Intervista a Michel Merkt

Intervista a Michel Merkt

Tutti lamentano che il sistema produttivo del cinema è sempre più un meccanismo rigido senza spiragli, governato da istituti bancari; che mancano i produttori veri, quelli coraggiosi di una volta, capaci di rischiare. Un’eccezione a questo trend è rappresentata dal produttore svizzero Michel Merkt. Dobbiamo a questo signore molto del cinema d’autore degli ultimi anni, le ultime opere di Cronenberg, Garrel, Verhoeven, Dolan, Gomes. E pure, spazia nel cinema di genere, con film come Nemesi, nel documentario, con Strong Island, e produce inoltre in tutti i continenti. Nel 2017 tre delle sue produzioni, Elle, La mia vita da zucchina e Vi presento Toni Erdmann, vengono nominate agli Oscar. E ora il Locarno Festival gli assegna il Premio Raimondo Rezzonico, destinato ai produttori meritevoli. In questa occasione abbiamo incontrato Michel Merkt.

Il primo film che hai prodotto risulta essere il segmento di Wim Wenders nel film collettivo 8: film del 2008. Quindi in un brevissimo lasso di tempo sei diventato un produttore molto importante. Qual è il motivo di tale successo?

Michel Merkt: Quel segmento del film 8 non è veramente il mio primo film, è il primo che ho fatto da produttore professionista. Ma prima avevo fatto molte cose, corti, documentari. Cose che facevo per semplice passione. Un giorno mi sono detto, voglio fare della passione una professione. E dopo ho conosciuto molte persone, sono stato fortunato ad incontrare questa gente. Se hai fatto qualcosa con Wim Wenders è molto più facile alzare il telefono e chiedere di incontrare qualcuno. E dopo è arrivato Cronenberg e tanti altri. Ma per me non si è trattato soltanto un balzo più in alto. L’importante per me è divertire gli altri.

Leggo che anche il tuo metodo di lavoro con i registi è originale. Lavorando prima e dopo le riprese, senza intervenire sul set. È vero?

Michel Merkt: È un lavoro di rapporti personali. Andiamo a lavorare due, tre, cinque anni, dobbiamo essere sicuri di essere amici. E di lavorare comunque professionalmente. Possiamo parlarci apertamente e dire tutto, anche le cose che non piacciono. Dunque io lavoro molto nella sceneggiatura e dopo lavoro molto nella strategia e nell’editing. Però lascio la parte esecutiva perché sono sicuro che molta gente lo fa meglio di me. E quando vado sul set è perché qualcosa non funziona. Dunque non vorrei andarci. Dobbiamo parlare molto all’inizio soltanto per essere sicuri che vogliamo raccontare la stessa storia.

Quali sono invece i tuoi metodi di lavoro per quanto riguarda i finanziamenti?

Michel Merkt: L’importante è lavorare rapidamente, specialmente all’inizio del progetto. Possiamo facilmente guadagnare un anno. Dunque io pago lo sviluppo del progetto. Molto rapidamente. Non per tutti i progetti, però. Fare così permette anche di guardare l’emozione, la passione, l’energia, quelle cose che si perdono se lavori a uno script due anni. Non è facile soprattutto per i registi all’esordio. Il primo film deve essere fatto rapidamente.

Si dice un po’ ovunque che non esistono quasi più i produttori coraggiosi di una volta, e che ora il rischio d’impresa deve passare per gli istituti bancari. Tu rappresenti quindi un’eccezione a questo trend. Cosa ne pensi?

Michel Merkt: Chi mette il denaro non dovrebbe intervenire nella creatività. Questo è difficile che succeda, perché spesso ci sono le televisioni – non qui in Svizzera dove funziona diversamente – che vogliono lavorare molto e intervenire nella creatività, diciamo limitarla perché vogliono essere sicuri che il film piacerà al loro pubblico. Poi c’è chi ha molti data center, un po’ come Netflix, che vuole esattamente un tipo di progetto. E alla fine vediamo tutti gli stessi progetti, uguali perché hanno una griglia: ho bisogno di una donna, ho bisogno di un omosessuale, ho bisogno di un nero. E dunque no, così non funziona. Per me è molto importante pensare al pubblico per essere sicuro che possiamo raggiungere il più largo pubblico possibile, ma parliamo del pubblico con orizzonti ampi, di tre, cinque anni. Per esempio quest’anno ricevo progetti che parlano della guerra ma io non voglio farne, li ho già fatti. Questo perché l’anno prossimo sarà l’anniversario della fine della Prima guerra mondiale. Dunque sono troppi. Il pubblico ne andrà a vedere uno o due, non cinque, sei o sette. E bisogna quindi differenziarsi dall’inizio.

Tra le tue produzioni figura la trilogia di Le mille e una notte di Miguel Gomes. Immagino sia stato un progetto difficile e coraggioso.

