Nazidanie

Partendo e sempre tornando alla testata sferrata da Zinedine Zidane a Marco Materazzi durante la finale Mondiale del 2006, Nazidanie eleva il calcio e i suoi simboli a epica metafora del destino, delle emozioni, del misticismo, della Storia e del mondo. Fuori concorso a Locarno70.

La testata di Dio

In questo gioco interpretativo e appositamente progettato, la finale dei Mondiali del 2006 e gli eventi che hanno concorso ad essa vengono rappresentati sotto forma di spettacolo mistico. I registi trasformano Zinedine Zidane, Marco Materazzi, gli altri calciatori, gli allenatori, gli arbitri, i giornalisti, i commentatori sportivi e i due miliardi e mezzo di spettatori che hanno assistito alla partita in eroi di un racconto che viene diffuso come un messaggio per tutta l’umanità. [sinossi]
“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora, e i miei amici, qualche anno dopo, mi avrebbero chiamato lo “Stukas”: ricordo dolce bieco) sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso. Allora, il Bologna era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone (Reguzzoni è stato un po’ ripreso da Pascutti). Che domeniche allo stadio Comunale!”
Pier Paolo Pasolini

Il calcio è una magnifica scienza inesatta. Il basket è organizzazione tattica, il nuoto è duro allenamento, il tennis è testa, la pallavolo sono schemi, il rugby è lotta e spirito di sacrificio. Il calcio no. Il calcio è uno sport di episodi, di istanti, di millimetri per i quali il pallone ha varcato o meno la linea della porta, oppure per i quali il giocatore si trova o meno in posizione di fuorigioco. Nel calcio non sempre vince il più forte, non sempre basta il talento, non sempre basta l’abnegazione. Il calcio è caso, è fortuna, è illusione, è un colpo di reni del portiere, è un’elevazione che si pensava impossibile per colpire di testa. È una palla che rotola, è un vulcano di emozioni sempre pronte a deflagrare nel boato e nell’abbraccio dopo ogni goal, oppure a virare in lacrime quando questo viene annullato. Il calcio è ritrovarsi impotenti a gridare contro il fato quando la palla si stampa sul palo, è perdere l’autocontrollo, è piangere di gioia e di dolore come bambini. Il calcio è spirito d’appartenenza, è foga agonistica, è sincera passione. Ma soprattutto il calcio è destino, molto più di ogni altro sport.
Anzi, il calcio è un incrocio di destini, quelli dei 22 che si danno battaglia in campo, quelli di chi soffre sugli spalti, quelli di chi, magari dall’altra parte del mondo, si ritrova in ginocchio di fronte a uno schermo televisivo. Già Pier Paolo Pasolini, parlando del calcio, ne aveva più volte esaltato la valenza di religione laica, di emozione totalizzante fatta di entusiasmo e genuina partecipazione popolare, di ritualità e di estasi mistiche, e al contempo di gioco come linguaggio, fatto di poeti e prosatori, di dribbling e catenaccio, di piedi e di corsa, di genio e di fiato: Zinedine Zidane, in questa classificazione, non può che stare ai vertici della prima categoria, quella dei poeti, quella dei geni, quella dei maghi del pallone, numero 10 fra i giocatori più forti di ogni tempo. Una sorta di semidio nell’immaginario dei tifosi: l’eletto, il prescelto. Ma anche gli angeli più belli a volte cadono, magari proprio a dodici minuti dalla fine dell’ultima partita della carriera, la finale dei Mondiali del 9 luglio 2006, magari rifilando proprio al “Macellaio di Lecce” Marco Materazzi, in genere killer implacabile e questa volta vittima in posizione fetale, una testata destinata a rimanere nella Storia e forse a cambiare la Storia, non solo del calcio.

Nazidanie arriva subito al punto, la testata come centro focale, e ripetutamente ci tornerà passando da ogni sfaccettatura possibile del destino. Il nuovo lavoro dell’attore e regista (per lo più teatrale) moscovita Boris Yukhananov, coadiuvato in co-regia da Aleksandr Shein per la realizzazione pratica e presentato Fuori Concorso a Locarno, parte dal formato 1:1, dal quadrato perfetto della Cabala, e da quella traduzione del termine russo “Nazidanie”, edificazione, della quale Dio avrebbe cercato di fare dono a ogni Paese ricevendo però per lo più rifiuti. È un film fatto di ricerca sulle fonti, compresi video in bassissima risoluzione, di scomposizione dell’immagine, di moltiplicazione estrema dei punti di vista, di ricostruzione del (non) visto attraverso elaborazioni e taurine animazioni in CGI.
Del resto, la stessa testata che ha messo fine alla carriera da giocatore di Zidane, quella reazione esagerata e folle a una provocazione contro la sorella con cui l’attuale allenatore campione d’Europa con il Real Madrid ha rinunciato alla gloria, alla vittoria e alla possibilità di mettere a segno il rigore decisivo scegliendo invece di scagliarsi contro Materazzi come un animale feroce vittima del suo stesso temperamento, era inizialmente rimasta fuori campo, sfuggita persino all’arbitro (ma non al guardalinee/“Angelo custode”) e resa visibile solo dai replay.

In Nazidanie ritorna ogni immagine, perfettamente quadrata nel suo passo ridotto al centro del fotogramma, simbologia di quel profondo misticismo di cui tanto il calcio quanto il film di Yukhananov sono portatori. Ben al di là dell’assonanza del termine con quella del cognome dell’asso franco-algerino, Nazidanie è un epico monologo ininterrotto dello stesso Yukhananov che fa volare quasi due ore e mezzo, riuscendo a condensare nella testata di Zidane a Materazzi, già autori delle due reti dell’1-1, un’intera metafora del calcio come destino, rito, intimo rapporto con il divino: il mondo, per la finale dei Mondiali, si ferma, e tutto quello che accade nel mondo è incastro e specchio di quello che avviene sul campo. Yukhananov, in un Blob di immagini e notizie provenienti da tutto il globo, intreccia biografie e situazioni dei protagonisti che si sono affrontati su quel campo, proprio quell’Olympiastadion di Berlino dove nel 1936 il nero Jesse Owens aveva finito per rompere le uova nel paniere alla supremazia ariana così ostinatamente millantata dagli organizzatori del Reich, immergendo lo spettatore nel Fato e pervadendo di afflato mistico tutte le concomitanze che ci si ostina a chiamare statistiche.
Le fasi della testata assurgono a tappe della Passione, Materazzi si divide fra creatura demoniaca per i suoi falli senza pietà e creatura celeste dell’Esercito divino che deve necessariamente essere duro e impietoso per poter sconfiggere Sodoma e Gomorra, il gomito alto di Daniele De Rossi al girone contro McBride diventa paradigma di ogni fuoco agonistico che annulla nella passione e nell’istinto ogni razionalità e percezione, e pure il cartellino rosso sventolato in faccia a Zidane che si lascia alle spalle la Coppa del Mondo diventa arte, la volta michelangiolesca della Sistina, o la “Cacciata” di Masaccio.

