Intervista a João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata

Intervista a João Pedro Rodrigues e João Rui Guerra da Mata

Si è fatto conoscere nel 2000 con O Fantasma, film scandalo alla Mostra di Venezia che ebbe anche una distribuzione nelle sale italiane. João Pedro Rodrigues è autore di cinque lungometraggi, Odete (2005), Morrer como um homem (2009), A última vez que vi Macau (2012) – co-diretto con João Rui Guerra da Mata – e O Ornitólogo (2016) presentato con successo in concorso al Festival di Locarno dove ha vinto il Pardo per la miglior regia. Ha diretto anche molti cortometraggi, alcuni insieme con João Rui Guerra da Mata. IEC Long (2014) è il loro ultimo lavoro insieme e appartiene a un gruppo di lavori chiamati “Film asiatici” tra cui Alvorada Vermelha (2011), Mahjong (2013), O que arde cura (2012). João Rui Guerra da Mata collabora con Rodrigues fin dai suoi esordi, lavorando soprattutto alla scrittura dei film. Abbiamo incontrato i due cineasti portoghesi durante il Sicilia Queer 2017 dove Rodrigues era membro della giuria internazionale.

Già nel tuo corto Manhã de Santo António parlavi della ricorrenza di Sant’Antonio in Portogallo. Poi con O Ornitólogo sei tornato alla figura di quel santo. Qual è il tuo interesse per Sant’Antonio?

João Pedro Rodrigues: Il corto è molto diverso. Sono interessato nella figura di Sant’Antonio come personaggio della cultura popolare del Portogallo e non solo. Io non sono una persona religiosa, ma ho scoperto che Sant’Antonio è il santo più conosciuto nel mondo. Più di San Francesco, e questo mi ha stupito. Durante la dittatura in Portogallo, la Chiesa e la religione erano una delle colonne che sostenevano il regime fascista, finito nel 1974, e all’epoca Sant’Antonio era rappresentato come un simbolo dei valori della famiglia, del matrimonio. Aspetti che sono molto lontani da quelle che erano le origini dei francescani, che erano persone che donavano tutto, si liberavano delle loro ricchezze e andavano a vivere più vicini alla natura, avendo con sé niente. In un certo senso erano i primi ambientalisti. Quindi volevo tornare a quella che era l’idea originale di questi frati francescani e a chi fosse originalmente Sant’Antonio, dato che volevo parlare della storia di un uomo che si perde nella natura. Tutto quello che sappiamo di Sant’Antonio è un mito, perché non ci sono elementi reali e non ci sono testimonianze a lui contemporanee. Era un uomo che sia chiamava Fernando ed era nato in Portogallo nel XII secolo e morì in Italia nel XIII secolo. Ho usato alcuni avvenimenti della sua biografia e alcuni miracoli che si dice abbia fatto per costruire una struttura, una traccia su cui ho costruito il mio racconto. Sono molto interessato all’idea del riappropriamento delle figure mitiche della nostra cultura, in particolare provenienti dalla storia popolare. E ho anche aggiunto degli altri elementi, per esempio quei ragazzi delle feste selvagge che vedi mascherati, quella è una tradizione molto antica del Nord del Portogallo, con radici addirittura pre-cristiane. È una festa legata ai solstizi che si celebra ancora nel Nord del Portogallo. E si esprimono in una lingua parlata ancora oggi che sia chiama mirandese, che è l’altra lingua ufficiale del Portogallo oltre al portoghese. È una lingua molto antica con radici negli antichi dialetti della Penisola iberica, che esistevano prima della Spagna e del Portogallo e che è sopravvissuta, anche durante la dittatura, perché veniva parlata dagli anziani del luogo. Il luogo in cui ho girato il film è una delle zone più isolate del Portogallo, e durante la dittatura fascista, dagli anni ’30 agli anni ’70 era ancora più isolata perché non c’erano strade. Dunque queste persone poterono mantenere vivo il mirandese che ora viene insegnato nelle scuole e alcune persone in questi villaggi ancora la usano per parlare tra di loro. Mi piaceva l’idea di riappropiarmi di queste tradizioni e trasformarle per farle mie. Invece i cacciatori, alla fine, che parlano latino, vengono dalle Metamorfosi di Ovidio, quindi c’era anche l’idea di mischiare diverse mitologie per creare la mia.

