Intervista a Pedro Cabeleira

Intervista a Pedro Cabeleira

Ha rappresentato un caso all’ultimo Locarno Festival il film Verão Danado, presentato nella sezione Cineasti del presente. Si tratta del primo lungometraggio di Pedro Cabeleira, classe 1992, diplomatosi nel 2013 al ESTC – Escola Superior de Teatro e Cinema di Lisbona, in un contesto dove ha avuto modo di conoscere e frequentare altri studenti di cinema e recitazione. Con alcuni di questi ha fondato la casa di produzione Videolotion, con cui realizzare tanto i suoi film quanto quelli di altri filmmaker emergenti. Abbiamo incontrato Pedro Cabeleira a Locarno.

Verão Danado ha un inizio molto diverso dal resto del film. Come un homemovie familiare dove il protagonista è nella casa di campagna dei nonni. Come mai hai optato per questo prologo?

Pedro Cabeleira: Per me era molto importante dare la sensazione che il film fosse una storia visiva di Lisbona. Il punto di vista di qualcuno che arriva da lontano a Lisbona, dall’area provinciale del Portogallo. Lui è a Lisbona, studia lì, ma era importante partire da uno sguardo vergine, che ha origine in provincia, dove si è più naïf. In un film è molto difficile far sentire l’effetto dell’esperienza, esprimerla lungo il film. Ma hai una prospettiva diversa quando parti da fuori Lisbona e arrivi a Lisbona, è completamente diverso. Non ci sono più alberi di limoni. Tu sei come immerso in questo trip che è una routine di party con gli amici e poi afterhours e così via. Mi dà quell’effetto perché nemmeno io sono originario di Lisbona, quindi era importante per me che il film avesse quell’inizio. Stai arrivando e poi ti immergi sempre più in profondità in quel mondo underground. L’inizio è in un piccolo villaggio che è proprio quello dei miei nonni. Ho voluto anche filmare i miei nonni come persone reali, volevo catturare la loro immagine dal momento che stavo facendo un film, rendendo anche questo sentimento tra una realtà naïf e una più complessa. E anche per rendere il senso della perdita dell’innocenza. Comunque questo incipit è girato con la macchina a mano come tutto il film. Volevo provarla perché non l’avevo mai usata prima, così volevo tentare una via più intuitiva di girare e la hand camera ti dà una grande libertà di movimento. Forse l’inizio sembra più un documentario a causa dei miei nonni perché sono gli unici non-attori, ma ho usato le stesse tecniche di regia per tutto

Verão Danado.
In alcuni momenti, soprattutto nei party, il film combacia con il real time, vale a dire con dei long take, anche estenuanti, che seguono continuativamente queste situazioni. Perché?

Pedro Cabeleira: Era esattamente quello che volevo esprimere. Quando arrivi al party devi essere dentro il party, quando c’è la partita di calcio devi avere la stessa gioia come se stessi giocando a calcio con i tuoi amici. È proprio come l’esperienza reale. Il film vuole darti uno spettro di nuove esperienze. Puoi provare le stesse sensazioni di queste persone per tutto il tempo ed è per questo che volevo che a volte il tempo fosse esteso. Nel primo rave era importante che il tempo improvvisamente aumentasse. Quando arrivi lì è come se fossi davvero lì. Bum bum, sei “fatto“, dalla musica, dalle luci, dalla reazione alle droghe. Volevo essere immersivo, so che può essere estenuante ma è l’essere esausti di un party. Quando sei sotto effetto di droghe, stai ballando, sei stanco ma non puoi fermarti dal ballare. Non puoi fermare la musica. È questa la sensazione e io volevo restituirla. Sono stanco dei film che mostrano artisti che prendono droghe, non volevo fare questo tipo di film. Se vuoi fare un film su questo tipo di esperienza o lo fai seriamente o non so. Non ci si può limitare a illustrare. Non sono shot così lunghi dal mio punto di vista, è solo la dimostrazione di questo concetto. È passare il tempo con loro, passare il tempo dentro il party, viaggiare dentro al party, andare da un personaggio all’altro. Era molto importante espandere il tempo in questa specifica parte.

Come hai lavorato con gli attori?

