Nico, 1988

Nico, 1988

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Titolo d’apertura di Orizzonti alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Nico, 1988 è la disamina dolente, a tratti incerta, a tratti folgorante, degli ultimi due anni di vita di Christa Päffgen, nota ai più come Nico.

L’ex Chelsea girl

Ambientato tra Parigi, Praga, Norimberga, Manchester, nella campagna polacca e il litorale romano, Nico, 1988 è un road-movie dedicato agli ultimi anni di Christa Päffgen, in arte Nico. [sinossi]

Si era certi che il clamoroso passo falso di La scoperta dell’alba da parte di Susanna Nicchiarelli fosse dovuto più a questioni contingenti – il romanzo di partenza di Veltroni costruito su dei maldestri malintesi spielberghiani – che ad altro. Allo stesso modo però era lecito dubitare della riuscita di fronte a un soggetto così complesso come quello del nuovo film della regista romana, Nico, 1988, presentato quale titolo di apertura in Orizzonti alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
Era lecito dubitare perché la cantante, musicista, modella e attrice nata a Colonia nel 1938 con il nome di Christa Päffgen e poi diventata celebre – con quello di Nico – per essere stata la musa di Andy Warhol e la voce femminile dei Velvet Underground è uno di quei miti musicali che sostanziano la leggenda stessa della musica, intoccabili e inavvicinabili, come lo stesso Lou Reed, Bob Dylan, John Lennon, e via dicendo.
Se poi proprio a Bob Dylan Todd Haynes aveva dedicato con Io non sono qui l’unico film possibile su un uomo oltrepassato e “trapassato” dal suo stesso mito, giocando sulla molteplicità d’immagine, di suoni, di volti del menestrello, Susanna Nicchiarelli vola decisamente più in basso, e pensa piuttosto a far emergere un personaggio al di là del volto, al di là della superficie da rockstar.

Così per Nico, 1988 la regista sceglie di concentrarsi sugli ultimi due anni di vita di Nico, dall’86 all’88, su una Nico che vuole essere chiamata col suo vero nome, Christa, che desidera ritrovare suo figlio, che forse è stufa della musica, e probabilmente anche della vita.
Susanna Nicchiarelli inizia il film in maniera troppo timida, e paga dazio volendo contestualizzare tutto – gli echi della Berlino bombardata nell’infanzia della protagonista, i flash con immagini di Andy Warhol e di Nico da giovane, i dialoghi che spiegano i problemi del figlio e quelli della cattiva educazione che lei le ha dato (molto maldestro il flashback con il bambino che beve a una festa, a un ‘all tomorrow parties’). Ma ogni volta che Trine Dyrholm (volto del cinema danese, da Festen a Love Is All You Need, che dà corpo magnificamente alla protagonista) prende un microfono e reinterpreta le canzoni di Nico arrivano dei micidiali colpi al cuore.
Certo, si dirà, la musica fa tutto, ma bisogna anche saperla scegliere bene, girare bene e metterla al punto giusto: così le tappe di un tour scalcagnato, da Anzio a Praga, diventano le pause per vedere di nuovo la musica di Nico ri-messa in scena, e quasi riprendere vita davanti ai nostri occhi. Peccato solo che non vi siano più momenti così e che spesso la Nicchiarelli tenda a ‘sovrastrutturare’ il tutto, con storie d’amore secondarie (quella tra due membri della band), con l’insistenza eccessiva sulla figura del figlio (che sa un po’ troppo di familismo italico, soprattutto se spiattellato – come avviene – soprattutto per via verbale), con qualche momento di troppo da commedia leggera.

Perché il vero centro del film è una piega improvvisa sul viso di Trine Dyrholm, il suo volto di pietra corrosa che si trasforma improvvisamente in sorriso o, addirittura, in risata; un fondo di disperazione totale, che non arriva tanto dal fallimento esistenziale di lei, quanto dal fallimento dell’esistenza tutta. Nico è una donna di mezza età che ha rifiutato la medietà, è una donna che viene guardata con sospetto e con odio da chi desidera una vita normale (Laura, l’assistente del suo manager), una donna che – per il suo essere consustanzialmente anarchica – mortifica e umilia ogni concetto di comodità piccolo-borghese.
Questo tema alla lunga emerge in Nico, 1988, ma lo fa tra i fumi di un eccesso di scrittura, di simbolismo, di didascalismo. Sarebbe stato meglio essere più asciutti, più essenziali, ancora più ruvidi, ancora più oscuri. Un po’ come Nico.

Info
La scheda di Nico, 1988 sul sito della Biennale.

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