João Rui Guerra da Mata: Tra l’altro, Lisbona ha due santi patroni, uno dei quali è Sant’Antonio. Durante il regime fascista, Sant’Antonio era stato usato in diversi modi, c’era l’aspetto religioso, ma anche quello politico. Infatti il giorno in cui si celebrava il santo, che si svolge nell’anniversario della sua morte, era anche quello in cui si celebrava il partito. C’era dunque l’aspetto religioso ma anche quello popolare, che era anche esso stato creato dal regime. La gente usciva, ballava e beveva tutta la notte, mentre invece la mattina c’era una parte totalmente inventata, che la gente chiamava ‘la sposa di Sant’Antonio’, cioè un numero selezionato di coppie povere veniva fatto sposare gratuitamente con il contributo del governo o del sindaco, che era comunque un’emanazione del governo dato che ovviamente, trattandosi di un regime, non veniva eletto. Era dunque tutto legato a un’idea populistica di un santo che apparteneva alle persone, un santo molto umano. Perciò il corto Manhã de Santo António parla di questi giovani che uscivano a bere e ubriacarsi, cosa che succede anno dopo anno. Inoltre il mirandese era una lingua proibita durante il regime, perché il Portogallo doveva avere una lingua sola, allo stesso modo in cui Franco aveva tentato di abolire il gallego, pur essendo lui galiziano, e il basco e il catalano, tutte queste lingue minoritarie, come “España una”, un motto del franchismo. Qui in Portogallo è solo una piccola regione dove si parla quella lingua. Ma per il regime che qualcuno potesse parlare una lingua diversa dal portoghese ufficiale era considerato pericoloso.

La figura del pastorello Jesus già dal nome porta in sé una somma di misticismo e sessualità, e il suo incontro con il protagonista Fernando stravolge la vita di quest’ultimo. Sembra proprio il ruolo dell’ospite nella famiglia di Teorema di Pasolini. È un richiamo voluto?

João Pedro Rodrigues: Nell’idea di tornare alla mitologia, c’è anche l’idea di essere trasgressivi. Nel modo di farli miei, c’è la scelta di essere liberi nell’uso di questi materiali e liberi di giocare con queste mitologie. Naturalmente non è un caso che questo pastore si chiami Jesus.

João Rui Guerra da Mata: Anche se Jesus è stato un nome piuttosto comune un paio d’anni fa. Naturalmente è un nome di origine religiosa, ma per esempio le classi alte avevano l’abitudine di abbinare al nome Jesus il secondo nome Maria, che rappresenta ovviamente la Vergine Maria, e mettendolo come secondo rimane un nome maschile, mentre Maria Jesus sarebbe un nome femminile.

João Pedro Rodrigues: Credo comunque che ci sia un legame con Pasolini o almeno con la tradizione che arriva anche da prima di lui, perché è una forma di trasgressione più antica. Per esempio siamo appena stati a Palazzo Abatellis a Palermo, dove non c’è nessun Caravaggio ma ci sono alcuni suoi successori, e ora sappiamo che alcuni dipinti che erano stati commissionati dalla Chiesa a Caravaggio vennero rifiutati perché osceni, erano troppo realistici e sensuali, troppo nudi. Quindi credo che ci sia una tradizione nella storia dell’arte di appropriazione di questa iconografia. Caravaggio dipingeva temi religiosi, natività, santi ecc., ma sempre prendendo dei modelli che venivano dalla vita reale e che davano realismo alle sue opere, oltre al fatto che erano persone più vicine a noi e ciò rende queste opere ancora toccanti, perché senti che sono persone vere. Il fatto che fossero vere e non idealizzate è la rivoluzione che Caravaggio mise in pratica in pittura ed è per questo che aveva tanti seguaci. Penso di avere imparato a fare film guardando film, non è che mentre sto girando penso “questo è come Pasolini lo avrebbe fatto”; è qualcosa di interno a me. Per tornare all’esempio di un artista rivoluzionario come Caravaggio, si potrebbe dire che è un po’ quello che nel cinema è stato fatto da Orson Welles, che pure quando ha fatto Quarto potere era ben a conoscenza dei film di Griffith e ne aveva guardati molti. Dunque credo che sia impossibile essere completamente nuovi e slegati dalla tradizione e credo che l’unico modo per liberarsi dalla tradizione sia conoscerla. Qui vediamo il palazzo della Zisa, per esempio, credo che sia normanno eppure c’è dentro di esso la tradizione araba e anche nei film una cosa molto bella è che ci sono tanti strati e puoi scoprire l’origine di ognuno di essi. Non mi piacciono però i film troppo citazionisti, dove le citazioni sono ovvie. Di Pasolini più che Teorema mi piace Uccellacci e uccellini, che torna ovviamente anche in O Ornitólogo, che è uno dei miei film preferiti, dove c’è la coppia Totò e Ninetto Davoli che non è una vera coppia ma in un certo modo lo è.

