L’uomo leopardo

L’uomo leopardo

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L’uomo leopardo è il terzo capitolo del trittico che vide lavorare insieme, alla RKO, Val Lewton e Jacques Tourneur; un thriller ante-litteram, che mette in scena uno dei primi killer seriali della storia del cinema. Un esempio della modernità del regista, omaggiato all’interno del Festival di Locarno con una retrospettiva integrale.

Istinto felino

In un piccolo villaggio del Nuovo Messico l’impresario Jerry Manning affitta un leopardo nero ammaestrato come trovata pubblicitaria per risollevare lo spettacolo della sua ragazza e cantante di night-club, Kiki. Durante il primo spettacolo in cui appare con il leopardo, Kiki si fa fuggire l’animale spaventato dalla sua rivale Clo-Clo, donna scaltra e talentuosa ballerina di flamenco. Dopo le inutili ricerche del leopardo da parte della polizia, una ragazza, mandata in piena notte dalla madre per acquistare della farina, viene aggredita e barbaramente uccisa proprio davanti la porta di casa, di fronte all’impotenza della madre e del suo fratellino più piccolo. Seguiranno altre uccisioni efferate… [sinossi]

De L’uomo leopardo, anche in parte consistente dell’ambiente critico, sembra ricordarsi soprattutto chi è interessato alla compilazione filologica delle filmografie, e delle aree ed ere cinematografiche. Nulla di così strano, se si considera che i cultori dell’opera omnia di Jacques Tourneur si contano sulle dita di un numero assai ristretto di mani; anche a questa mancanza potrà sopperire la retrospettiva integrale curata a Locarno da Rinaldo Censi e Roberto Turigliatto, punta di diamante della dieci giorni sul Lago Maggiore. Riscoprire il cinema di Tourneur non significa solo colmare una lacuna ricollocandolo all’interno di uno scacchiere critico che l’ha sostanzialmente rimosso fatta eccezione per un paio di titoli (nello specifico: Il bacio della pantera e Ho camminato con uno zombi), ma permette a cinefili e spettatori occasionali – che nella cornice ticinese non mancano mai – di allargare il concetto di classico applicato al cinema, fronteggiando ingranaggi dell’industria solo all’apparenza secondari. Ma perché è grave che in pochi oggi ricordino un film come L’uomo leopardo, evidente coda lunga del clamoroso successo di botteghino che accompagnò Il bacio della pantera?
I motivi sono molti, e andrebbero analizzati con un’attenzione che solo in maniera sporadica è stata concessa al film. L’uomo leopardo firma in modo palese una trilogia insieme ai già citati Il bacio della pantera e Ho camminato con uno zombi, e ne rappresenta l’ideale conclusione; i rapporti tra Val Lewton e Tourneur sono evidenti, così come il senso di fondo dell’operazione produttiva, vale a dire la messa in scena del perturbante. La coppia Tourneur/Lewton sembra in qualche modo riprendere il percorso dalla lezione impartita un decennio o poco più prima da Tod Browning: il mostruoso, la bizzarria fisica in relazione (ma a volte in opposizione) alla deviazione psicologica, quegli anfratti bui della mente in cui cozzano repulsione e desiderio, e il tremolio di paura finisce col confondersi con il fremito di eccitazione.

L’uomo leopardo, a partire dall’utilizzo in scena dello stesso felino (Dynamite, così pare lo chiamasse la troupe) è fratello minore de Il bacio della pantera, e ne segue la maggior parte dei dettami; un horror che si muove a metà strada tra la suggestione popolare e il noir – i cascami soprannaturali furono utilizzati solo come escamotage per convogliare gli adolescenti in sala in un periodo in cui la realtà era ben difficile da accettare, ma non entrano in alcun modo nella narrazione per immagini ordita da Tourneur –, un riferimento archetipico culturale che cozza con la modernità e sotto un certo di vista crea una “terza via”, un’indagine che gioca con i codici del poliziesco senza mai sposarli fino in fondo, e un’asciuttezza di racconto che oggi, abituati a tonitruanti esasperazioni della suspense, può forse apparire come il più arduo degli scogli da superare.
A dominare L’uomo leopardo, e a caratterizzare la trilogia prodotta da Lewton (tralasciare Ho camminato con uno zombi all’interno di questo discorso sarebbe un errore cruciale), c’è infine la percezione di un mondo morente, sotterraneo, in gran parte camuffato sotto la coltre “splendente” del Capitale. Un microcosmo fatto di credi e superstizioni, che dopo aver subito il dileggio dimostrano la loro attualità, nonostante tutto.

