Intervista a Serge Bozon

Intervista a Serge Bozon

Attore, critico cinematografico, prima di approdare anche alla regia, Serge Bozon si è fatto conoscere con La France e poi Tip Top, presentati entrambi alla Quinzaine des Réalisateurs. Il suo nuovo film, Madame Hyde, una trasposizione libera e ironica del romanzo di Stevenson nel contesto di una scuola difficile delle banlieue francesi, è stato presentato in concorso al Locarno Festival, dove la protagonista Isabelle Huppert si è aggiudicata il premio per la miglior interpretazione femminile. Abbiamo incontrato Serge Bozon a Locarno.

In Madame Hyde mi sembrano molto importanti le lezioni dell’insegnante, Madame Géquil. Quella di geometria, l’allestimento della gabbia di Faraday e il discorso finale sull’interazione tra geni e ambiente per la formazione. Ognuna di queste lezioni ha un ruolo specifico, anche metaforico, nel film. Puoi parlarcene?

Serge Bozon: È un film sull’insegnamento e penso che se vuoi fare un film sull’insegnamento devi metterci qualcuno che insegna. Devi quindi mostrare delle lezioni. Cominciamo da quella di geometria. Quello che è importante in questa scena è che, prima di questa lezione, Madame Géquil è una cattiva insegnante e Malik è un cattivo studente. Solo con questa lezione lei diventa per la prima volta in grado di spiegare qualcosa a qualcuno e Malik per la prima volta dimostra di provare un interesse e di capire la soluzione a quello che lei spiega. Nell’ambito della relazione tra l’insegnante e Malik, questa scena è come un perno, i due personaggi cambiano completamente da cattivo a buono, cambiano insieme. E non è accidentale che la lezione di geometria riguardi il concetto di riflessione (come riflettere un punto in una linea), perché parlando metaforicamente ognuno dei due personaggi è il riflesso dell’altro. Perché lei è come la pecora nera degli insegnanti, è disprezzata dai suoi alunni e dagli altri docenti, mentre il ragazzo è pure una pecora nera perché ha la gambe rotte. Sono due punti di debolezza, uniti dai fatti. Quello che volevo per questa scena è che il pubblico si sentisse dalla parte di Malik. C’è già tutto all’inizio perché dobbiamo concentrarci su due punti e una linea. Non è solo un film sui riflessi dell’insegnamento, ma si cerca anche di condurre lo spettatore attraverso un’esperienza diretta. Se non viene coinvolto come Malik mettendosi in gioco per capire cosa c’è sullo schermo, o sulla lavagna, rimarrà completamente cieco perché non ha niente da vedere. Così non c’è altra scelta come per Malik di comprendere e così è anche un’esperienza per il pubblico, allo stesso modo di Malik che capisce i problemi matematici. Volevo in special modo che lo spettatore alla fine della scena si trovasse come Malik nel vero momento cruciale, molto breve, ad avere un’illuminazione: eureka! Capisci una cosa che non avevi finora capito, in maniera simile a quanto potrebbe accadere in un film di genere con sorpresa. Forse è uno dei maggiori piaceri della vita quando realizzi di aver compreso qualcosa che non potevi capire prima, che – nel migliore dei casi – ti bloccava. So che è abbastanza difficile, ma qui non devi avere nessuna conoscenza matematica, non si tratta di sottrarre, addizionare, moltiplicare i numeri. Non sono termini matematici, è un puro ragionamento logico. Se fai così, allora è così. Quindi se fai un film sul problema dell’educazione devi direttamente immergerti nei temi dell’educazione. Per esempio Il ragazzo selvaggio di Truffaut è un film bellissimo anche perché è direttamente, e molto semplicemente, connesso con le basi dell’apprendimento, con il fatto di parlare, leggere e scrivere. Malik sa scrivere, parlare, leggere ma quello che non sa e che è molto importante, se vuole diventare adulto, è la questione del saper discutere. Sa dire “sono contento”, “fa freddo”, “che ore sono?” ma non sa come articolare due frasi legandole tra di loro, con l’avverso o con il dunque. Quello che gli manca è il ragionamento deduttivo. Questa scena sembra geometria ma è logica pura, è solo ragionamento, è solo la relazione tra perciò, perciò, perciò. È una reductio ad absurdum: per provare qualcosa supponi che non sia il caso e cerchi di dedurre una contraddizione. Passiamo invece alla scena della gabbia di Faraday. Fin dalla primissima scena del film, c’è un’opposizione tra due termini, la teoria e la pratica. In Madame Hyde ci sono molte opposizioni basilari, e i ragazzi e