Nazidanie parte dai due calci di rigore speculari e opposti: da una parte quello messo a segno da Zinedine Zidane al settimo minuto del primo tempo – fantasma sia perché il fallo di Materazzi (già, Materazzi) probabilmente non c’è mai stato, sia per la sua dinamica traversa-goal-fuori che tanto aveva illuso il Fabio Caressa di “Non è goal! Non è goal! È goal”; dall’altra quello – fantasma nella sua traversa-riga-fuori – sbagliato da David Trezeguet (che proprio contro l’Italia aveva segnato la marcatura decisiva nella finale Europea di sei anni prima) nella lotteria al termine dei supplementari, unico errore francese dal dischetto che ha aperto al 5-3 dell’Italia e alla Coppa fra le mani di Fabio Cannavaro.
Prima di tutto questo, l’icona Zinedine Zidane si era ritirata dalla Nazionale francese un anno dopo il deludente Europeo 2004, e la notizia del suo addio ai Blues aveva avuto per gli organi di informazione precedenza su qualsiasi altra notizia, compresa quella di un altro abbandono di portata ben maggiore come l’annuncio del piano di disimpegno israeliano su Gaza. Un anno dopo, mentre la Francia annaspava nei gironi di qualificazione alla fase finale dei Mondiali, Zidane annuncia al mondo di voler tornare a vestire la casacca della selezione francese. Il motivo del suo clamoroso ritorno, nuovamente battuto in apertura da ogni organo di informazione, questa volta prima dell’altro clamoroso ritorno (a casa, illesi) per i passeggeri del Boeing Air France colpito da un fulmine nei cieli canadesi, è stato confidato una volta sola, a France Football, e poi ritrattato – con palese contraddizione interna che nessuno ha mai voluto far notare – per uscire con eleganza da una situazione che stava diventando imbarazzante fra parodie e attacchi frontali.
Lo stesso Zizou ha dichiarato di aver sentito una voce che gli ha chiesto di tornare e di non aver potuto fare altro che obbedire a quella voce, fosse interna e fosse divina. È qui la natura mistica di Zinedine Zidane, già l’eletto, al quale Dio in persona chiede di tornare ad aiutare i suoi compagni. Per un ritorno, peraltro, da subito difficile come le inestricabili vie divine: poco o nulla nelle ultime, vittoriose, partite di qualificazione al Mondiale nelle quali la stella più brillante è stata quella di Cissé, due cartellini gialli di cui uno figlio dell’illusione più forte della percezione della realtà nelle prime due partite, altrettanto anonime, del girone in Germania. Poi, dopo la squalifica, il rientro agli ottavi con la Spagna e il goal da antologia, e poi i quarti contro il Brasile (contro il quale aveva già segnato la doppietta decisiva nella Finale del ’98) nei quali Zizou incanta con prestazione sontuosa, sublime, fatta di sombreri e di tocchi geniali, fatta di una classe cristallina e dell’assist per la rete facile facile di Henry, dimenticato sotto porta come se ancora una volta una forza divina avesse trattenuto o accecato il suo marcatore Roberto Carlos. Infine, la semifinale contro il Portogallo, ancora una volta decisa da una rete, su rigore, del numero 10 transalpino, e l’approdo a una finale che, comunque andrà, sarà l’ultima partita della sua carriera.

Nel frattempo l’Italia, già orfana fino alla finale del focoso Daniele De Rossi, incappava nella terza e ultima partita del girone, quella che Zizou dovette saltare per squalifica, nell’infortunio di Alessandro Nesta che aprì definitivamente le porte al “Macellaio di Lecce” Marco Materazzi, il cui destino era destinato a scontrarsi con quello di Zidane. L’apporto dato sino a quel momento da Materazzi alla Nazionale, di Trapattoni prima e di Lippi poi, era stato pressoché nullo, fatto di un paio di distrazioni e di altrettante reti subite, fatto di attaccanti agganciati in area e di sguardi attoniti mentre l’arbitro indicava, giustamente, il dischetto del solare calcio di rigore.
Ebbene, in quel Mondiale del 2006 giocato negli stadi tedeschi, Materazzi entra contro la Repubblica Ceca, e al primo corner utile battuto da Pirlo si incunea nell’area avversaria, sale in cielo con uno stacco perentorio e segna di testa la rete decisiva per la qualificazione degli Azzurri. E tornerà al goal, di nuovo, in finale, come una sorta di compensazione divina dopo aver provocato il (non) rigore. Un altro cross, un altro salto nel cielo, e il pallone finirà alle spalle di Barthez, con Materazzi pronto a esultare come corpo iniziale del corpo unico che i giocatori formano nell’esplosione di gioia dell’abbraccio.