Nella prima parte del film, prima di scivolare nell’onirismo, è importante la contemplazione, l’osservazione della natura. Come mai hai deciso di usare un linguaggio vicino a quello del documentario naturalistico?

João Pedro Rodrigues: Credo che arrivi dalla mia esperienza. Prima di studiare cinema, volevo diventare un ornitologo per cui prima ho studiato biologia. Da giovane, quando avevo circa otto anni, mio padre mi regalò un binocolo per cui andavo in giro a guardare con quello. Ne porto uno sempre con me [estrae un binocolo dalla sua borsa, n.d.r.], anche se non è più lo stesso, perché mio padre me ne regalò uno molto vecchio. Questo film era un qualcosa che doveva arrivare dalla mia esperienza e le immagini degli uccelli sono state filmate in un certo senso in un modo molto simile al birdwatching. Sono state fatte prima di girare le parti con gli attori. Questo è successo un anno prima delle riprese con gli attori e nello stesso posto dove poi le avrei fatte. Stavamo aspettando e cercando gli uccelli. Quello che ho fatto nell’anno successivo, prima di arrivare al film vero e proprio, fu poi di adattare lo script anche alle immagini che avevo girato. Ma alcune delle immagini sono tate fatte con la GoPro e con i droni, che sono cose che odio davvero e adesso si vedono così spesso, purtroppo. Però ho cercato comunque di dare un senso all’uso di queste nuove tecnologie. Volevo provare a mostrare come gli uccelli guardano le persone.

João Rui Guerra da Mata: Il che è una cosa alla quale hai sempre pensato, anche quando guardavi gli uccelli da bambino.

João Pedro Rodrigues: Guardando gli uccelli, ho sempre notato che mi guardavano, ma mi chiedevo cosa vedessero. Mi sono interessato allo sguardo degli animali e l’ho usato come uno strumento drammatico perché così capisci che forse gli uccelli stanno già vedendo una trasformazione nel personaggio, che poi capirai più tardi. È perciò che ho usato queste nuove tecnologie, spesso usate a mio parere senza senso. La GoPro infatti ha delle stupide lenti fatte un po’ così, simili a un grandangolo ed è come se fosse la soggettiva di un uccello. Ci sono studi secondo i quali si dice che gli uccelli avrebbero una visione più ampia, periferica. Non vedono come lo facciamo noi, perché hanno gli occhi in posizione laterale mentre i nostri sono frontali. In un certo senso è un uso molto naïf di questa tecnologia, ma per me aveva senso.

João Rui Guerra da Mata: Poi, per tornare alla suggestione del documentario naturalistico, è forse importante sapere che da piccolo ti piaceva molto quel programma sulla natura che passava sulla televisione spagnola…

João Pedro Rodrigues: Sì, El hombre y la tierra di Félix Rodríguez de la Fuente.

João Rui Guerra da Mata: E João Pedro pare che lo dovesse guardare tutti i giorni, qualsiasi cosa stesse facendo. E si chiedeva sempre come facesse chi girava a filmare gli animali così da vicino.