le due ragazze sono arrabbiati con Madame Géquil perché lei dà solo prove in classe ma non trasmette nessuna esperienza. Sono in una scuola tecnica, dove si aspettano di fare esperienze tecniche, quindi sono arrabbiati. In questa scena, che è una di quelle in cui lei diventa una brava insegnante, finalmente fa una esperienza con i suoi ragazzi, con la gabbia di Faraday. Ma quello che è interessante è che questo esperimento genera anche un senso dello spavento, del fantastico, perché quando lei cammina vicino alla gabbia, la ragazza sembra essere la vittima che sta per essere fulminata dall’elettricità. Un’esperienza con motivi pedagogici ma anche con suspense e un po’ di comicità: “Uh, cosa sta per succedere?”. Quello che mi piace in questa scena è che infatti Madame Géquil parla poco. Parlano solo Belkacem e Malik che sono presi in una sorta di duello/combattimento su chi sarà il migliore, chi sarà il più intelligente. È anche molto semplice perché all’inizio del film nessuno la ascolta, tutti chiacchierano e alla fine non solo tutti la ascoltano ma sono coinvolti. Loro vorrebbero farsi la lezione da soli. Vorrebbero fare esperienza da soli. E alla fine c’è il discorso sui geni e sull’ambiente. Il primo caso è stata la geometria, il secondo la fisica, il terzo riguarda la filosofia. Prendi una parola e rifletti su cosa voglia dire esattamente. Rifletti su quando due cause interagiscono, così fai un’analogia. Nel caso fisico prendi velocità e gravità, le due forze combinate causano un effetto che è l’accelerazione. Ora, dal punto di vista biologico, c’è l’ambiente, i geni e i due combinati danno l’essenza della crescita, dicono se tu sei alto, basso, ti danno la tua altezza. Le lezioni cominciano come lezioni di scienza astratta, con nessuna esperienza, sono ragionamenti puramente astratti, senza prove. Ma ci si scontra con una sorta di contesto politico, perché lei si pone di fronte a gente che vive nelle banlieue. Quindi lei chiede a tutti i ragazzi: “Sareste qualcos’altro in un altro ambiente?”, “Quanto è decisivo l’ambiente nella vostra vita?”, “Quanti ambienti possibili ci sono?”, “Quanti ambienti sono possibili per voi?”. In questo film è importante non solo quanto è detto, ma come è detto, girato, montato. All’inizio del film le scene sono brevi, con tanti stacchi. La prima scena in cui si prende tempo, in cui il ritmo rallenta, è nel laboratorio. Ma non è un piano-sequenza, ci sono comunque molti stacchi, molto montaggio, molti close-up. Qui si potrebbe dire che il film diventa molto più vernacolare. La mise en scène è quasi basilare, ma perché per me l’essenziale è che il pubblico sia come Malik, ho voluto cercare cioè di coinvolgerlo con spontaneità. Non potevo fare un film sul cattivo insegnamento forzando a mia volta il pubblico. Gli spettatori come i ragazzi dovevano essere se stessi. Nell’ultima scena è molto diverso perché per me non è una scena in cui si vede che Madame Géquil è diventata finalmente una brava insegnante. Al contrario dimostra che lei è completamente crollata, collassata. Sta cercando disperatamente di portare avanti una lezione, ma è sull’orlo della disintegrazione, si sta consumando. Quello che volevo far vedere in questa scena non è il modo in cui lei è impegnata a insegnare qualcosa a qualcun altro, perché i ragazzi non prendono nota, non cercano di capire, sono del tutto sorpresi e anche ansiosi per il modo in cui lei è crollata, devastata. Stavolta la scena è abbastanza lunga e più lunga è, più è triste. La vedo più come una scena in cui ho provato a trasmettere tristezza, che una scena dove chiedevo al pubblico di capire. La lezione è piuttosto lunga e astratta, è un po’ arida, c’è una certa aridità nella scena. Così alla fine lo spettatore è commosso, non sarà mosso da qualcosa come Madame Géquil. L’aridità che predomina conferisce alla tristezza qualcosa di severo. Ci sono diversi modi per smuovere qualcuno. Puoi essere paternalistico – “la mia povera ragazza” – ma qui si può provare anche la sensazione: “Povera Madame Géquil”. Per me a questo punto, con tutta l’aridità di prima, è una descrizione più severa. C’è una sorta di relax o collasso dopo questa scena, con quella del pianoforte. Perché così puoi lasciare la tua tristezza e la musica prende piede. Puoi lasciare la tua tristezza scorrere dopo l’aridità che blocca un po’ la parte emotiva e quindi non puoi che aprire la porta a un certo tipo di lirismo, un lirismo triste.