Non è certo un caso che per l’azione de L’uomo leopardo si sia scelto come scenario il New Mexico, dopo che per mettere in scena i tremori del voodoo si era affrontato il mare delle Indie Occidentali; anticipando in maniera netta alcuni passaggi topici del genere, Tourneur mette in scena una lotta silente tra il bianco assolato degli spazi per lo più desertici e il nero della notte, dell’orrore, della morte. Chi si reca in New Mexico, come viene affermato proprio nella prima sequenza del film, è attratto dal suadente mistero “latino”; non è un luogo per bionde. No, decisamente non lo è. Nel pieno del conflitto bellico, mentre dall’altra parte dell’oceano le truppe statunitensi annaspano nel fango dell’Asia, L’uomo leopardo mette in scena il conflitto interno di una nazione, il suo subconscio alterato e in perenne agitazione ragionando su pochi elementi basici: l’elemento wasp in contrasto alla cultura locale (e questo era già presente in Ho camminato con uno zombi, mentre il concetto si ribaltava completamente ne Il bacio della pantera), il ferino che si fa largo in un universo dominato da figure femminili, la bellezza infine che trova il suo contraltare nell’abominio dell’uccisione.
Con l’eleganza che rappresenta forse meglio di altri il codice visivo di Tourneur, L’uomo leopardo si immerge nell’acqua stagnante ma mai dormiente del ventre disperato d’America, mettendo in scena la progressiva discesa nella follia di un serial killer. Una tematica del tutto distante da qualsiasi prassi, all’epoca, al punto che lo stesso termine per identificare gli assassini seriali verrà utilizzato solo a partire dagli anni Settanta. Una pratica che nel cinema aveva solo pochi sparuti parenti, a partire dal capostipite M, il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang: nel gennaio del 1943, appena pochi mesi prima dell’uscita del film di Tourneur, si era tenuta la proiezione pubblica de L’ombra del dubbio di Alfred Hitchcock, in cui Joseph Cotten interpreta un assassino di anziane vedove. Lang, Hitchcock, Tourneur: è forse una coincidenza che siano i cineasti europei a portare davvero l’orrore a Hollywood, a mostrare l’altra faccia dell’umano a un pubblico anestetizzato dal Codice Hays?

Sempre centrale nelle produzioni di Tourneur curate da Val Lewton, il femminile diventa il fulcro attorno al quale tutto ruota ne L’uomo leopardo: sono le donne a essere minacciate dall’assassino, sono le donne a smuovere l’economia di El Pueblo – ballando ed esibendosi –, sono le donne a mantenere un raziocinio umano mentre gli uomini non fanno altro che andare a caccia nella speraza di uccidere il leopardo, ma soprattutto di dimostrare in maniera palese la propria forza. Forza residua, schizofrenica, omicida. L’animale selvaggio vorrebbe solo fuggire via e tornarsene sui monti dove è stato catturato, ma l’uomo selvaggio, l’assassino, nella sua sete di sangue che è riflesso dell’impotenza all’atto sessuale, vive in città. Vive nel cuore del mondo moderno, tra macchine e materializzazioni del Capitale. “Riceverai soldi da un uomo e poi…”; in quel non detto, che la cartomante evita di confidare a Clo-Clo, c’è tutto il senso dell’America in espansione, dell’occidente trionfatore, del futuro sempre più teso al possesso e al predominio.
Oltre a questo, ed è il primo impulso che raggiunge l’occhio, L’uomo leopardo è una straordinaria fiaba nera, thriller che anticipa persino lo slasher, gioco notturno d’ombre che si articola tra carrelli laterali e arditi tagli di montaggio, scenografie naturali e ricostruzione dello spazio attraverso l’illuminazione. Nella sua naturale propensione al melodramma – che troverà spazio anche nei suoi western – Tourneur tratta l’horror con l’occhio dell’umanista, cercando di trovare il punto d’incontro tra il fantastico e il reale, e squarciando il velo della cecità. Il mostro è tra noi, come già in Lang, e non ha le fattezze di un pur spaventoso felino di montagna. Lo strano piacere del killer, come viene definito nel film, è quello di poter abusare per appagare il proprio desiderio, ma la società imperniata sul dollaro, e sul valore che gli attribuisce, non ha di che sentirsi scagionata. Con i sentimenti non si comprano case, non si vive, come amaramente afferma Clo-Clo, che troverà la morte mentre cerca per strada i cento dollari che ha perso. Splendente esempio di cinema classico che rifiuta alcune delle logiche stantie del classico, L’uomo leopardo è un thriller potente e spaventoso, ma anche doloroso. La più dovuta delle riscoperte.

Info
Il trailer de L’uomo leopardo.
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