Schiava del male

Schiava del male

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Hedy Lamarr è la protagonista assoluta di Schiava del male, melodramma ambientato nella New York di inizio Novecento, tra modernità strisciante e ataviche sopraffazioni. Al Festival di Locarno all’interno della corposa retrospettiva dedicata al regista Jacques Tourneur.

La follia della donna

In treno, il dott. Bailey dialoga con Cissie Bederaux, di ritorno a New York per incontrare il fratello Nick e la moglie Allida. Bailey scopre che Cissie è morta e va a trovare i Bederaux. Si innamora di Allida, sospettando che il marito, geloso, faccia di tutto per farla apparire pazza. Decide di aiutarla. [sinossi]

L’originale Experiment Perilous è un titolo molto più adeguato al nono film statunitense (il dodicesimo in totale) di Jacques Tourneur rispetto all’italiano Schiava del male, che riduce l’intero intrico sentimentale e ossessivo allestito dalla sceneggiatura di Walter Duff [1] a una mera condizione di subalternità della donna rispetto all’uomo. Duff trasse ispirazione da un romanzo fresco di stampa di Margaret Carpenter, eletto tra i bestseller del 1943 dal New York Times e coda lunga di quel microcosmo di scrittura al femminile sviluppatosi tra gli anni Trenta e Quaranta sulla scia dei successi letterari della giovane Daphne du Maurier. Il volume della Carpenter, come già il celeberrimo Rebecca tradotto in immagini da Alfred Hitchcock nel 1940, sposa il mélo più fosco e carico di patemi al film nero, narrando di amori istintivi quanto impossibili, di strutture sociali opprimenti e di paranoie che rasentano, e forse travalicano, il limite che divide la sanità dalla follia.
Instant-movie creato a uso e consumo del pubblico a ridosso della pubblicazione del romanzo, Schiava del male è un film pesantemente scritto, con dialoghi che prendono il sopravvento sull’azione ed eventi che vengono narrati prima ancora che messi in scena. È questo a ben vedere il peccato originale di un’opera che per il resto trova la sua naturale collocazione all’interno della filmografia del regista francese trapiantato a Hollywood. Molti dei temi trattati o sfiorati nel corso del film sono quelli che agitano la mente di Tourneur fin dagli esordi, dalla costruzione di un personaggio femminile centrale, al concetto di ipnosi che è forse il tratto distintivo più netto del suo cinema.

Per l’intera durata di Schiava del male Hedy Lamarr, che veste i panni della bella e sfortunata Allida Bedereaux, recita di sottrazione, in modo atonale, quasi si trovasse in uno stato di trance come le vittime dei riti voodoo da poco raccontati sullo schermo da Tourneur in Ho camminato con uno zombi; è l’ipnosi di vivere, di dover trovare un proprio spazio e un proprio ruolo in una società che ha una struttura così forte da schiacciare tutto e tutti. È il contatto con il mistero, da non intendersi necessariamente con il soprannaturale (in Schiava del male, come è ovvio, non ce n’è traccia) ma altresì con ogni detrito insondabile che si va a depositare negli anfratti della mente.
Non è pazza, Allida, nonostante quel che va in giro a ripetere il folle – lui sì – marito Nick, è solo annichilita e sconfitta. È scesa nella catatonia per poter accettare un mondo che non le appartiene, e che la umilia quotidianamente: l’intervento di Bailey è dunque una riscossione, vitale ma ancor prima mentale, o meglio ancora una riconnessione, con sé e con quel che le appartiene. Gioca su un registro sfacciato, Schiava del male, al punto da sviscerare ogni suo più ombroso dettaglio nella prima sequenza, quella del viaggio in treno in cui il dottore incontra la ciarliera ma simpatica Cissie Bederaux, la sorella di Nick cui presta volto e interpretazione un’ottima Olive Blakeney: il monologo con cui Cissie intrattiene Bailey permette allo spettatore di conoscere la bella e triste Allida ben prima che questa faccia irruzione sullo schermo. È già, per via totalmente orale, un oggetto del desiderio tanto del protagonista quanto degli spettatori.

Di solito abituato a lavorare sull’atmosfera prima che sui dialoghi, e a intessere questi ultimi con il paesaggio, le scenografie, i tagli di luce e gli stacchi di montaggio, Tourneur potrebbe apparire fuori luogo in un film come Schiava del male, ma niente di tutto questo e vero. Ribaltando la prassi del suo cinema, Tourneur fa scaturire l’immaginario dalla parola, e non più il contrario: lo dimostra in pieno proprio la sequenza iniziale, con quell’insistere sull’incredibile bufera e tempesta d’acqua che ostacola l’incedere del treno sulle rotaie, anticipazione ai limiti del surreale del climax emotivo del film, il combattimento che vedrà Bailey impegnato a salvare Allida e il suo figlioletto dalle grinfie paranoidi del marito di lei. Gli enormi acquari à la Jules Verne, vanto e vanagloria di Nick Bedereaux, esploderanno riproponendo lo schema del treno minacciato da una trappola d’acqua. Ma stavolta la minaccia sarà sull’involucro umano, privo di protezioni, e lo scontro si farà direttamente fisico, e non solo evocato attraverso le parole. Una rivendicazione del proprio ruolo, e del potere dell’immagine, che tracima dagli stretti vincoli di qualsiasi sceneggiatura, anche la più calibrata. Per risvegliarsi, chissà, dall’ipnosi della vita.

NOTE
1. In oltre venti anni di carriera hollywoodiana Duff scrisse, tra gli altri, gli script di Occidente in fiamme e Gli angeli con la faccia sporca di Michael Curtiz, Il terrore dell’Ovest di Lloyd Bacon e Morire all’alba di William Keighley. Sarà anche il produttore esecutivo de Le catene della colpa, altro classico di Jacques Tourneur.
Info
Il trailer di Schiava del male.
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