Il cratere

Il cratere

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Unico titolo italiano in concorso all’interno della Settimana Internazionale della Critica di Venezia, Il cratere segna l’esordio nel lungometraggio di finzione per la coppia di documentaristi formata da Luca Bellino e Silvia Luzi. Un’indagine sul rapporto padre-figlia in un contesto, quello della Campania sottoproletaria, sempre più in rilievo nello scenario cinematografico nazionale. Tra vendite di peluche per strada e sogni di riflettori neomelodici, un dramma familiare irradiato dalla splendida performance della giovanissima Sharon Caroccia.

Il canto di Sharon

Il cratere è terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante. Rosario è un ambulante, un gitano delle feste di piazza che regala peluche a chi pesca un numero vincente. La guerra che ha dichiarato al futuro e alla sua sorte ha il corpo acerbo e l’indolenza dei tredici anni. Sharon è bella e sa cantare, e in questo focolaio di espedienti e vita infame lei è l’arma per provare a sopravvivere. Ma il successo si fa ossessione, il talento condanna. Il Cratere è una favola Disney al contrario… [sinossi]

All’interno della programmazione di un festival non poco peso acquista il ruolo svolto dalle associazioni di idee generate dagli accoppiamenti, dalle doppiette, dai titoli messi l’uno accanto all’altro per dare vita a una dialettica. Perché è facile dimenticarsi del fine ultimo di un festival, quello di mostrare e di dimostrare un linguaggio comune, anche là dove questo potrebbe non apparire tale a prima vista. In realtà il rapporto di ideale fratellanza tra Il cratere e Le visite, il corto di Elio Di Pace posto da Giona Nazzaro e dai suoi collaboratori in apertura, palesa la sua evidenza già solo per la geografia indagata. Si tratta infatti di due film campani, partenopei – e ce ne saranno altri nel corso di questa edizione della Mostra. Due opere, l’una che non supera i quindici minuti di durata, e l’altra che si inerpica di poco oltre l’ora e mezza, che posano lo sguardo sul proletariato e il sottoproletariato napoletano, su un mondo a parte fatto di lavori arrangiati, rapporto conflittuale con le autorità, ma anche su una cultura fiera e del tutto autonoma, in grado di creare una propria mitologia e un apparato di valori del tutto indipendente dal sentire comune. Nel brillante Le visite, nel quale con pudore Di Pace scivola sotto la coperta della camorra ai livelli più bassi, lasciando tutto nel fuori campo, e nel non detto di due donne che si preparano in cucina ogni lunedì alla visita al giovane figlio e nipote chiuso nella casa circondariale, il pulsare neomelodico si affaccia dal televisore, per poi irrompere con chiassosa e a suo modo anarchica crudeltà sui titoli di coda e sfumare senza una vera conclusione nel nero dello schermo. Una scelta di rottura con l’evidente scrittura del dialogo tra le due donne che non può che essere apprezzato, in un piccolo lavoro che fa della scelta dei materiali e dei formati una “questione di qualità” e di senso.
Ben più centrale è il tema del canto neomelodico ne Il cratere, il film con cui la coppia di documentaristi composta da Luca Bellino e Silvia Luzi si confronta per la prima volta con una narrazione di finzione, per di più estesa sulla lunga distanza.

Canta fin da quando è una bambina, Sharon Caroccia, figlia di una coppia di venditori ambulanti che girano le fiere della provincia a bordo di due camion e riescono in questo modo ad arrivare, non senza patemi e fatiche, a fine mese. Canta fin da quando è una bambina, Sharon, e i genitori hanno sempre fatto in modo che potesse esibirsi anche dal vivo: il padre Rosario, in particolar modo, sogna per lei una carriera di quelle che contano. Vorrebbe essere il suo precettore, il suo agente, in qualche modo il suo maestro di vita. Sharon non si tira indietro, almeno a parole: cantare le viene naturale, e nel mondo in cui è cresciuta la musica neomelodica è centro nevralgico del processo culturale, scoperchia le scosse telluriche di un paese sempre in subbuglio, mai davvero rappacificato, in guerra con se stesso e con il mondo che lo circonda.
Ma possono le singolarità di Rosario e di Sharon trovare un punto di incontro, in questo “cratere” scoperchiato, in questo buco vulcanico pronto a esplodere lapilli e lava? Bellino e Luzi, con un curriculum documentario alle spalle che certifica un rapporto mai banale con il reale e le sue complesse stratificazioni sociali e politiche (La minaccia, Dell’arte della guerra, The Prey), partono dalla materia che hanno maneggiato con maggiore frequenza nel corso degli anni, e da lì provano a sviluppare un discorso compiuto e narrativamente compatto. Se la scelta appare ovvia, e difficile da mettere in discussione, il confronto diretto tra il lavoro sul vero e la necessità di un racconto che assolva in pieno ai propri compiti non sempre pare risolto. In particolare la seconda metà dell’opera sembra sempre sul punto di arenarsi, quasi che mancasse il fiato per ergersi fino alla durata che i due registi si sono imposti. Una maggiore asciuttezza, e un minutaggio magari non di prammatica ma più vicino alle esigenze di un’opera a suo modo così minuta – per quanto non priva di legittime e ben dichiarate ambizioni –, avrebbe forse giovato.
Al di là di questo, convince appieno la capacità di Bellino e Luzi di inserirsi in un contesto senza svilirlo, giudicarlo o tantomeno cercare di accomodarlo per assecondare un preciso volere estetico o teorico. Il cratere è un’opera che vive sulle pulsazioni dei suoi protagonisti, tra scatti d’ira e giochi familiari, banalità del quotidiano e climax emotivi; quasi seguisse a suo modo lo schema di un canto neomelodico, Il cratere vive di stasi e ripartenze, in un crescendo destinato a dissolversi in refrain sempre melodrammatici, ma a loro volta quasi privi di reale drammaticità. Ne viene fuori un racconto anomalo, a tratti imbastardito, abbarbicato al volto corrucciato di Rosario Caroccia – che ha partecipato al processo creativo firmando con i due registi la sceneggiatura del film – e soprattutto alla radiosa presenza in scena di sua figlia Sharon, vero e proprio fulmine a ciel sereno del racconto, straripante adolescente che domina il proscenio mettendo in mostra anche interessanti doti attoriali. Sharon in ebraico significa pianura, ma la natura di questa tredicenne è quella aspra di un picco, di un cratere che fu montagna e ora è minaccia, e salvifica purezza del territorio. Diseguale ma prezioso.

Info
La scheda de Il cratere sul sito della SIC.
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