Il contagio

A sette anni di distanza da Et in terra pax, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini tornano alla regia (e a Venezia) con Il contagio, tratto dal romanzo di Walter Siti. Un apologo morale sulla crisi del proletariato romano, ambizioso ma a tratti claudicante, soprattutto per via di una narrazione troppo farraginosa. Con Vinicio Marchioni, Maurizio Tesei, Anna Foglietta e un inedito Vincenzo Salemme in un ruolo prettamente drammatico. Alle Giornate degli Autori.

La morte di Roma

In una palazzina di borgata si intrecciano le vite di Marcello e Chiara, di Mauro e Simona e del boss di quartiere Carmine. In questo scenario di umanità mutevole, perennemente sospesa tra il tragico e il comico, s’inserisce anche il professor Walter, scrittore di estrazione borghese, il quale ha da tempo una relazione con Marcello, ex culturista dalla sessualità incerta. Mauro, freddo e ambizioso spacciatore, sembra il solo a sentire la necessità di una svolta, mentre i poteri corrotti irrompono in quest’angolo di periferia. [sinossi]

Il contagio segna il ritorno dietro la macchina da presa di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, a sette anni di distanza da Et in terra pax, che approdò al Lido di Venezia come un piccolo alieno, oggetto a suo modo miracoloso all’interno del sistema produttivo italiano: era il film con cui nasceva quel gruppo di lavoro, cresciuto dal magister Gianluca Arcopinto, che avrebbe portato come Kimera Film a un’operazione coraggiosa e irrinunciabile quale Non essere cattivo, splendido e tragico commiato dal cinema e dalla vita di Claudio Caligari. Et in terra pax rivelò non solo due registi dall’istinto estetico tutt’altro che normalizzato, ma anche desiderosi di sporcarsi le mani con quella Roma suburbana che si era progressivamente eclissata dal grande schermo, sostituita con la Prati e i Parioli (o magari le villette dell’EUR) tanto del sistema para-istituzionale, para-fascista e molto criminale, quanto della gauche caviar, di quei bo-bo che hanno spazzato via il tessuto connettivo proletario della capitale per innestarvi il germe della borghesia illuminata, che vede nella gentrificazione il simbolo non del colonialismo più bieco – quale, in un sistema capitalista, non può altro che essere – ma dell’opportunità di un “livellamento”. Una borghesia che si è smarcata con ferale eleganza dalla lotta di classe per dedicarsi a un più comodo, e proficuo, interclassismo, quello che il sistema fascista non esitava a chiamare “collaborazione di classe”.
Et in terra pax rigettava questa tendenza, presente e avvertibile in gran parte della produzione nazionale, per cercare di rintracciare i germi tanto del già citato Caligari quanto di Sergio Citti, su per una ripida scala in salita che porta prima o poi inevitabilmente dalle parti di Pier Paolo Pasolini. Il poeta che scoprì la borgata. Di Pasolini è in qualche modo figlioccio artistico Walter Siti, come di Sandro Penna e – ma in modi estetici a tratti in piena antitesi – Carlo Emilio Gadda. È Siti nel 2008 a dare alle stampe, grazie alla Mondadori, Il contagio, un romanzo nel quale si tenta di gettare sul tavolo l’asso pigliatutti: centrare lo sguardo sullo sfacelo delle borgate romane, conquistate in una lotta sotterranea ma non priva di tumulti e cadaveri da un sistema politico ed economico sempre più mostruoso, letale, assassino.

Non è privo di ambizioni un progetto come quello de Il contagio, e basterebbe questa scelta per giustificare una difesa d’ufficio – sempre che ne abbiano bisogno – dei due registi. Certo, in epoca di Suburra e di “terre di mezzo” che arrivano perfino nelle aule dei tribunali un film come Il contagio rischia di propagare un’eco meno potente di quella che lanciò il romanzo, ma nella Roma pentastellata, che ha ceduto al fascino immorale della moralità pre-digerita per poi comprenderne sulla propria pelle l’assoluta uniformità di pensiero (un pensiero sempre anti-proletario, e anti-popolare) con il pregresso, tornare sul libro di Siti ha un peso anche politico che non deve passare in secondo piano. La Roma Sud – a essere citato direttamente nei dialoghi sono i Ponti del Laurentino 38 – vampirizzata, ma a sua volta desiderosa di farsi mordere sul collo dal demone del Capitale, da quella spinta ansiosa alla conquista, è il centro nevralgico del discorso. Basterebbe la lunga e articolata, per quanto forse fin troppo rifinita nella sua messa-in-scena, sequenza a salire e scendere sul fronte del grande palazzo nel quale fino a un certo punto vivono quasi tutti i personaggi (che in un modo paradossale ricorda sia l’incipit di Una giornata particolare sia il geniale e ciononostante insensato movimento di Tenebre di Dario Argento) per dare il senso e giustificare Il contagio.
Perché è già tutto lì, in quel microcosmo ancora multiculturale – ma pronto a rigettare l’estraneo, nel caso specifico un’innocua ragazzina rom che rovista nel cassonetto – ma già moribondo, incancrenito da figli senza padri, scioperati che avrebbero voluto soldi che non hanno mai visto e continuano a spararsi cocaina nel naso, famiglie disgregate contro la loro stessa volontà.