Yukhananov prende Materazzi e ne analizza le doti da killer, freddo calcolatore uguale con tutti nella crudeltà dei suoi interventi a gamba tesa, deciso, incapace di provare rimorsi, facendolo assurgere a creatura angelica, sempre pronto a indicare nel cielo quella madre persa a soli quattordici anni, oppure a ringraziare per le spinte divine sui suoi stacchi di testa, o ancora a vedere come l’unico raggio di sole che squarcia lo stadio al momento del suo goal stia illuminando proprio sua moglie. E Materazzi è anche creatura profondamente simbolica, nei suoi tatuaggi che ne raccontano la storia e nel ritornare del 23 non solo come numero di maglia, ma in ogni evento della sua vita. Materazzi e De Rossi si scoprono due facce della stessa medaglia, due opposti: da un lato chi compie la sua missione senza mai cedere alla rabbia, dall’altro il giocatore di temperamento, pronto a far sognare ma anche a perdere la testa, proprio come la perderà Zidane in quella sua ultima partita nella quale il rientrante De Rossi, così come Materazzi, metterà a segno uno dei calci di rigore della lotteria.

Già, perdere la testa. Perché Nazidanie è una via crucis. È un eterno ritorno al punto di partenza e di arrivo, è la testata, è la fine di una carriera luminosa nella peggiore delle ignominie. Aveva tutto da perdere Zidane a reagire verso parole pesanti quanto si vuole, ma da sempre all’ordine del giorno nel mondo del calcio, sui polverosi campetti di periferia in cui i bambini si sbucciano le ginocchia così come all’Olympiastadion di Berlino, su un’erba speciale coltivata in gran segreto come se fosse un’alchimia mentre miliardi di telespettatori sono collegati per la partita più importante di quei quattro anni e forse di un’intera carriera.
Aveva tutto da perdere Zidane, e l’ha perso. Ha perso la testa, ha perso la faccia, ha perso una medaglia, ha perso una Coppa del Mondo, l’ultima possibile, nell’ultima partita.
Nell’incrocio di destini di chi, quale che fosse il suo ruolo, ha vissuto quella sera del 9 luglio 2006, quelli di Zidane e Materazzi (ma potremmo aggiungere, anche se nel film è molto marginale, pure quello di Fabio Grosso, giocatore mediocre e quindi ancor più degli altri “miracolato” in quelle partite d’estate fatte di chilometri percorsi a fuoco, del goal indimenticabile alla Germania e del rigore decisivo in questa Finale) sono quelli più di tutti incastonati nella pietra, come un incastro impossibile di gioia e di dolore, e soprattutto di cadute, quella fisica di Materazzi colpito dal “toro” Zizou, quella di Zinedine Zidane che ha buttato via con il suo dodicesimo cartellino rosso della carriera il suo ultimo possibile miracolo.

Partendo dal momento di follia che tutto ha obnubilato, Yukhananov si interroga sul mondo, sul ruolo di Zinedine Zidane come profeta moderno, sul suo ruolo nell’immaginario dei tifosi, su come tutti si sia pedine dello stesso strano gioco del destino. Il calcio è solo una metafora poetica utilizzata da Nazidanie, non è l’argomento vero e proprio, e le tematiche affrontate sono gigantesche e multiformi. Tutte a girare, straordinariamente, intorno a un istante, a un non visto, a un assalto rabbioso. Alla caduta di un Dio, nella quale sta forse il senso più intimo della vita: rialzarsi. Boris Yukhananov sta con Zizou, sta con la sincerità di quel gesto non lucido, sta con lo scoprire il fianco del semidio al suo lato umano. Sta tutto in una frase pronunciata dallo stesso Zinedine Zidane, pochi giorni prima del fatto, quando ancora non sapeva che tutto, in un solo momento, sarebbe andato a rotoli: “Dio è il più grande sceneggiatore al mondo”. In questi casi, quando diventiamo attori e non (più) registi della nostra vita, non possiamo fare altro che guardare trepidanti come andrà a finire, e vada come vada aspettare i titoli di coda per poter esplodere nel più lungo e folgorato applauso.

Info
La scheda di Nazidanie sul sito del Festival di Locarno.
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