Tiresias (Un personaggio in tre corpi)

Tiresias (Un personaggio in tre corpi)

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Daniele Pezzi, già autore di Roads Ending, costruisce con Tiresias (Un personaggio in tre corpi) il progressivo smembramento di un’umanità sempre più marginalizzata ed esclusa; tra documento del reale e narrazione (auto)riflessiva e metaforica, un tragitto di lucida potenza politica. A Pesaro 2017 in Satellite.

Oltre il confine

Tiresias è un personaggio errante che diventa progressivamente consapevole della sua condizione di finzione. Un testimone che attraversa paesaggi e situazioni trasformando il proprio corpo e genere sessuale nel tentativo di adattarsi ai cambiamenti culturali e sociali che incontra durante il suo viaggio. [sinossi]

Non incontra nessun serpente nell’atto della copula, il/i protagonista/i di Tiresias (Un personaggio in tre corpi), il nuovo film di Daniele Pezzi presentato in anteprima alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro nella sezione “Satellite” dopo una lunga e travagliata attesa; eppure, come il mito classico, anche la figura tripartita messa in scena dal regista ravennate è “costretto” a vivere l’esperienza di modificare sé, il proprio sesso, la propria identità, in un percorso di trasformazione continuo, che non prevede necessariamente evoluzione, ma spinge comunque verso la ricerca, del senso e del sesso, dell’essere come figura in eterno divenire, mai ferma, in permanente rivoluzione. Inadatta, per questo, al vivere contemporaneo, e quindi veggente – alla maniera di Arthur Rimbaud, in qualche modo – e non vista, celata, dispersa, sempre marginale e marginalizzata.
Non è una materia facile da maneggiare, Tiresias (Un personaggio in tre corpi), e non è forse un caso che il suo peregrinare alla ricerca di una proiezione sia a ben vedere simile al vagare dell’ultimo dei tre personaggi che trovano spazio sullo schermo: come lui, anche Pezzi può essere considerato un contrabbandiere, un travalicatore di confini. Come lui, anche Pezzi si muove solo, senza troupe, quasi senza storia, ma con un’idea di senso e di narrazione del senso. Pesaro, e su tutto la sezione Satellite, era forse la destinazione obbligata, tana carbonara di (r)esistenza, affollata Sala Pasolini senza aria condizionata, al liminar della sala grande, antro in cui ancora vivono e palpitano le escursioni dello sguardo di ieri e di oggi. Tiresias non è un film ostico, segue un tracciato perfino troppo lineare – la suddivisione in tre parti che è anche suddivisione in tre corpi, e in tre mascheramenti del reale per svelare l’intima natura del reale – ma non è, come si scriveva, facile da maneggiare.

C’è una sedimentazione, nello sguardo di Pezzi, che rifugge sempre il proprio stesso accomodarsi; come nel precedente Roads Ending, altro viaggio multiforme nello sperduto nulla del Canada, no-where che esiste e brulica nella notte illuminata solo dal fuoco di un falò, anche in Tiresias si avverte forte la sensazione di avere a che fare con un materiale sempre malleabile, ridefinibile, lontano dal pensiero monolitico, monocolore, mono-forme. Attraverso i tre personaggi che percorrono il film – una fotografa di ritorno da un lungo viaggio di fermi-immagine, un vero e proprio mutaforma che cambia con il trucco la propria radice sessuale e si trova coinvolto in un dibattito sulla democrazia partecipata, e il già citato contrabbandiere – Pezzi si sposta in un territorio che è geografico e umano allo stesso tempo (l’area pirenaica della Francia, ma sotto questo punto di vista Tiresias parla a tutta l’Europa e si interroga su riflessioni che gocciolano senza sosta dall’orlo del vaso dell’occidente), e che non ha più confini.
Così pleonastica e fuori dal tempo appare l’immagine finale sulle due bandiere “contrapposte”, francese e spagnola, memoria ancora tangibile di un passato recente che è già rimosso, ma che torna preponderante nelle discussioni politiche, nel dibattito sempre meno centrale e sempre meno abituale che in Tiresias emerge nel lungo blocco centrale, sradicando via le voice over esistenziali e spalancando le porte all’urgenza dell’oggi; eppure voci a loro modo effimere, prive di reali corpi – le inquadrature si concentrano sulle mani gesticolanti di persone intente alla discussione, brillante stratagemma registico per coniugare sguardo e sonoro là dove le fonti erano inevitabilmente altre, e diverse – intestardite in un faccia a faccia che dovrebbe essere il quotidiano della società attuale, ma non è.

Sono tutte figure acefale o mostruose quelle che poco per volta dominano la scena di Tiresias. Dall’occhio meccanico che cristallizza il reale e non ne restituisce che la parte “meravigliosa”, al trucco che ricostruisce e modifica l’umano, attribuendogli sensi e spazi sempre diversi, fino al sacco di iuta che impedisce di vedere il volto dell’ultima trasformazione, quella in fuga, quella in viaggio, quella che ha forse ancora l’impeto di una rivoluzione già morta, uccisa, abbandonata. È un grande film sull’elisione e la distruzione sociale, Tiresias, a tratti dolce e sempre nostalgico percorso nel solingo, sguardo anti-prammatico e per questo sempre politico. Le opere di Daniele Pezzi continuano a mostrarsi urgenti, necessarie, di grande densità. Al di là del confine.

Info
Il sito di Daniele Pezzi, regista di Tiresias.
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