Human Flow

Human Flow

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Presentato in concorso a Venezia, Human Flow dell’artista cinese Ai Weiwei è un viaggio nel mondo dei migranti, dei boat people, dei campi profughi. Un documentario a grande budget con una troupe numerosissima sguinzagliata in ogni angolo del pianeta, eterogeneo tanto nei temi trattati – si parla di migranti ma anche di non migranti, di muri e fili spinati – quanto nell’approccio tra estetismi, reportage e via dicendo. Un guazzabuglio che da un artista che sembrava coraggioso, nella forma e nei contenuti, non ci saremmo aspettati.

Il kolossal del dolore

Oltre 65 milioni di persone nel mondo sono state costrette a lasciare le proprie case per sfuggire alla carestia, ai cambiamenti climatici e alle guerre. È il più grande esodo umano dai tempi della Seconda guerra mondiale. Girato nel corso di un anno carico di eventi drammatici, Human Flow spazia in 23 paesi tra cui Afghanistan, Bangladesh, Francia, Grecia, Germania, Iraq, Israele, Italia, Kenya, Messico e Turchia… [sinossi]

Una troupe di 200 membri sguinzagliata in 23 paesi, in tutti i luoghi mediaticamente caldi del pianeta. Basta questa nota, snocciolata con orgoglio nel materiale stampa del film, per capire il senso dell’operazione Human Flow – in concorso a Venezia 74 – e dei suoi limiti intrinseci, una montagna che non poteva che partorire un topolino. A mancare è soprattutto la compattezza, l’unitarietà tanto tematica che formale. Si parla del dramma dei migranti, di approdi incerti, di naufragi, di viaggi della speranza. Bene. Ma anche di fili spinati, di barriere, di persone cui al contrario viene impedita la possibilità di spostamento. Dal muro al confine tra Stati Uniti e Messico, agli abitanti, come prigionieri, della striscia di Gaza. E la frammentarietà e incertezza tematiche non giovano certo a quella che nelle intenzione vorrebbe essere l’opera omnia delle grandi migrazioni del ventunesimo secolo. L’enciclopedia è piuttosto un Bignami. E qualsiasi reportage giornalistico serio su uno di questi argomenti risulta per forza più analitico nell’affrontare un tema di così grande complessità.

Da sempre Ai Weiwei si è fatto portatore di una visione dell’arte che si mischia nel sociale, che non esita a sporcarsi le mani nell’attualità. Ora l’artista Ai Weiwei svolazza, si libra nell’aria per – qua e là – produrre immagini di grande impatto visivo, fatte di campi lunghissimi, panoramiche a volo d’uccello, overlook fatti con i droni, di processioni di uomini che sembrano formiche, di spostamenti, lunghe ed estenuanti camminate, esodi, di container, tendopoli, discariche.
E a ciò si aggiungono momenti di ricercatezza estetica come i giochi di riflessi degli impermeabili catarifrangenti che indossano alcuni migranti, il mare rosso, i gabbiani, le esplosioni.
Avrebbe potuto essere un punto forte del film, se questa parte da videoarte avesse preso il sopravvento, se Ai Weiwei avesse intrapreso la strada del poema visivo sui grandi flussi dell’umanità, in uno stile per intenderci vicino a quello di Godfrey Reggio.

Ma, mettendo tutto in un calderone fatto di voci off, didascalie scritte (pesantissime, che spaziano da poesie a brani giuridici di carte internazionali), interviste, queste immagini assurgono a ruolo di puri estetismi.
Qualche immagine riuscita qua e là, le ragazze palestinesi che sorridenti raccontano la loro situazione, la tigre finita nella fossa, la mucca che si aggira da sola, ma complessivamente si tratta di poca roba. E manca quella capacità herzoghiana di saper creare uno scarto tra la bellezza di un’immagine e il dolore che le sottintende. Quando Herzog filma i pozzi petroliferi in fiamme del Kuwait, in Apocalisse nel deserto riesce anche a metterci Wagner in sottofondo!
E non giova il presenzialismo dello stesso Ai Weiwei, che si riprende mentre griglia salsicce, si fa tagliare i capelli, fa i selfie con i migranti, o semplicemente mostra il profilmico, la troupe, da lui guidata, con la telecamera. Cosa che pure avrebbe un senso, nell’accomunarsi, nella sua condizione di apolide e poi di perseguitato politico in Cina, ma che pure scade nell’esibizionismo narcisistico.
Il linguaggio e l’atteggiamento stesso che sta dietro al concetto di selfie è in definitiva lo stesso che muove Ai Weiwei, farsi fotografare in bella posa, in stile radical chic alla Bernard-Henri Lévy, con le persone sofferenti di ogni latitudine. Abbiamo sempre seguito e stimato il percorso artistico umano di Ai Weiwei ma questa operazione vi getta sopra un’ombra inquietante di falsità e non genuinità, come falsi sono gli sguardi in camera dei bambini sorridenti dei villaggi che si vedono nel film.

Info
Il trailer originale di Human Flow.
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