All’inizio i ragazzi in classe cantano la canzone di Spiderman. Mi pare un altro sottotesto che metti dalla cultura popolare, dopo il romanzo di Stevenson. Una cultura che appartiene ai ragazzi. Quello che succede a Madame Géquil è una trasformazione come quella del timido e impacciato Peter Parker che diventa Spiderman, una trasformazione anche della personalità.

Serge Bozon: Nel romanzo di Stevenson la trasformazione non è un incidente. Il dottor Jekyll vuole la trasformazione. In Madame Hyde le cose vanno invece più come in un film di supereroi. Ottenere potere dalla pura fortuna, solo perché un ragno radioattivo ti ha morsicato sul braccio. E Peter Parker diventa Spiderman. Lo stesso è il lampo che si sprigiona e trasforma Madame Géquil in Madame Hyde. E poi è un film sull’insegnamento e questa scena potrebbe spiegare: “Come Peter Parker hai i tuoi superpoteri dalla fortuna. Così non hai bisogno di imparare qualcosa, tu ce l’hai già”. Ma si rivela un’illusione. La scuola è il contrario, ci impiega 17-18 anni per insegnarti, anno per anno, giorno per giorno, è molto lunga, a volte noiosa, a volte tediosa. Ma è ancora una volta un modo per noi di spiegare il bisogno di capire che questo processo di insegnamento a scuola non può essere un miracolo da superman, che non ha bisogno della scuola per essere capace di volare.

Parlando di Truffaut, che ha toccato più volte il tema dell’educazione, mi viene in mente anche Gli anni in tasca, dove ancora c’è un lungo discorso finale del maestro ai ragazzini poveri. Sono più piccoli dei ragazzi del tuo film e l’epoca è un’altra. Ma ci trovo lo stesso senso di esclusione, emarginazione.

Serge Bozon: Non ricordo in realtà questo film di Truffaut che vidi quando ero giovane. Un modello cinematografico di Madame Hyde invece è Le folli notti del dottor Jerryll (The Nutty Professor), la parodia di Jerry Lewis del romanzo di Stevenson. Cui mi sono rifatto anche per le scene e il tono comico. Anche qui c’è un insegnante che ha un problema nella sua classe e finisce con un lungo discorso di Jerry Lewis che si rivolge direttamente al pubblico, in cui spiega che, se cerchi di trasformarti per essere qualcun altro, devi prima pensare e amare quello che hai già. Tu non devi trasformarti. Devi accettare i tuoi limiti e non puoi aspettarti l’amore di tutti, se non ami te stesso.

Nella composizione della classe ci sono due uniche ragazze, le uniche non di origine araba o nordafricana. Sembrano le prime della classe ma sono contro l’insegnante e prendono le difese dei compagni. Come ha concepito questi personaggi e perché parlano all’unisono?

