambiare il mondo. C’è il ragazzo siciliano che esordisce nominando Baricco e parlando dei pescatori della sua terra. Ma questo solo per la citazione avrebbe dovuto essere immediatamente cacciato a pedate!

La mdp di Claire Simon comincia scrutando dall’alto, da una finestra, l’ingresso dei ragazzi, inizialmente una marea umana, dal cancello della scuola: uno sguardo rubato, voyeuristico. Tornerà ancora in questa posizione due volte, la seconda a riprendere il cancello chiuso come ultima immagine del film.
Si insinua poi con macchina a mano nei meandri delle selezioni, raccogliendo, con metodo wisemaniano, tanto le speranze dei ragazzi quanto le riunioni dei giudicatori, essi stessi, nelle tante diverse commissioni che si susseguono, una marea di persone.
Usa un linguaggio cinematografico primigenio, dove abbondano le panoramiche a schiaffo, e dove rimane un’immagine, che chiunque avrebbe eliminato al montaggio, che va completamente fuori fuoco. A segnare la veracità del suo sguardo, la genuinità e l’assenza di mediazioni. Sceglie metodi indiretti per raccontare le esclusioni. Per gli esiti della prima grande selezione riprende la segretaria che risponde al telefono, comunicando l’esclusione con rammarico di circostanza. E poi, per la graduatoria finale, cattura l’attesa, dalla parte di un’altra segretaria che aspetta prima di affiggere alla vetrata, il foglio con i risultati.

Claire Simon si congeda dalla Fémis con l’immagine di un cancello chiuso di sera. Quello stesso che a inizio film era gremito di ragazzi. Il tramonto del sogno per la stragrande maggioranza di loro, il cinema diventa un qualcosa di irraggiungibile. Come detto da alcuni di loro nelle pause degli esami, percorreranno altre strade nella vita.

Info
La scheda di Le concours sul sito del Queer Filmfest.
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