Michel Merkt: Tutti i progetti sono difficili in un senso. Tutti dovrebbero essere coraggiosi perché se non volessi prendere rischi andrei a fare qualcosa come gli altri. Ci sono tanti film che vengono prodotti, ma non tutti abbastanza buoni.

Cambia qualcosa produrre film nei diversi continenti?

Michel Merkt: La nazionalità di un film non è veramente importante. Io vado a vedere quale potrebbe essere il film più interessante, che potrebbe andare agli Oscar. Dunque quando vado in Portogallo, quando vado in Germania o in Italia, vado a cercare quale potrtebbe essere il migliore dell’anno in questo paese. Voglio sempre avere una visione del paese, della sua educazione, cultura e quant’altro, però con una possibilità di essere internazionale. Di piacere al più largo pubblico possibile.

Hai prodotto Elle e ora stai lavorando al nuovo film di Paul Verhoeven, Blessed Virgin. Come lavori con lui?

Michel Merkt: Lavorare con Verhoeven è un grande piacere. È una persona veramente semplice, è molto facile parlare, decidere le cose con lui. Mi ha detto che la provocazione è soltanto non mettere delle frontiere alla creatività. Dunque facendo questo film provocatorio, sarà un modo di fare il test della limitatezza delle persone. Supereremo il limite di certa gente. Questo film non potrà piacere a tutti, pazienza.

Un rapporto continuativo è anche quello con Xavier Dolan. Come lavorate?

Michel Merkt: Io vado sempre a dire che non è possibile lavorare con qualcuno che faccia tutto. È la peggiore cosa che si potrebbe fare perché non è possibile essere il migliore in tutto. Ma c’è sempre un controesempio, Xavier lo è. Come le persone che dicono che non è possibile lavorare con i fratelli o le sorelle e dopo ci sono i Dardenne e i Coen. Quanti Dolan, quanti Dardenne, quanti Coen ci sono per tutti gli altri che non possono fare altrettanto?

Lavori diversamente tra cinema d’autore e cinema commerciale?

Michel Merkt: Non mi piace parlare di cinema commerciale, preferisco parlare di pubblico. Se normalmente vai a lavorare per film di largo pubblico, dall’altra parte è interessante lavorare con quelle persone che fanno film di nicchia, opere per un pubblico più preciso. Quello che è importante è vedere per il progetto del film se è possibile fare entrambe le cose, altrimenti bisogna scegliere per quel film e dire “ok, il pubblico per questo film sarà questo, però non possiamo andare oltre”. Oggi ci sono horror che hanno dei budget incredibili e funzionano molto bene. Bisogna scegliere buoni film, questo è più importante. Non mi piace quando la gente dice se il film non funziona la causa è del pubblico. No, devi fare buoni film.

Articoli correlati

  • Festival

    Locarno 2017

    Dal 2 al 12 agosto, la 70esima edizione del Locarno Film Festival, per la quinta volta sotto la guida di Carlo Chatrian. Il concorso, la Piazza Grande, la retrospettiva dedicata a Jacques Tourneur: tutti i nostri articoli.
  • Festival

    Locarno Festival 2017 – Presentazione

    È arrivato anche a Locarno, dopo Cannes, il tempo di festeggiare la settantesima edizione, che avrà luogo dal 2 al 12 agosto, sotto la direzione artistica di Carlo Chatrian.
  • In sala

    Elle

    di La borghesia cattolica e il suo ineludibile sadomasochismo sono al centro di Elle di Paul Verhoeven, thriller-commedia spietata e spassosissima presentata in concorso a Cannes 2016.
  • Animazione

    ma-vie-de-courgetteLa mia vita da zucchina

    di La Quinzaine ritaglia spazi preziosi per il cinema d'animazione, anche quello a misura di bambino. Diretto da Claude Barras, La mia vita da zucchina è l'ennesima dimostrazione della vitalità della stop motion e dell'animazione transalpina.
  • In sala

    È solo la fine del mondo

    di Il talento di Xavier Dolan non è in discussione, e si mette in mostra forse di più in un kammerspiel tutto giocato sui volti dei suoi protagonisti.
  • In sala

    Vi presento Toni Erdmann

    di Odio, amore, sadomasochismo, travestimenti e solitudini abissali. Con Vi presento Toni Erdmann, in concorso a Cannes 2016, la cineasta tedesca Maren Ade, a partire dal confronto tra un padre e una figlia, scoperchia con lucidità e ferocia il vaso di Pandora delle relazioni familiari.
  • In sala

    Le mille e una notte

    di Miguel Gomes, tra i nomi più rilevanti del cinema europeo contemporaneo, trasforma la messa in scena della crisi economica portoghese in una sarabanda di intuizioni, narrazioni (im)possibili e deflagrazioni dell'immaginario.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento