Intervista a Giovanni Columbu

Intervista a Giovanni Columbu

Con Surbiles, presentato al Locarno Festival nella sezione Signs of Life, Giovanni Columbu realizza il suo terzo lungometraggio, dopo Arcipelaghi e Su re. Ancora una volta un’immersione nella terra sarda per sviscerare un mito del folklore popolare, quello delle surbiles, creature simili ai vampiri e alle streghe. Abbiamo incontrato Giovanni Columbu al Locarno Festival.

A differenza del tuo precedente Su Re, con Surbiles si sviluppa un percorso inverso rispetto a un archetipo. Nell’altro film eri tu a trasporre la passione di Cristo nel paesaggio sardo, ora invece da una ricerca etnografica riveli questa leggenda preesistente in Sardegna, che si avvicina alle figure del romanzo gotico. Si tratta quindi di una scoperta, un progetto arrivato spontaneamente?

Giovanni Columbu: Spontaneamente sì, però ce l’ho in testa, inutile che dica da 10-30 anni, diciamo pure da sempre, come per tutte le cose che noi facciamo in questo nostro essere al mondo. Le abbiamo fin dall’inizio, a volte il tempo ci basta, a volte un po’ meno per cercare di dare forma a quello che abbiamo da sempre. Apro una piccola digressione sul “da quando”. Io ho cominciato a cercare di raccontare attraverso il disegno, prima che attraverso il cinema. Il cinema è arrivato molto tardi infatti. In realtà come regista sono giovanissimo, ho iniziato che avevo già mezzo secolo di vita. Nel disegno la cosa incredibile, che sorprende anche me, è che molte mie opere fatte quarant’anni fa avevano già tutti i temi che avrei trattato successivamente attraverso un mezzo che allora nemmeno immaginavo, come il cinema. Le ultime cene, o i matti prima di sapere dell’esistenza dei centri per la sofferenza psichica… tutti questi soggetti c’erano già in quei miei disegni. È una cosa curiosa. Questo per dire che ognuno di noi ha da dire quelle due cose, o addirittura tutto riporta più o meno a una sola e la dice, la approfondisce. Avevo un po’ sentito raccontare delle surbiles da bambino, e poi è venuto il momento in cui sono diventate questa cosa qua. Ora che ho concluso il film da pochissimo, sto compiendo un curioso viaggio a ritroso, perché il mio handicap – che però cerco di accogliere come una prerogativa e anche come una mia fortuna – è che io ho una pessima memoria. E se mi propongono delle mie idee, delle idee che avevo già avuto, io mi entusiasmo come se fosse la prima volta che le sento, per cui mi sono dimenticato nel corso della realizzazione quali fossero tutte le vicissitudini e le motivazioni. Adesso riaffiorano. Proprio un momento fa, dopo avere incontrato una spettatrice che, per me in modo molto lusinghiero, ha detto di essersi spaventata vedendo Surbiles, mi sono ricordato che per un discreto periodo fino all’anno scorso, io stesso sono stato preso un po’ dalla paura. Una paura che somiglia un po’ al terrore del sopravvenire della sera e della notte. Sentivo abitualmente dei rumori, inizialmente non mi spaventavano, perché io non pretendo mai di darmi delle spiegazioni troppo razionali, quindi convivo anche con la stranezza e non mi dà troppa preoccupazione. A un certo punto invece questi rumori sono diventati così forti, così presenti, comprese delle cose che sentivo a fianco al letto, e anche sul letto. Una notte ho sentito proprio delle cose al punto che non riuscivo più a dormire, ero estenuato da questa situazione, avevo bisogno di riposare. Ed era solo il giorno che per me rappresentava la possibilità di un riposo: quando c’era la luce potevo ristorare il mio corpo, mentre invece nelle ore deputate al sonno non riuscivo proprio a dormire. E arrivava anche la paura. Mi sono informato, prima mi sono munito di incensi, poi è venuta una persona che ha fatto dei riti e tutto si è acquietato o forse mi sono acquietato io. Per dire quante ne son successe, non abbastanza per quanto io avrei voluto. Diciamo che tutto questo fa parte di un’esplorazione di un mondo appena sfiorato.

Dici di aver attualizzato il mito delle surbiles ai giorni nostri. Alcuni elementi retrò mi fanno però pensare a una voluta atemporalità. È vero?