João Pedro Rodrigues: Sì, quell’esempio era sempre nella mia mente mentre facevo la lunga parte iniziale, che inizialmente doveva essere ancora più lunga. È come se fosse un preludio da documentario naturalistico per passare poi al resto del film, anche perché credo che la fiction e la fantasia abbiano senso solo se sono basate sulla realtà. A meno che non sia un film di genere, come ad esempio un film di fantascienza, dove sai che sei in un certo contesto perché è nelle premesse. Ma per uscire dalla realtà e passare alla fantasia, per me ha solo senso se sei fortemente ancorato alla realtà.

Il cambio di registro avviene con l’arrivo delle turiste cinesi. Anche il loro sguardo è diverso, se quello di Fernando passa attraverso il binocolo, il loro è quello della loro macchina fotografica digitale. Quello superficiale da turista. E qui il naturalismo della prima parte comincia a deragliare.

João Pedro Rodrigues: Tornando alla realtà, per me è sempre importante fare ricerche approfondite. Per O Ornitólogo sono tornato in campagna con un vero ornitologo perché me lo ricordavo da bambino e volevo vederlo con un vero ornitologo. Ho fatto questa ricerca e ho percorso il Cammino di Santiago di Compostela perché per me era importante capire chi fossero le persone che compiono quell’itinerario. Le ragazze cinesi è un po’ come se arrivassero dal mio precedente film, A Última Vez Que Vi Macau, come se i personaggi potessero passare da un film all’altro. Per me era importante vedere se era possibile che ci fossero dei pellegrini cinesi e ne vidi alcuni, anche se non molti. Dunque per me era importante capire se potesse essere una situazione verosimile. Mentre percorrevo il Cammino di Santiago ho fatto tante fotografie, che ho usato quando ho lavorato al film per fare queste specie di flashback. E poi siamo andati con le attrici in altri posti a fare fotografie. Loro il Cammino di Santiago non l’hanno fatto.

João Rui Guerra da Mata: Quindi quando vedi queste foto delle ragazze cinesi, in realtà loro non c’erano quando sono state fatte, le ha fatte Pedro. Le foto in cui le vedi sono foto che abbiamo fatto a loro in posti totalmente a caso che potessero sembrare il Cammino di Santiago.

João Pedro Rodrigues: Quando ho fatto le foto le ho fatte per ricerca e documentazione, non pensavo di usarle nel film, mi è venuto in mente in fase di montaggio.

Certo che il Cammino di Santiago di Compostela non può non rievocare La via lattea e Buñuel.

João Pedro Rodrigues: Certo, Buñuel mi piace molto.

João Rui Guerra da Mata: Buñuel è stato un riferimento preciso in O Ornitólogo, se pensi all’idea di occuparsi della religione e di metterla in discussione, c’è anche quella. A dir la verità, quando scrivemmo la prima bozza dello script avevamo in mente più la pittura che riferimenti cinematografici e volevamo fare ricerche sul Vecchio e il Nuovo Testamento e altri testi sacri.

Su quali dipinti avete lavorato?

João Pedro Rodrigues: Vari. Ce n’è uno sicuramente ovvio, cioè l’Incredulità di san Tommaso di Caravaggio, ma la mia idea non era semplicemente di riprodurre il dipinto, che è molto diverso. Inoltre è un episodio che è stato dipinto anche da tanti altri artisti perché è un episodio del Vangelo, san Tommaso che dubita della resurrezione di Cristo, forse nel Vangelo di Matteo. Comunque li abbiamo letti tutti, anche quelli apocrifi dai quali abbiamo anche tratto l’idea dei gemelli Jesus e Thomas, perché secondo i vangeli apocrifi Tommaso era il fratello di Gesù. Thomas in aramaico significa gemello. C’è questa teoria secondo la quale Tommaso fu l’unico a non credere alla resurrezione di Gesù perché era suo fratello. Anche se credeva in Gesù, non credeva fosse fisicamente possibile che qualcuno che era morto tornasse in vita e ne dubitava in quanto suo fratello. Queste erano le cose che stavamo leggendo e ci hanno aiutato a sviluppare il soggetto e la sceneggiatura del film.

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Il sito del Sicilia Queer Filmfest.

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