Verso casa

Verso casa

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Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente tornano a Pesaro e in Satellite con Verso casa, proseguendo nella ricerca di un cinema che sia la rappresentazione e l’estensione del quotidiano, e confermando la centralità del loro sguardo. Un film-passeggiata, ennesimo ritorno all’umano attraverso l’occhio della macchina.

Sul fiume

Fra Rousseau e Petrarca, mirando e rimirando il paesaggio, la natura selvaggia, forte e sicura. Alla ricerca della vita lungo il fiume, del silenzio degli umani, della voce dell’anima delle cose. Hic et nunc. Una passeggiata solitaria verso casa. [sinossi]

Verso casa: non era possibile, forse, trovare un titolo più appropriato per il nuovo lavoro di Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente, presentato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro all’interno di “Satellite”, spazio aperto e respirante, luogo in cui un’idea di cinema può germinare in totale libertà, cercando dialoghi al di fuori di sé. Non è mai stato un cinema chiuso, quello diretto da Romano: minimale, forse, e già su questo aggettivo ci sarebbe da discutere, ma mai autocelebrativo, rintanato nel buco dell’ego. Anzi. Un cinema che dialogava con il passato-presente, Anton Perich insegna, e ha cercato barlumi d’avvenire in un futuro distopico che è fantascienza e al contempo gesto d’amore verso l’esterno, il mondo fuori, la natura, altro termine centrale ma da (ri)considerare, rileggere e riscoprire.
Romano e L’Innocente sono in perenne viaggio verso casa, luogo della memoria e della festa, dell’oggi eterno perché intessuto di ieri e di prospettive future. Non ha bisogno di artifizi di alcun tipo, un film come Verso casa; c’erano, come costruzione del set e come apparato produttivo, in Ananke, loro prima apparizione pesarese due anni fa. Ma non ci sono più. Se già Con il vento rappresentava un punto di passaggio alla ridefinizione dei propri confini d’aria, memoria che si fa lirica, cellula materia che si fa impalpabile oggetto disperso tra i campi, nel vento, Verso casa è il brillio intermittente di una lucciola, che è lì davanti agli occhi ma si manifesta solo a tratti, impulso di luce nel buio di una notte campestre.

C’è una poesia dolce e persistente nell’immagine lavorata brulla immediata priva di filtri di Romano, in quello scatto di zoom che non teme lo sfondamento del pixel, nella riappropriazione di un diritto d’artista che è prima di tutto diritto d’uomo: vedere al di fuori di sé, guardare ciò che circonda, vivere anche attraverso lo sguardo, e le sue modalità. Un cinema che non ha bisogno di apparato, perché lo scavalca con uno scatto improvviso, fuga da fermo verso l’orizzonte. Verso casa, una volta di più. Cos’è una casa? In Ananke era rifugio, ultima requie di fronte alla folle distopia dell’umano; c’era un esterno in disfacimento e un interno, improvvisato ma vivo. Resistente. In Con il vento la questione si faceva più intima; persisteva l’idea di altro, non più spaziale ma temporale, come un’immagine risorta a nuova vita dopo decenni. Sbiadita. Per questo ancor più forte.
Verso casa è uno scarto ulteriore, il ritorno d’Ulisse a un’Itaca inintaccabile perché impossibile da maneggiare davvero. C’è il mondo attorno. C’è il teramano, zona che il cinema non ha mai degnato di troppi sguardi. C’è un fiume, il cui nome non è d’interesse. Ma c’è un fiume. È una passeggiata verso casa, che nasce dall’umano – i due anziani che attraversano la strada, su cui si apre il tutto – e torna a una natura che è anch’essa colma d’umano pensiero, anche quando non è possibile accorgersene. Cinema-passeggiata, che sfonda le pareti di un senso precostituito quando la videocamera arriva al fiume e lì si perde, inseguendo brezze di vento, acque più o meno impetuose, vertigini del quotidiano, vestigia anche banali. Ma cos’è la banalità se non l’accettazione di una consuetudine. E cos’è il cinema se non la consuetudine allo sguardo, e a ciò che trascina con sé?

C’è un incanto, nel mezzo del cinema di Romano e de L’Innocente; non solo nel senso di magia che può rilasciare questo lirismo dell’ordinario, ma perché Verso casa andrebbe visto accanto a un altro lavoro della coppia, invisibile non per scelta ma per incapacità dell’esterno ad aprirsi a loro, alla loro identità, al loro percorso emotivo e personale. C’è un film, lungo e composito, che ancora giace nel cassetto; perché il piccolo cosmo festivaliero, anche quello che si attribuisce il patentino di libertà, precostituisce il proprio sguardo e non accetta con facilità chi si muove al di fuori di esso. Perché nulla o quasi assomiglia al cinema di questi due abruzzesi – per nascita o per adozione –, che continuano imperterriti il proprio percorso, ogni volta più essenziale, ogni volta più emozionante, ogni volta più vivo. Ed è davvero una piccola tragedia che nessuno, al di fuori di Pesaro, alzi la testa o la volga per osservare ciò che è al di fuori, ma mai per spirito snobistico. È davvero triste che non si abbia la voglia di comprendere e dialogare con uno sguardo come quello di Romano e de L’Innocente. Sempre con la consapevolezza che loro andranno avanti, un passo dopo l’altro, tra un salice e una strada sterrata, per raccontare l’umano in tutta la sua (im)materiale dolcezza. In tutta la memoria, autobiografica e non. Verso casa.

Info
Verso casa sul sito della Mostra di Pesaro.
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