Viaggio a Montevideo

Viaggio a Montevideo

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Tra i Canti Orfici di Dino Campana e la Valle d’Aosta, il sogno dell’Uruguay e le proprie memorie, Giovanni Cioni firma con Viaggio a Montevideo un’opera ectoplasmatica, abitata da fantasmi nell’immagine e dell’immagine; un percorso sempre in divenire alla ricerca di un senso, sempre che esista. In Satellite alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Cimiteri e valli

Un film ispirato ai Canti Orfici di Dino Campana, nato da sopralluoghi in Valle d’Aosta. Frammenti di partenze e di ritorni, frammenti o variazioni nel senso musicale. Degli strati di tempi e di valli. Un viaggio. L’eco di un viaggio. Di una ricerca del mondo. [sinossi]

In Viaggio a Montevideo, poesia contenuta nei Canti Orfici, Dino Campana scrive: “E vidi come cavalle / Vertiginose che si scioglievano le dune / Verso la prateria senza fine / Deserta senza le case umane / E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve / Su un mare giallo della portentosa dovizia del fiume, / Del continente nuovo la capitale marina”. Come Il battello ebbro, composta da un adolescente Arthur Rimbaud quando ancora aveva a malapena attraversato il confine tra Francia e Belgio, ma già volta verso quel viaggio senza fine che è la ricerca del senso di sé, e dell’essere, anche il “viaggio a Montevideo” di Campana non ha valore in quanto più o meno reale, ma rifulge della propria percezione, dell’idea stessa in grado di travalicare il confine geografico per attestarsi un passo più in là. Alcuni, a partire anche da Giuseppe Ungaretti, dubitarono sempre del fatto che il ventenne Campana fosse stato davvero spedito dai genitori in Sud America per qualche mese, a respirare un’aria diversa. Non è altro che un dettaglio, per l’appunto. Così come è un dettaglio che Viaggio a Montevideo, il nuovo lavoro di Giovanni Cioni presentato in “Satellite” alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro dopo la proiezione parigina a “Cinéma du Réel”, sia girato in maniera integrale tra le valli aostane, profondo e sperduto nord di un’Italia che si crede già Francia e di una Francia che non si riconosce in quei luoghi.
Partito da suggestioni orfiche, Cioni ha ben presto deragliato, trovandosi a fronteggiare il dilemma di ogni regista “indipendente”: cosa fare quando tra le mani sta prendendo corpo un film impossibile?

È irrealizzato per sua stessa concezione, Viaggio a Montevideo, spaesato compendio quasi diaristico che abbandona la franca percezione lineare del diario per rintracciare schegge del proprio passaggio. Passaggio/paesaggio, attraversamento materico e impalpabile di luoghi, tempi, spazi che non sempre hanno la possibilità di sovrapporsi tra di loro. Vagando di memoria in memoria, chiudendosi in incontri forse casuali e caotici – il passaggio dall’elaborazione della morte nel cimitero al concerto punk urlato e sudato nel locale è da questo punto di vista illuminante nella sua contrapposizione tra estremi che non si annullano a vicenda, ma cercano al contrario un perpetuo dialogo, per quanto difficile – il regista parigino di nascita ma apolide per indole traccia l’ennesimo percorso della sua filmografia, densa di una geografia sentimentale prima ancora che reale, destinata attraverso l’immagine e l’accumulo sistemico delle immagini a trovare un senso per l’immagine, per la sua eternità eternamente caduca, per il suo essere sempre presente e passata allo stesso tempo, preconizzatrice di futuri dei quali non si può percepire che l’ombra.
La ricerca poetica ed estetica del furore di Campana diventa dunque rielaborazione di sé, del proprio perdersi alla ricerca di qualcosa, della necessità di ritrovarsi per donare nuova linfa e forza al viaggio. Quel viaggio che non finirà mai, ma si riannoda su se stesso come una telefonata da un locale in India o il messaggio che annuncia la morte di un caro amico. Tutti sempre in viaggio. Spinti oltre il confine alla ricerca di qualcosa che non è oltre il confine, ma al di là della percezione di confine. Schegge, detriti, accumuli d’immagini perdute o improvvisate. Schizzi di progetti laboratoriali. Ectoplasmi. Dopo essersi perso nel centro del proprio discorso, segmentando in rivoli (troppi? Forse) le proprie percezioni, Cioni svela a sé e al pubblico la più evidente – e per questo non dichiarata – delle verità: Viaggio a Montevideo è un film di fantasmi, di fermi immagine senza tempo, di baite senza più padroni, di mucche solitarie al pascolo. Come ogni costruzione lirica, Viaggio a Montevideo non può chiudersi in una forma ciclica, ma è costretto forse anche suo malgrado ad aprirsi al mondo, alle sue infezioni spesso salvifiche, alla vita. Un romanzo di formazione in fieri, melanconico e funebre ma vitale e riottoso, diario che scoperchia il tempo e le sue prassi per elaborare fino in fondo il proprio senso. I Canti Orfici dopotutto si aprono così, con l’incipit de La notte: “Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo”. Ma La notte, poche righe più giù, si conclude con queste parole: “e del tempo fu sospeso il corso”…

Info
Il sito ufficiale di Giovanni Cioni, regista di Viaggio a Montevideo.
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