Downsizing

Downsizing

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Scelta sulla carta condivisibile quella di aprire Venezia 2017 con Downsizing di Alexander Payne, ibrido che mescola fantascienza, commedia, dramma, riflessioni su sovrappopolazione e decrescita, muri messicani, sogno a stelle e strisce, aspirazioni e grigia quotidianità. La verve e l’ironia payneiana funzionano per una buona parte della pellicola, anche se Downsizing – facendo nostra la battuta di Dusan/Waltz – mostra una certa tendenza verso il patetico. La sceneggiatura di Payne e Jim Taylor inizia però a svicolare come Paul/Damon, lo scenario sci-fi resta sempre in superficie, gli snodi narrativi sono decisamente troppo elastici. Il bilancino di Payne questa volta sembra meno efficace. Decrescita a buon mercato. Peccato.

The Incredible Shrinking Dream

In un futuro prossimo, un ipotetico domani, alcuni scienziati norvegesi scoprono un modo per ridurre gli esseri umani a un’altezza di pochi centimetri. Una soluzione per ritardare gli effetti del riscaldamento globale, per rendere possibile la convivenza sul nostro pianeta di miliardi di persone. Il processo di miniaturizzazione è sicuro e rapido. Nel giro di pochi anni una piccola percentuale della popolazione mondiale, attratta dai clamorosi vantaggi economici più che da nobili ideali, compie il grande passo e così iniziano a sorgere lussuose comunità e città miniaturizzate. [e.a.]

La prima ora di Downsizing è quasi spiazzante.
No, non tanto per l’idea della miniaturizzazione, affascinante e già declinata più volte con pregevoli risultati – La bambola del diavolo di Tod Browning, Radiazioni BX: distruzione uomo di Jack Arnold, Viaggio allucinante di Richard Fleischer e via discorrendo. A stupire è la fertile coesistenza del cinema agrodolce e ironico di Payne e di un soggetto da sci-fi socio-politico: i due binari scorrono inizialmente di pari passo, tra divertenti intuizioni narrative e una serie di spunti più che interessanti, di riflessioni aperte…

Aperte. Ma mai chiuse. Un po’ come il suo protagonista, Downsizing è una pellicola in cerca di un equilibrio apparentemente impossibile, di un finale soddisfacente. O di una via d’uscita. Downsizing è un film di insistiti slittamenti, di pagine che continuano a essere voltate: la fuga dal mondo dei grandi, l’immersione in un american dream lillipuziano, l’ipocrisia della miniaturizzazione di massa, gli eccessi degli ambientalisti, la riproposizione sistematica degli schemi e delle atroci iniquità del capitalismo e tutto quel che segue. Payne e il cosceneggiatore Jim Taylor accumulano accenni socio-politici, affastellano personaggi (su tutti, la superflua comparsata di Udo Kier), intrecciano improbabili anime perse, gettano nella mischia anche una coraggiosa, generosa, indomita profuga vietnamita. Rimpicciolita, ovviamente. Umanamente magnifica, ovviamente. Un terzomondismo scontato e schematico, condito da un anti-trumpismo fin troppo facile, ma abbiamo oramai scavallato da un pezzo i binari paralleli, la coesistenza tra lo spunto fantascientifico e la poetica payneiana della fuga, dei margini, delle seconde possibilità.

Affastellate e abbozzate le questioni politiche, Downsizing imbocca forzatamente i consueti sentieri payneiani. Si ritorna on the road, al viaggio, a quella umanità in cerca di rivincite che il cineasta statunitense aveva tratteggiato con altri risultati nelle opere precedenti, dal bianco e nero di Nebraska alle Hawaii di Paradiso amaro, passando per il buddy movie alcolico Sideways – In viaggio con Jack. L’efficacia dell’incipit e del processo di miniaturizzazione, con annessi e connessi, e la messa in scena di questa decrescita fasulla, ancora una volta schiava di un benessere smisurato e criminale, vengono travolte dalla deriva sentimentale, intimista, dalle gag affidate a un gigioneggiante Christoph Waltz, da uno script che dall’iniziale impalcatura fantascientifica sembra voler proprio scivolare in un caramelloso apologo fantastico.
Ed è un peccato, perché le città lillipuziane protette da piccole e avveniristiche cupole smarriscono la loro potenziale forza visionaria: sequenza dopo sequenza il ciclico eco delle fertili strutture architettoniche del cinema di fantascienza – la città impenetrabile e computerizzata de La fuga di Logan, gli abissi e i monumentali grattacieli di Metropolis (1927) e Metropolis (2001), la Neo Tokyo di Akira, i mastodontici cilindri di O’Neill di Gundam – diventa un esile riverbero.

La sovrastruttura poetica payneiana finisce per fagocitare quello che poteva essere un brillante aggiornamento delle riflessioni socio-politiche e ambientaliste del cinema degli anni Settanta.
Il bilancino aigre-doux di Payne questa volta sembra meno efficace.

Info
Il trailer originale di Downsizing.
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