Amori che non sanno stare al mondo

Amori che non sanno stare al mondo

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Fra le scorie psicofisiche difficili da superare dopo la fine di un amore, i ruoli che inevitabilmente si modificano e il femminismo contemporaneo, Amori che non sanno stare al mondo, il nuovo lavoro di Francesca Comencini, procede in altalena fra spunti interessanti e vertiginosi tonfi stilistici, con una scrittura non all’altezza che finisce per vanificare l’ottima prova della protagonista Lucia Mascino. In Piazza Grande a Locarno 70.

L’euforia del carboidrato

Claudia e Flavio si sono amati a lungo e con grande passione. Poi tutto è finito e per lei non è stato facile. Dopo tanti anni il loro mondo è alla deriva. Lui sente il bisogno di andare avanti, tornare a terra; lei, invece, non vorrebbe dimenticare mai. Una commedia sentimentale che racconta con ironia e grande lucidità una storia d’amore che non sa stare al mondo e il modo in cui le donne ne affrontano la fine e un nuovo inizio. [sinossi]

È un film da maneggiare con cautela, Amori che non sanno stare al mondo, nuovo lavoro di Francesca Comencini tratto dal suo omonimo romanzo che ha trovato, dopo una lunga e travagliata gestazione fatta di attese e rimontaggi, la sua prima mondiale sui colossali trecentottantaquattro metri quadri dello schermo installato in Piazza Grande a Locarno. Sarebbe infatti fin troppo semplice, oltre che ingeneroso, lanciarsi a capofitto nel gioco al massacro, accanendosi sui pesanti limiti e scivoloni stilistici senza mettere in risalto gli indubbi spunti di interesse che il film riesce a portare sulla scena: è al contrario necessario molto equilibrio, e soprattutto è più che mai necessario scindere l’aspetto formale da quello contenutistico. Perché non è nei contenuti, inaspettatamente stimolanti nell’intrecciare la difficile elaborazione di una storia d’amore perduto, il femminismo contemporaneo, il costante modificarsi dei ruoli all’interno di una relazione amorosa, la linea di demarcazione fra amore e devozione, i giochi di seduzione che diventano sostituzione e quindi infelicità, l’esperienza omosessuale e l’egoismo degli individui che macera dall’interno le coppie, che si annidano i problemi del film, e nemmeno nello sguardo, nel punto di vista, che prende tutto questo e lo declina al femminile, mettendo al centro la donna e la sua introspezione. I limiti, vistosi, di Amori che non sanno stare al mondo stanno tutti nella forma, sempre pericolosamente sporta sul confine del kitsch sia in una sceneggiatura inadeguata nei dialoghi e nelle situazioni – a partire dalle onnipresenti voci fuori campo che filosofeggiano ad altezza Baci Perugina sull’amore come ossessione e costrizione, sulla differenza fra sentimento ed erotismo o su quanto siano tortuosi i percorsi verso la serenità –, sia in una messa in scena troppo spesso incerta sul registro da seguire, fra una commedia che solo di rado strappa qualche sorriso, la sbiadita autoanalisi di chi si rende conto di essere la causa del proprio male ma rimane incapace di “saper stare al mondo”, qualche immotivata incursione in momenti di estetica hipster al neon giusto perché va di moda, un paio di sequenze oniriche che quasi destano imbarazzo nella loro gratuità e nel loro didascalismo, e un uso totalmente casuale, per non dire criminoso, di un found footage che, oltre a essere sostanzialmente appiccicato in mezzo a un film dal quale è avulso, mostra pure enormi limiti tecnici di formato con un fastidioso spixelamento digitale che si sovrappone alla grana delle immagini filmate in un passato lontano a passo ridotto.

Amori che non sanno stare al mondo parte dalla mancanza dopo l’ultimo e definitivo abbandono, dalla fine di un amore che, riguardandosi indietro, verrà ricostruito dal primo incontro fino all’addio, seguendo i percorsi sinusoidali della memoria sulla linea del tempo. Protagonista assoluta è Claudia (una Lucia Mascino radiosa nel suo costante overacting controllato, assolutamente necessario per mettere in scena un personaggio così isterico, al contempo aggressivo, autodistruttivo e fragile), nella cui mente, fra memoria e rielaborazioni, nasce e si sviluppa l’intera narrazione. La sua storia con Flavio (Thomas Trabacchi) è iniziata con un litigio, con un incontro/scontro pubblico fatto di disparità di vedute nelle materie insegnate all’università e di botte di citazioni fra Kafka e Proust, e solo pochi minuti dopo era già amore irrefrenabile, incontrollabile, morboso. Un amore, però, nato fra due persone narcise, impulsive, sempre nervose, profondamente egoiste, e quindi un amore destinato alla crisi, a ripetuti strappi e ricostruzioni, alla sua fine, e quindi al percorso nella sofferenza verso il suo superamento, verso un’accettazione serena della sua fine. E proprio qui, negli equilibri di coppia e nei continui scambi di ruolo fra dominanza e sottomissione, stanno i non pochissimi spunti del film, magari naufraghi in un mare di limiti linguistici, tecnici e stilistici, eppure chiari, lucidi, indiscutibilmente interessanti nel loro punto di vista femminile e nella costruzione dei caratteri dei personaggi, costantemente sopra le righe eppure credibili nei loro artigli e nelle loro ferite, in un certo senso paradigmatici ben al di là dei limiti entro i quali la zoppicante scrittura del film li costringe. C’è un aperto dialogo, nel quale si lancia Amori che non sanno stare al mondo. Un dialogo impossibile per genesi del film, presentato solo ora ma concepito e girato ben prima che il rumeno Calin Peter Netzer portasse all’ultima Berlinale il suo ultimo Ana, mon amour, eppure è difficile non vedere nel film di Francesca Comencini una sorta di controcampo al femminile, di gran lunga meno riuscito ma non è questo il punto, della parabola amorosa e psicanalitica messa in scena da Netzer, ulteriormente amplificata (e questo è ancora più casuale) dalla somiglianza fisica fra le due protagoniste Lucia Mascino e Diana Cavallioti. È sempre il superamento del trauma, il punto focale, è la fine di un amore vissuta come lutto, è il ritorno alle varie fasi della parabola della coppia, fra felicità, dolore, litigi, ripensamenti e rimorsi. Nel film di Netzer era l’uomo abbandonato che si confidava allo psicologo rendendosi conto di come fosse paradossalmente stato il suo amore totale e disinteressato a portare Ana a cambiare e a non amarlo più, qui invece è la donna a compiere un percorso di autocoscienza personale, etica ed erotica, confidando a se stessa le proprie insicurezze e scoprendosi poco a poco, fino a rendersi conto di non essere mai stata in grado di provare reali sentimenti. È stata lei a far naufragare la relazione, con i suoi colpi di testa, con i suoi egoismi dall’unilaterale volontà di avere un figlio probabilmente più per poterlo esibire che per vederlo crescere alla mania del controllo, con la sua scarsa voglia di prendersi cura del (non) futuro coniuge, e ora ripercorre i sette anni insieme a Flavio proprio mentre lui si sta sposando con una ragazza ben più giovane.

Amori che non sanno stare al mondo inizia come peggio non potrebbe, fra digressioni in voce off sull’ossitocina e strampalate teorie sulle ricariche telefoniche di chi non sa accettare che l’uomo che ancora ama abbia smesso di rispondere ai suoi sms, fra vicine di casa che attendono trepidanti di perdere la causa del divorzio e banali riflessioni etiche sull’arrivare in anticipo o in ritardo, fino al controcampo su di lui che riguarda la foto insieme davanti a un bidone della spazzatura, intento a paragonare la tossicità degli acidi di sviluppo con quella del volto di Claudia. Non ci saranno particolari miglioramenti nello stile, nel prosieguo del film, con una verve comica troppo spesso vicina al grado zero (ricrescita dei capelli, peli strappati, crisi di nervi placate con improbabili stiptease maschili notturni, telefonate per tornare insieme prima ancora di essersi lasciati, incontri risolutivi nel cesso di un museo, economie eterocapitaliste da combattere facendo a meno dell’uomo, reali età delle donne sul mercato sessuale) e con evidenti problemi di scrittura e di messa in scena, che costringono la narrazione e i suoi spunti fra non detti e i flussi di pensiero che sembrano non aver ancora recepito la lezione alleniana di Io e Annie, banalizzata nella sostanza e nel campo e controcampo di chi si guarda senza parlare mentre fuori campo risuonano le loro voci, immaginate apparizioni fantasmatiche fuori tempo massimo di Claudia che insegna sciattamente a Flavio come dare piacere alla sua nuova fiamma o come scoprire e affrontare le sue paure, oppure dozzinali contrapposizioni fra il desiderio e la ragione, insipidamente rappresentate attraverso le continue contraddizioni di fiori regalati, biglietti d’addio, bollenti incontri e nuovi abbandoni, come a dire che la carne è nulla senza sentimenti, che un amore così grande non si può sostituire, ma solo metabolizzare. Eppure, al di là delle ripetute cadute nel “brutto”, dalla progressiva autocoscienza della protagonista destinata a emergere fra calde esperienze omosessuali con ex studentesse, ritorni ai momenti di vita vissuta, impegni femministi nell’università occupata e l’ultimo incontro con un Flavio ormai già sposato e (in)soddisfatto, Amori che non sanno stare al mondo riesce a delineare una parabola libera e tutto sommato originale, un percorso che va verso l’accettazione e la serenità, un rendersi conto di come la felicità assoluta forse sia impossibile, ma sia necessario saper cedere a qualche compromesso, mettersi da parte, amare per amore e non per stato sociale. E questo, soprattutto ripensando al precedente e pressoché impresentabile Un giorno speciale, è un qualcosa che da Francesca Comencini non ci aspettavamo più.

Info
Il trailer di Amori che non sanno stare al mondo.
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