La leggenda dell’arciere di fuoco

La leggenda dell’arciere di fuoco

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All’interno della sua vasta filmografia Jacques Tourneur si confrontò anche con il film di cappa e spada: lo testimonia La leggenda dell’arciere di fuoco, una fiammeggiante avventura ambientata all’epoca di Federico Barbarossa con protagonisti Burt Lancaster e Virginia Mayo. A Locarno 2017 all’interno della retrospettiva dedicata al regista francese.

Le frecce nell’arco

Ai tempi di Federico Barbarossa, il giovane figlio di Dardo Bartoli, Rudi, viene rapito dal conte Ulrich, che ha una relazione con Francesca, sua moglie. Per vendicarsi, Dardo rapisce Lady Anne, nipote di Ulrich. Anne tenta la fuga, invano. Dardo escogita un piano per riprendersi il figlio e si finge giocoliere in uno spettacolo a corte. [sinossi]

La leggenda dell’arciere di fuoco è un film di cappa e spada, un’avventura ambientata nel Dodicesimo Secolo in una Lombardia ricostruita a Hollywood in modo non proprio filologico, ma perfettamente funzionale alla metafora che serpeggia appena sotto lo svolgersi della trama. Dopotutto la sceneggiatura di questo rocambolesco film la si deve a Waldo Salt, che poco dopo averla scritta si ritrovò sulla lista nera maccartista, in quanto sospettato di essere un simpatizzante comunista (o socialista, o anarchico: la schiera degli epurati era ampia…), che per la RKO aveva lavorato allo script de Il vagabondo della foresta, un western diretto da Norman Foster e interpretato tra gli altri da Loretta Young, William Holden e Robert Mitchum. Dopo l’inserimento nella lista nera Salt continuò a lavorare, seppur con enormi difficoltà e firmando a volte con vari pseudonimi: andrebbero ricordati per lo meno gli sviluppi narrativi di M di Joseph Losey – per il quale elabora solo alcuni dialoghi –, Taras Bulba di J. Lee Thompson, Un uomo da marciapiede e Il giorno della locusta di John Schlesinger, Serpico di Sidney Lumet, Tornando a casa di Hal Ashby.
Non è un caso che tra tutte le rêverie portate a termine da Jacques Tourneur, La leggenda dell’arciere di fuoco sia una delle più contestualizzate sotto il profilo storico, nonostante quelle che potrebbero essere definite come “licenze poetiche”. Mettere in scena una Lombardia dominata dal teutonico Barbarossa, con “il piede straniero sopra il cuore”, per rubare le parole a Quasimodo, e contrapporvi l’impeto libertario di un gruppo di persone che si nascondono tra le montagne, non può essere letto come un evento casuale, anche e soprattutto nel 1950, a conflitto mondiale terminato da un pugno di anni. Dardo Bartoli, il protagonista kalos kai agatos con il volto e le fattezze di Burt Lancaster (altro noto liberal in quel di Hollywood), è un partigiano in tutti i sensi: lotta, nascosto tra i monti, affinché la sua gente possa tornare libera, sgravata dal peso della sudditanza verso l’impero dai caratteri germanici.

“L’uomo della montagna deve fare affidamento solo su se stesso”, recita pedissequamente il figlioletto di Dardo, seguendo l’ammonimento paterno pregno di un individualismo totale; ma sarà la storia a far cambiare carattere e umore allo sbruffone Dardo, sorta di Robin Hood pre-alpino, che vede il suo spazio solo all’apparenza libero d’improvviso costretto in un recinto, e suo figlio finire tra le braccia del “falco”, nuovo germanico marito di sua madre. Una storia di sangue, dunque, e di affetti del sangue. Una questione privata, per continuare con l’assonanza partigiana. All’intero di questo schema, forse fin troppo facile da decodificare ma senza dubbio efficace , Tourneur riesce a costruire una sua personale rilettura delle epopee di cappa e spada. Non solo combattimenti corpo a corpo, minimo comun denominatore del genere, ma piroette circensi, giochi amorosi di corte, seduzioni e inganni di ogni tipo.
Il discorso sul femminile si arricchisce di nuovi riverberi cromatici grazie al personaggio di Anne, interpretato da Virginia Mayo, già regina delle commedie a pochi passi dal fantasy e dal noir con protagonista Danny Kaye [1], e nel cast tra gli altri de I migliori anni della nostra vita di William Wyler, Gli amanti della città sepolta e La furia umana di Raoul Walsh; nella giovane e indisponente Anne, che va a cavallo per i boschi senza preoccuparsi di niente e di nessuno, e che sarà rapire il cuore del disilluso Dardo, Tourneur declina l’ennesima figura di donna alla ricerca a sua volta di una libertà che neanche la classe sociale può davvero destinare al suo “genere”.

È in qualche modo Anne la vera protagonista del film, perché il suo personaggio è l’unico anello di congiunzione tra due mondi in lotta e incapaci di comprendersi l’uno con l’altro, ed è dunque anche l’unico esempio di reale redenzione, di spinta verso un orizzonte che deve per necessità essere nuovo, anche quando questo risulta agli occhi solo un vezzo, un’utopia priva di reale consistenza. Nel pieno della rinascita del cappa e spada sul grande schermo (Ivanhoe di Richard Thorpe è del 1952, così come Scaramouche di George Sidney, Lo scudo dei Falworth di Rudolph Maté del 1954), Tourneur riesce a rendere un genere altrimenti inevitabilmente statico sotto il profilo storico attuale, moderno, eppure incredibilmente in grado di operare quell’ipnosi nei confronti dello spettatore che lo rapisce dal reale per restituirlo a una dimensione altra, dove le turpitudini umane non sono bandite – il ritrovamento del cadavere dell’ex moglie da parte di Dardo nel pre-finale ne è un esempio ideale – ma esiste ancora spazio per un happy end, per la chiusura di un cerchio. Dopotutto anche i partigiani finirono col vincere la loro guerra sui monti d’Italia, o no?

NOTE
1. In ordine cronologico: L’uomo meraviglia (1945) di H. Bruce Humberstone, Preferisco la vacca (1946) e Sogni proibiti (1947) di Norman Z. McLeod, Venere e il professore (1948) di Howard Hawks.
Info
Il trailer de La leggenda dell’arciere di fuoco.
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