Giovanni Columbu: Il principio che cerco, non dico di perseguire, perché non si può neanche seguire, si può soltanto cercare di aprirsi un po’, è di non fare niente di voluto. Io lavoro su un principio di anti-deliberazione perché tutto quello che è deliberato a mio parere ha qualcosa di diminutivo che potrebbe rivelarsi inautentico. Però siccome poi non è che puoi lavorare così, perché tuttavia esisti e hai i tuoi pensieri, le tue intenzioni, i tuoi propositi, tutto si tiene in un rapporto che sta tra la mano destra e quella sinistra, tra i pensieri, propositi consapevoli e meditati e quel che fai mettendo un po’ in sordina quei pensieri dimenticandoli o nascondendoli anche a te stesso perché soltanto questa è la condizione che ti permette di agire. La scoperta per me più importante recentemente ha a che fare con la terza invocazione della più nota preghiera cristiana, il Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà”, che ho sempre avvertito con un po’ di riserva, perché mi dicevo: “Perché la tua e non la mia? Io esisto”. Oggi posso dire che invece c’è una grande verità e un valore che è quello sommamente desiderabile che ha a che fare con l’affermazione di sé, cioè riuscire a essere in qualche modo un tramite, ovvero far sì che l’ordine naturale delle cose, e anche quello più misterioso, e anche quello meno evidente, possa realizzarsi attraverso di te senza che tu lo voglia. Il tuo volere ha sempre un effetto distorsivo, diminutivo o comunque si inscrive dentro l’ordine della ragione, dunque relativamente a cose che non sempre coincidono con le verità, e che magari sono anche meno scrutabili, meno palesi, però – forse – più interessanti. Ho sempre colto questo brano del Padre nostro come un elemento un po’ autoritario. Ma non è così e credo che neanche i preti l’abbiano veramente capito. Ho sentito in proposito dei commenti banalissimi, di chi non ha capito un accidenti di questa cosa. Mentre in realtà il senso è evidente già dalla prima invocazione: “Sia santificato il tuo nome”. Che altro deve fare il cinema e l’arte e la vita stessa dell’uomo se non santificare la vita, santificare il mistero, la bellezza, santificare la nostra esistenza? Molte di queste cose riconsiderate in un’ottica non dottrinaria, troppo stretta, mi sembra che abbiano delle verità molto interessanti. Io potrei esemplificarlo proprio nel modo di usare la macchina da presa, nel modo in cui impugnarla e anche come accogliere con una certa flessibilità le perturbazioni e lasciare che in qualche modo interagisca. A volte. A volte no, c’è il cavalletto, ma sarà anche quella una via possibile. Dal punto di vista linguistico e narrativo questo è l’ordine delle considerazioni.

Importanti anche in questo tuo film sono i principi materici, gli elementi naturali. Che a volte richiamano anche atmosfere gotiche, come la luna piena. Tutto però è sempre declinato nel peculiare paesaggio sardo.

Giovanni Columbu: Io mi relaziono a questi eventi, a questi accadimenti, a queste circostanze naturali sempre con lo stessa disposizione, che è quella per un verso di chi ricerca a anche di chi ascolta. Quindi per un verso io cerco di mettere in atto delle cose, di costruirle ma anche di rendermi permeabile a quello che accade in modo imprevisto. Semmai bisogna cercare di capire perché alla fine i cosiddetti significati sono convenzionali e si definiscono in un ordine di relazione tra i vari elementi. Cos’è quell’incendio su un monte che sembra un’eruzione vulcanica? Io l’ho assunto come una sorta di testimonianza del tracollo, della devastazione di un mondo che va a rotoli, che brucia per l’appunto. È il mondo in cui non nascono più i bambini, altro che surbiles. Il mondo in cui, mentre le donne complottano o si interrogano, sono vigili, operano o si adoperano per impedire delle cose. Gli uomini in questa situazione di tracollo, di un mondo che brucia, sono al bar che bevono, oppure sono addormentati, dunque sono imbambolati Questo è una sorta di sottotema che mi è sembrato interessante e che racconta qualche cosa. Tu dici della Sardegna? Ma io direi universale.

E in particolare puoi dirci qualcosa rispetto all’elemento dell’acqua, che torna in tre punti del film?

Giovanni Columbu: L’acqua, nella letteratura strettamente attinente, è uno dei mezzi attraverso cui si spostano le surbiles. Però più in generale sono elementi della natura che stanno con gli esseri umani in una relazione pericolosa, di promiscuità, che è quella che espone gli uomini alla metamorfosi, al fatto di riscoprire e riscoprirsi come esseri animali o esseri che fanno parte della natura. Il tempo, la civiltà, la cultura urbana contemporanei tendono a umanizzare gli animali, attribuendo loro tante cose. Invece quel mondo, che ha sempre vissuto a stretto contatto con gli animali, avverte il mistero, l’inquietudine e la pericolosità di questa relazione. In particolare tante cose si conferiscono agli animali che sembrerebbero meno pericolosi, per esempio non al cavallo, non al cane, ma al bue, che è mite e che in questa sua mitezza però ha anche una sorta di imperscrutabilità. Chissà quali sono i pensieri e i sentimenti che stanno dietro a questi occhi bovini così remissivi, così pronti a subire ogni intemperanza, a essere disposti a stare vicino all’uomo. Un altro mito che si accompagna a quello delle surbiles, che noi non abbiamo trattato, è quello cosiddetto del Boe Muliache. Riguarda in questo caso delle figure maschili. Sempre per espiare qualche colpa misteriosa, che non si sa quale sia, e che riguarda generalmente la comunità, come ci sono donne che si trasformano e si sdoppiano, così ci sono uomini che entrano nel corpo di un bue, muggiscono disperatamente, annunciano sciagure e sono temuti. Anche su questi ci sono tanti racconti.

Info
La scheda di Surbiles sul sito del Locarno Festival.

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