Intervista a Wang Bing

Intervista a Wang Bing

Con il trionfo al Locarno Festival con il film Mrs. Fang, che segue gli ultimi giorni di vita di una donna allettata in un villaggio degradato di pescatori, Wang Bing si conferma tra i più importanti cineasti indipendenti contemporanei, conteso tra i principali festival internazionali. La sua opera è uno sguardo sulle marginalità, le più estreme, sugli esclusi dal nuovo ordine capitalistico cinese. Opera che si esprime soprattutto con documentari, ma resta memorabile il suo unico film di finzione, The Ditch; il regista è anche attivo nel campo della fotografia e della videoarte. Abbiamo incontrato Wang Bing a Locarno.

Hai dichiarato che il film Mrs. Fang è nato dopo aver conosciuto persone durante la lavorazione di un tuo film precedente. Cosa già successa a proposito di altre tue opere, per esempio in Father and Sons, come ci avevi raccontato in una nostra precedente intervista. Sembra che il tuo cinema nasca casualmente, da incontri improvvisi, che sia un cinema sempre aperto a cogliere nuove storie.

Wang Bing: Sì, sono davvero molto aperto. Questo è un vantaggio del film documentario perché per creare un documentario non c’è bisogno di script, di testi, di tutte queste cose qua. Per fare un documentario bisogna conoscere bene le persone che ti stanno attorno, anche la conoscenza delle zone deve essere molto ampia. Mentre stai lavorando a un film potresti incontrare anche dei personaggi interessanti, magari ti puoi ispirare. Noi viviamo in questo mondo e ognuno ha diritto di viverci in modo diverso. Un regista di un film drammatico deve ripensare alla sua storia, riorganizzare la struttura e quant’altro. Invece da regista di un film documentario dovresti essere molto sensibile, non vivere una vita molto chiusa, in un ambiente limitato: così non riesci a scoprire cose nuove.

Il nucleo del tuo cinema è la marginalità umana e sociale. Qui in Mrs. Fang abbiamo ancora una situazione estrema, ma che è universale, la fine della vita, che avviene per tutti. Forse ti interessava il contesto del villaggio di pescatori in cui avviene questa situazione.

Wang Bing: Questo tipo di villaggi in Cina rappresentava delle zone ricche per risorse naturali, che erano abbondanti. Una volta stavano bene. Però quando sono arrivato in questo villaggio ho visto la sua decadenza, ho visto che non è più ricco e non è poi più vitale. In questo villaggio ci sono tutte queste persone anziane che hanno una vita molto monotona, patiscono anche la solitudine e piano piano dovranno affrontare la morte. Quando ho conosciuto questa signora, Fang Xiuying, avevo deciso di fare un documentario su una persona anziana. Ma stavo seguendo un altro progetto, perciò avevo il tempo molto limitato. Avevo fatto solo due o tre riprese che ho messo da parte. Quando sono ritornato, dopo aver saputo la notizia delle sue condizioni di salute e ho visto che rimaneva pochissimo tempo alla signora, allora ho deciso di continuare, di provare a fare qualcosa. Non ero sicurissimo che potesse venire fuori una cosa bella. Ho provato. Forse in questo film qualcosa manca. Manca un passaggio. Nell’anno precedente a questi momenti, questa signora è stata rinchiusa in questa camera. Ovviamente i suoi famigliari non la lasciavano uscire, per la paura che potesse perdersi e non trovarsi più. Lei non voleva mangiare e per un periodo hanno anche provato a mandarla in ospizio. In questi luoghi la legavano alla sedia o al letto e la forzavano a mangiare. Per una persona che si sta avviando in questa fase di vecchiaia è molto difficile sapere come comportarsi e anche i suoi famigliari non sapevano come aiutarla, come affrontare la situazione.

Le riprese messe da parte sono quelle di inizio film, quindi?