Serge Bozon: È un’idea che mi è venuta durante il casting perché ho sentito la loro voce, rappresentano un semplice contrasto. Tutti nella classe sono di colore, solo loro due sono bianche, solo due ragazze, una è bionda l’altra è bruna. La bionda è una campagnola, infantile, l’altra è più come una “urban rock’n’roll”. Una ha una voce molto dolce, l’altra ha una voce più dark. Quando le ho sentite durante il casting ho pensato che questa opposizione molto strana, dai capelli al modo di parlare, ecc. avrebbe dato un effetto buffo e anche un po’ esotico. Deve essere difficile per loro perché, essendo ragazze saranno abbastanza dolci, ma sono anche un po’ aggressive con Madame Géquil dall’inizio. È una rappresentazione non realistica ma che dà piacere al pubblico, perché è fresca e sorprendente. Ed è anche un modo di prendere qualcosa di concreto e renderlo astratto con elementi molto semplici, quali ad esempio il parlare insieme. Non è una astrazione fine a se stessa, ma è necessaria per il film perché è un film sull’insegnamento e l’insegnamento della scienza è qualcosa di astratto. Tu non puoi insegnare la scienza come insegni a cucinare, c’è un’astrazione che ti devi portare sulle spalle. È anche una questione di gusto. Io preferisco i film dove le cose sono un po’ stilizzate, con giusto un po’ di realismo. Un po’ questo, ancora un po’ quello, un po’ questo, un po’ quello. Quindi tutto è un po’ confuso. Lei è un po’ dolce, un po’ triste, un po’ ansiosa e un po’ egoista. All’opposto della matematica, che è netta e molto chiara.

Come avete costruito il personaggio di Madame Géquil con Isabelle Huppert?

Serge Bozon: Avevo già lavorato con lei in Tip Top, il mio precedente film in cui aveva un personaggio molto diverso. Sai che lei è considerata come una regina di freddezza e autorità e in questo film è al contrario fin dall’inizio molto fragile e passiva come una piccola vittima che non osa fare nulla. Credo che per un’attrice sia sempre meglio avere un personaggio che si trasforma durante il film, come per esempio Bette Davis quando era una delle grandi star di Hollywood. La sua ossessione non era di interpretare la perfetta bella ragazza che tutti amano dall’inizio alla fine, ma doveva trasformarsi. In molti film, come per esempio in Perdutamente tua ma anche in tanti altri, inizia come una vecchia zitella diventando progressivamente molto seducente e anche perversa. Isabelle, devo confessare, qualche volta fa cose che non mi aspetterei. Per esempio nell’ultima scena doveva cadere a pezzi, sentire una forte pressione di autodisintegrazione. Lei ha reso l’idea di qualcuno che sta cadendo a pezzi da un minuto all’altro ma in un modo, parlando forte, con un accento molto forte, che non mi aspettavo. E questo dà alla scena una qualità di climax. È l’ultima metamorfosi del personaggio ma senza effetti speciali: è lei l’effetto speciale. Trova un’altra dimensione per il personaggio solo nel modo di parlare, di diventare più aggressiva disperatamente cercando di mantenere l’attenzione del ragazzo. Per esempio quando dice: “Sono sicura che non sapete cosa vuole dire la parola interazione” compie un’azione molto supplicativa, ma con energia.

Eri insegnante in una situazione simile?

Serge Bozon: Vent’anni fa nei sobborghi di Parigi, ma in una scuola più grande. Questa è una scuola molto piccola. In questa scuola superiore alla fine c’erano sempre 400 alunni che è quasi nulla. Nella mia scuola c’erano mille e seicento ragazzi, una grande scuola. Avevo molti problemi di disciplina, ragazzi che parlavano, insulti, minacce fisiche. Una cosa difficile. Non sapevo cosa fare. Magari non ero bravo o non ero abbastanza esperto. Avevo molti alunni di colore ma c’erano anche dei ragazzi bianchi. Nella scuola dove abbiamo girato, sono stato per un mese e poi durante le riprese e non ho mai visto bianchi tranne gli insegnanti che arrivavano con i mezzi pubblici. Tutta gli altri non erano bianchi.

Info
La scheda di Madame Hyed sul sito del Locarno Festival.

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