Operation Chromite

Operation Chromite

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Giunto in Italia dopo un buon successo in Corea del Sud, forte del richiamo della presenza di Liam Neeson, Operation Chromite è un war movie che affonda presto in una stucchevole, smisurata e ingiustificata attitudine alla retorica.

Operation Rhetoric

1950: la Corea del Nord invade la Corea del Sud con l’appoggio di Cina e Russia. Dopo la rapida caduta di ogni resistenza, il generale MacArthur, comandante delle truppe ONU, pianifica uno sbarco nella città portuale di Incheon per liberare il paese. Per preparare l’operazione, sarà necessaria una preventiva, complessa operazione di spionaggio, che vedrà impegnata la squadra speciale “X-Ray”… [sinossi]

Il war movie sudcoreano ad ambientazione storica, modellato su un calco più o meno mutuato dai classici occidentali, forte di un respiro e di una confezione da kolossal, continua a ottenere risultati più che lusinghieri al botteghino locale. L’industria cinematografica sudcoreana, forte di una struttura ormai consolidata, continua a sfornare prodotti che tentano di coniugare un intrattenimento facile e accessibile con abbozzi di (semplificata) ricostruzione storica.
I buoni incassi di Operation Chromite, produzione tutta sudcoreana impreziosita dalla presenza della star occidentale Liam Neeson, così come la conseguente scelta di riservargli una distribuzione internazionale, stanno a testimoniare di una persistente presa di determinati temi sul pubblico locale, forte di un richiamo semplice e diretto a un mai sopito sentimento patriottico. Richiamo, quest’ultimo, che qui si fa persino dichiarazione programmatica, tale da non potersi prestare a fraintendimenti di sorta: il film di John H. Lee è dichiaratamente un’opera di parte, schematica, che descrive la storia recente (e un suo fondamentale snodo) dalla parte del vincitore. Sperare in uno sguardo obiettivo, andare a cercare cenni di un’analisi storica più equilibrata, in un film che racconta la vicenda della battaglia di Incheon e dell’operazione di spionaggio che la preparò, era probabilmente una pretesa eccessiva.

Tuttavia, al di là dell’evidente sforzo nella confezione, al di là di una struttura da thriller spionistico che, nella prima parte, fa anche segnare qualche punto a suo favore (complice un buon dosaggio della tensione, e un’efficace descrizione delle dinamiche che si instaurano tra i due gruppi antagonisti), il prodotto rivela presto una grana grossa, unita ad una fastidiosa (e consapevole) tendenza alla ridondanza, tali da azzerare qualsiasi buona premessa posta. Le avvisaglie, in quei frangenti in cui la sceneggiatura decide di deviare dalla storyline principale per concentrarsi sullo stereotipatissimo personaggio interpretato da Neeson (praticamente il giustiziere fai da te di Io vi troverò, con indosso una divisa) segnalano tuttavia, con chiarezza, il tipo di operazione alla base del film. Un’operazione i cui contorni, man mano che il focus della vicenda si allarga, spostandosi dai ristretti confini della base militare nordcoreana ai campi aperti del conflitto, si fanno sempre più nitidi. L’interessante (pur nei suoi schematismi) gioco di gatto e topo a cui danno vita il capitano Jang Hak-Soo e la sua nemesi Lim Gye-jin, la partita a scacchi che i due giocano nel territorio della base, il confronto di nervi prima che fisico, sono peculiarità che presto lasciano presto il passo a una risoluzione nel segno dell’action più esplicito. Un brusco cambio di genere, di fatto (oltre che di tono) che il film finisce per pagare pesantemente.

Sarebbe probabilmente errato, alla luce delle considerazioni fatte in apertura, giudicare Operation Chromite sulla base dell’accuratezza della ricostruzione storica, della resa puntuale delle dinamiche politiche dell’epoca, di un equilibrio che il film neanche prova a ricercare. Tuttavia, la retorica presente in nuce in tutta la prima parte del film (pericolosamente evocata da alcuni flashback, tra cui quello della diserzione del protagonista), esplode nella frazione successiva in modo talmente smaccato, e tanto privo di misura e controllo, da affossare inesorabilmente l’intera operazione.
È praticamente impossibile prendere sul serio un personaggio come quello del comandante nordcoreano Lim Gye-jin (praticamente ingiudicabile il suo interprete, Lee Beom-soo), vista la monodimensionalità ai limiti del ridicolo involontario della sua figura: un’assenza di spessore ingiustificabile anche nell’ottica della definizione di un semplice villain in un film di genere. Il confronto psicologico visto all’inizio del film diviene presto una contrapposizione manichea e stucchevole che (fatti i dovuti adeguamenti) sembra farci ripiombare direttamente negli anni ‘80 e nel cinema di propaganda reaganiano. Un mood fuori tempo massimo, decisamente poco in linea con la sensibilità del pubblico (occidentale e non) odierno, ma soprattutto privo di qualsivoglia, pur minimo elemento autoironico. I proclami patriottici del personaggio di Neeson, così come i sermoni anticomunisti che accompagnano le sue azioni, non danno mai l’impressione di poter essere letti meno che letteralmente.

Il già traballante script, da subito più attento alla descrizione del “contesto” che alla delineazione delle differenze tra i vari membri del gruppo, si incarta nella seconda parte nella debolissima resa di un personaggio tutt’altro che secondario (la giovane infermiera, subitaneamente convertita alla causa anticomunista) e in un pretestuoso accenno di love story ad esso legato. Ciò che manca, nel crescendo di retorica roboante e sempre più fuori controllo che il film offre, è proprio l’autentica epica, la costruzione di una narrazione che renda giustizia (al di là dell’accuratezza del racconto storico) alla dimensione e alla portata dei fatti descritti. Una certa cura nella resa scenografica, e un uso del digitale mediamente meno invasivo e posticcio rispetto a tante produzioni analoghe, non compensano sequenze d’azione spesso confuse, gravate da un montaggio inutilmente frammentario, tale da renderle (spesso) illeggibili.
I pochi elementi interessanti che il film di Lee aveva dunque messo in campo, nella sua prima parte, vengono presto fatti dimenticare da un’attitudine muscolare e manichea oltre i limiti del buon senso, che denuncia la natura e i limiti intrinseci dell’intera operazione. Un’”operazione” di cui (e ci ricolleghiamo per l’occasione al titolo del film) avremmo fatto volentieri a meno.

Info
Il trailer italiano di Operation Chromite.
Il sito ufficiale di Operation Chromite.
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