Wang Bing: Sono le scene all’inizio del film. La prima volta quando sono andato lì ho portato la camera e fatto alcune inquadrature. Però sono riuscito a rimanere solo mezz’ora, e ho dovuto rimandare perché la sua figlia doveva lavorare nel villaggio, perciò avrei dovuto poi ritornare. Ho provato a fare queste due inquadrature, fuori di casa, di fianco al lago, e pensavo “magari torno tra due giorni”. Però non pensavo che sarei dovuto tornare quando lei stava già andandosene.

Il segreto dei registi di documentari è quello di rimanere invisibili, di riuscire a non influenzare con la presenza della propria macchina da presa, il comportamento delle persone osservate. Qui sei davvero in una situazione limite, quella di una famiglia al capezzale della signora. Come hai lavorato, che tipo di rapporto si è creato tra di voi?

Wang Bing: Coscevo già la figlia, avevamo già un rapporto abbastanza buono, di amicizia. E poi ho conosciuto anche altri famigliari che vivono nel villaggio. Stavo facendo un altro film nel villaggio vicino, perciò passavo molto tempo andando a trovarli nelle pause di lavorazione. I famigliari della signora non mi consideravano un intruso.

Qual è questo altro film?

Wang Bing: Si tratta di Bitter Money, che stavo facendo in un’altra città (anche se per le proporzioni in Cina non è proprio una grande città) che è una base per la produzione di abbigliamento. Nell’altro paese, o città, ci sono 10.000 confezioni d’abbigliamento e più di 300.000 operai che ci lavorano. Per cui avevo grande pressione per quell’altro progetto, non avevo tempo di seguire questo che è stato rimandato. Ho perso un’occasione.

Ogni volta che un regista si avvicina a filmare la morte, si ha il dubbio che abbia violato un momento intimo, che abbia operato con morbosità cinica. Non ho avuto questa impressione vedendo Mrs. Fang. Da un lato perché per pudore allontani la macchina da presa al momento della dipartita. Ma dall’altro credo che rientri in una diversa sensibilità, di serena rassegnazione, propria della cultura orientale.

Wang Bing: Per qualsiasi persona, la morte non è un fatto che si accetti o che si voglia affrontare volentieri, e che si vede volentieri. Questo è normale, che sia una persona di cultura occidentale o orientale. Però quando ero in questo posto, ho sentito che questo villaggio in generale poteva raccontare qualcosa, fare sì che gli spettatori potessero avere un’impressione generale, non soltanto della morte della signora. Perché questo villaggio dà questa impressione di decadenza, di qualcosa che sta andando in disfacimento. Sta morendo anche il villaggio stesso. Anche questo lago non dimostra nessun tipo di vitalità. Per cui ho deciso di scegliere questo luogo e questa storia di questa signora che affronta la morte. All’inizio quando ero lì, quando volevo fare questo film, mi attraeva che ci fossero persone che vanno fuori, poi si perdono, magari poi arrivano a casa con grande stanchezza. Cosa che succedeva a questa signora; in questa situazione particolare, prima che la malattia degenerasse definitivamente, lei avrebbe potuto uscire e perdersi. E non arrivare a casa. Perciò volevo raccontare il corpo di una persona, le sue azioni, il suo movimento nel mondo circostante, la sua vita quotidiana. La signora poi è stata chiusa in camera l’ultimo anno. E continuava a vivere così. E il suo cervello non poteva più sostenere la vita normale di una persona normale. Però il suo corpo rimaneva in questo ambiente. Pensavo in realtà di poter aspettare fino al 2017, perché fatti i calcoli, nel 2016 avrei finito quell’altro progetto e nel 2017 sarei andato a fare un documentario serio su questa signora. Però non avevo pensato che la vita di una persona potesse scivolare via così velocemente. E che in un anno di tempo la signora se ne sarebbe andata.

L’immagine finale, il pescatore in barca che si perde nell’orizzonte sulla superficie del lago, esprime un grande senso di malinconia della vita.

Wang Bing: Ognuno ha una sua circonferenza della propria vita, al cui interno agisce. Ognuno ha la sua casa d’origine, dove si sente libero o dove può muoversi. Per loro, per la loro vita, di questo tipo di persone, la fine è questa.

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