Pedro Cabeleira: La maggior parte degli attori viene dalla mia stessa scuola, l’ESTC – Escola Superior de Teatro e Cinema di Lisbona. Loro si sono diplomati anche in teatro. Così prima ho cominciato a costruire il film pezzo per pezzo, sapevo che avrei cominciato dalla mia città, da scene quotidiane con gli amici, cene quotidiane con un gruppo di amici tra bere, fumare della ganja, innamorarsi di una ragazza… Ho lavorato su queste esperienze e queste sensazioni. Quindi, dopo aver fatto i pezzi, ho cominciato a pensare a quali attori mettere in ogni pezzo. Poi, quando stavo creando i personaggi, guardavo le loro fotografie e, conoscendoli dalla scuola, pensavo che sarebbe stato divertente avere questo tizio con quello e quell’altro, per vedere se l’alchimia avrebbe funzionato lavorando insieme e se i miei piani avrebbero funzionato. Così ho fatto un lavoro, mescolando attori e non attori perché non li ho mai tirati fuori dalla loro ‘comfort zone’. In quello che stavano facendo non erano loro, ma allo stesso tempo erano loro. Era molto vicino alla loro vita reale. Così il contesto cambiava perché i personaggi non erano attori, ma gli attori erano vicini emozionalmente ai personaggi. Alcune scene erano più scritte e altre più improvvisate. Non c’è stato un unico metodo, ho provato tanti metodi. Ho fatto una masterclass con loro nelle scene di droghe, e non solo. Ho fatto una masterclass con l’attore che interpreta Quartafeira perché è un ragazzo molto espressivo, si esprime bene sia a voce che fisicamente. Eravamo a un tavolo con tutti gli attori del party e io dicevo: “Quando prendi MDMA [l’ecstasy, n.d.r.], questi sono gli effetti sul tuo fisico”. Era importante che recuperasse certi modi di contatto primari, come toccare con un modo di fare infantile perché quando predi l’MDMA diventi più infantile. Questo era un modo specifico di dirigere gli attori, più che una direzione tecnica in cui descrivi scene fisiche. Ma ci sono state anche scene completamente improvvisate. Dipendeva da attore ad attore e da una scena all’altra.

Guardando superficialmente Verão Danado, lo si potrebbe accostare al cinema di Larry Clark o di Harmony Korine. Il tuo punto di vista è comunque interno, nel tuo sguardo non c’è morbosità, compiacimento e tantomeno un giudizio. Confermi?

Pedro Cabeleira: Mai visto un loro film. Ho visto alcune foto e ho trovato interessante l’aspetto visivo. Ma c’è tempo di vederli. Non voglio giudicare. I personaggi avevano la mia stessa età ed erano nella mia stessa situazione di quando facevo il film. Non avrei davvero potuto giudicare. Avrei potuto essere uno di quei ragazzi. Non potrei dire ai ragazzi della mia generazione: “Non vi state comportando bene”. Per me quando prendi posizione in un film, dai un giudizio, non stai onorando i soggetti. Per me era più importante onorare la bellezza della frustrazione, la bellezza di tutto quello che stanno passando, senza dire se è giusto e buono. È quello che è. Solo catturare le loro cose belle, le loro espressioni, il modo in cui ogni personaggio non ha uno scopo, ma allo stesso tempo hanno un mucchio di energia. In quel periodo della mia vita nemmeno io avevo uno scopo, certo stavo facendo il film, ma non sapevo se avrebbe funzionato o meno. Avevo questa energia per esprimere me stesso, un frequentatore di party, avrei potuto passare due giorni rimanendo sveglio tra un party e l’altro e penso che questa sia un’intensa manifestazione della vita. Non posso giudicarlo. Non è bene o male, non è corretto o scorretto.

È molto delicata quella love story abbozzata tra Chico e la ragazza che poi deve trasferirsi a Londra.

Pedro Cabeleira: In quel caso si è trattato di una situazione che mi era successa. Era una cosa che volevo mettere nel film perché ero molto frustrato, avevo trovato una ragazza che… Mi ero innamorato, era molto carina, ma lei aveva il ragazzo con cui sarebbe andata a Londra. C’è poi andata e non l’ho più rivista. Per me è stato cinema, perché anch’io ho passato una notte pensando che fosse magica ma poi non era magica. È stato un po’ frustrante. Ho voluto metterlo. Ma nella realtà la vita va avanti. Ti ricordi ancora di quella ragazza ma nulla ritorna. Rientra nella velocità della mia età, è molto intenso, è sentire l’attimo. Ed è così per il film. Tu non cerchi di ricordare quella scena che è passata. Perché è solo il momento. È la bellezza dell’attimo e così ho voluto mettere questa intensità. Non è solo una fottuta scena, è emozionante. Ho voluto sentirla come una love story impossibile. E allora continuiamo il party.

Info
La scheda di Verão Danado sul sito del Locarno Festival.

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