La verità, forse, è che Botrugno e Coluccini hanno complicato una materia che era in realtà molto più semplice. Hanno frammentato il discorso in cerca di un climax che è già in quei volti, nelle miserie di una Roma decentrata e per questo ghettizzata, mondo a se stante che non ha più però la forza di emergere e non può fare altro che subire le vessazioni del criminale di turno – Carmine, interpretato da quel Nuccio Siano che portò per primo il romanzo a teatro e partecipa anche alla sceneggiatura –, a sua volta intenzionato a muovere anche pedine istituzionali.
I due registi raccontano le tre Roma (di sotto, di mezzo, e di sopra) ma così facendo non riescono a rendere omogeneo il discorso: ecco dunque che Il contagio si disperde in rivoli inessenziali, in personaggi che non aggiungono granché al percorso tracciato, e anche in estetismi che a volte cozzano con eccessiva violenza con la materia friabile e per questo rigenerante che ci sarebbe tra le mani. Il martirio del sottoproletariato è già nel tempo normale, quotidiano, nel quale si svolge la vita-non-vita di questi reietti: perché accentuarlo a colpi di ralenti, di luci livide e contrastate su corpi lucidi e dimessi? Spinti dalla voglia di elevare le masse, Botrugno e Coluccini compiono l’errore – più che comprensibile, tra l’altro – di utilizzare stilemi del cinema borghese, quasi che il proletario possa ambire a sollevare se stesso dalla propria condizione. In questo gesto, che in realtà devia dal percorso pasoliniano (in cui la tragedia sublima attraverso l’arte, ma l’arte povera, diretta, che interviene non per “sollevare” dalla miseria del quotidiano, ma per accompagnarla mano nella mano) e si avvicina a solleticazioni contemporanee, comprese quelle di Sollima, si avverte uno squilibrio, percepibile anche nello sviluppo di una sceneggiatura a tratti ridondante a tratti troppo sbrigativa. Il fatto che manchi una misura unica sbrindella l’insieme, ma ciò non toglie che Il contagio inanelli alcune sequenze di grande impatto e forza, e che la retorica non ceda all’artificio quasi mai, ma trovi nella ribalta della prassi una propria voce. Botrugno e Coluccini non appartengono a una razza banale, e non guardano il mondo dall’alto di un piano nobile a Prati o a Parioli, o magari nel vecchio centro storico a sua volta cannibalizzato da una borghesia mai così ferale. Ferale perché intellettuale, dominante nel pensiero quanto nell’economia. Un mostro. Ecco dunque che liberarsi in fretta de Il contagio sarebbe errore grave, madornale, imperdonabile. C’è un mondo lì dentro, reso caotico e a tratti disperso, che altrove il cinema italiano ha volutamente dimenticato, facendo finta che fosse materia del passato.

Non hanno forse ancora la forza i giovani Botrugno e Coluccini – poco più di settant’anni in due, un dato da non assumere alla leggera – di dominare con il rigore necessario una materia complessa come quella che hanno affrontato (e che racconta l’Italia di oggi meglio di molti trattati di sociologia), ma ne hanno l’ispirazione. Una rarità. Un bene prezioso da coltivare. Verranno racconti più compiuti e forse altri meno, ma questa strada è quella da perseguire. Il contagio potrà essere un film imperfetto, ma vive e racconta l’umano di oggi in quella terra di mezzo che è l’Italia. Dove gli ultimi sono benedetti dai primi per poterli poi mandare al macello e santificarli post-mortem. E dove la borghesia contagia il proletariato e lo uccide, poco per volta.

Info
Il trailer de Il contagio.
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